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REGOLAMENTO

 

 

 

GUILTY
 

 

La dichiaro in arresto. Ha il diritto di non parlare. Qualsiasi cosa dirà potrà essere usata contro di lei in tribunale.

Quante volte avevo sentito queste parole trasmesse in questo o in quell’ altro film?

Non importa il numero di volte che hai udito queste frasi, sta di fatto che non ti aspetti mai che le dicano a te, mentre tutti i vicini se ne stanno appollaiati davanti le finestre a guardarti incuriositi.

Mi portarono in centrale, l’ interrogatorio fu breve e per tutto il tempo che durò, la scena era sempre quella: io continuavo a dichiarare la mia innocenza, mentre la polizia mi urlava contro che non potevo continuare così, perché avevano delle prove schiaccianti contro di me.

Un esempio? Le mie impronte erano sull’ arma del delitto.

Ma come potevo dire che la mia intera famiglia era stata massacrata da un fantasma? Mi avrebbero riso in faccia e la mia credibilità sarebbe andata a farsi benedire.

Chiesi di poter avere un avvocato e me ne assegnarono uno d’ufficio. Fantastico! E’ risaputo che sono degli incapaci!

 

Il mio continuo dissenso a rivelare la mia colpevolezza, li fece infuriare, loro non credevano che ci fosse un’ altra persona implicata nella faccenda: ero l’ unico sospettato.

Non potevo certo biasimarli: come si può credere innocente una persona che è stata trovata col sangue delle persone uccise sul proprio pigiama?

Eppure era proprio così: io non aveva ucciso nessuno!

Mi ero svegliato alle sette di mattina, come sempre, nel mio letto e la prima cosa che avvertii era un appiccicume sul viso; poi lo vidi.

Nella mano stringevo un coltello imbrattato di sangue e non ci volle certo un quoziente intellettivo come quello di Einstein per capire che cosa avevo sul volto.

Quella sostanza aveva ricoperto il mio vestito per la notte e incollava i miei capelli.

Uscii dalla mia camera in preda al terrore e la prima cosa che notai erano un paio di gambe che spuntavano da dietro il muro, dove si snodavano le scale.

No! No! dissi a bassa voce, con la paura di parlare e con il panico di urlare. Ero talmente scosso che mi sembrò di non aver pronunciato nessuna parola.

Era mio fratello piccolo. Cinque anni e una vita spezzata.

Non ebbi il tempo di disperarmi perché già intravedevo il corpo, disteso a terra di mio padre, al piano inferiore.

Scesi e gli andai vicino, sperando in un movimento, un rantolo che non arrivò.

Le mattonelle da bianche, erano diventate rosse.

Non avevo la forza di reagire, di alzare la cornetta, di parlare. Per poi dire cosa?

Poi mi venne in mente lei: mia madre! Iniziai a chiamarla urlando e a girare per casa, c’era una speranza che lei non fosse diventata cadavere.

Quell’ illusione durò poco, il tempo di giungere in salotto e vederla riversa in un lago di sangue sul divano impregnato di rosso.

Poco distante anche mio fratello maggiore, che in casa non avrebbe nemmeno dovuto esserci.

Ero rimasto solo al mondo.

Mentre mi trovavo ancora in piedi nel salotto, la porta d’ingresso venne sfondata e io mi ritrovai sei fucili puntati addosso; dietro le maschere trasparenti dei caschi, intravedevo i volti dei poliziotti.

Istintivamente alzai le mani, in segno di resa e solo in quel momento mi resi conto di star tenendo ancora il coltello stretto nella mano.

Ero spacciato!

Non ricordo molto delle ore successive, ma sapevo dire con esattezza dove mi trovavo in quel momento: ero in stato  di arresto in una cella.

L’ unica persona che venne a farmi visita eluse la sorveglianza.

Non so se posso proprio definirla persona, ma in fondo è quello che era stato. Una volta.

Lo spettro che aveva massacrato la mia famiglia era davanti le sbarre che mi imprigionavano e mi fissava con i suoi occhi neri e vitrei.

Lo conoscevo bene, troppe volte lo avevo visto riflesso negli specchi di casa, troppe volte avevo avvertito le sue gelide mani intorno al mio collo, ma a quanto pare inseguito, aveva cambiato piano.

Mi aveva risparmiato la vita, perché c’era bisogno di un colpevole.

La casa era sua e la rivoleva indietro.

Iniziai ad urlare spaventato, la guardia mi osservò e tra il rumore delle mie urla avvertiile sue parole:

E’ inutile che ti fingi matto per chiedere l’ infermità mentale ed evitare l’ ergastolo. Finirai il resto dei tuoi giorni in carcere!

Detto questo si rimise a leggere il giornale, ignorando le mie grida. Gli spettri si fanno vedere solo da chi vogliono loro.

Chissà se i miei famigliari avevano conosciuto il volto del loro assassino.

Un’ altra guardia venne presso la mia gabbia col mio avvocato. Già ad una prima occhiata si capiva che era un incompetente.

L’ uomo che mi doveva difendere iniziò a blaterare del processo, di quanto sarebbe stato difficile uscirne indenne: in una maniera o nell’ altra, sarei finito in carcere ugualmente.

Gli occhi del fantasma si riempirono di soddisfazione.

La casa era nuovamente sua.

Le gambe non mi ressero e caddi in ginocchio.

Sbandierare ai quattro venti la mia innocenza era la mia unica arma di difesa.

Chi avrebbe mai creduto alla mia versione dei fatti?

Una parola che disse quella mezza sega di avvocato mi colpì come un pugno in faccia. Un semplice vocabolo che mi avrebbe rovinato l’ esistenza.

Colpevole.

Quella parola continuava a riecheggiarmi nelle orecchie come se fosse l’ unica incisione su un vecchio vinile e io non riuscissi a spegnere il giradischi.

Colpevole.

Non avevo le energie per piangere, per protestare, per difendermi, per ascoltare ciò che quell’ avvocato da quattro soldi mi diceva. Ero annientato.

Guilty.

E sarebbe stata la parola che avrebbe concluso la mia storia.

 

L'AUTORE DEL RACCONTO

Federica Rubini