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REGOLAMENTO

 

 

 

 

 

IL RITRATTO DELL'ANGELO

 

 

1. Rivelazione

 

L'intero piano superiore della casa era avvolto dalla notte, solo il debole bagliore di una candela camminava lungo il corridoio. Giunto davanti alla porta, il bagliore si fermò, e con esso una bambina. Ora che era davanti allo studio, Emily rimase qualche interminabile secondo impalata, con il piccolo candelabro in una mano e la chiave nell'altra. Trasse un bel respiro e lo lasciò volare via, poi un altro e un altro ancora, quindi provò a infilare la chiave nella toppa, e la chiave entrò. Era la chiave giusta, la chiave dello studio di papà. Esitò un'ultima volta davanti alla maniglia e alla serratura con la chiave già infilata, quindi diede un giro verso destra. Lo scatto della serratura suonò come un Permesso Accordato per entrare nello studio. Aprì la porta quel tanto che bastava ad entrare. Non appena i piccoli piedi, mossi con cautela, furono all'interno dello studio, Emily si richiuse piano la pesante porta alle spalle. In casa non c'era anima viva, Emily lo sapeva, ma sapeva anche di star facendo qualcosa di proibito, e la cautela non sarebbe mai stata troppa: i papà hanno un sesto senso per queste cose, quindi era meglio non fare troppo rumore, né accendere troppe luci, e soprattutto era meglio tenere le mani il più possibile in tasca. Attorno, il buio mascherava tutto quanto, lasciando appena indovinare sagome di mobilia.

I quadri cattivi erano quasi come brutti sogni, ma per certi versi erano migliori e per altri addirittura peggiori: migliori perché nel quadro non c'eri tu, e quindi un po' ti sentivi al sicuro, peggiori perché mentre un brutto sogno prima o poi svaniva, il quadro era lì appeso e lì sarebbe rimasto. Le cose sul quadro non esistevano, come le cose negli incubi, ma il quadro esisteva, si poteva vedere e toccare, e da un quadro non ci si svegliava. L'altro libro, era aperto su due pagine fitte di scrittura, ma Emily non riconobbe neanche una parola, quindi non poté leggere niente di quello che c'era scritto. Diede un'occhiata alla copertina, ed era marrone e vecchia. Non c'era alcun titolo, e lo giudico poco interessante. Piano piano, Emily mosse la danzante ed esile fiamma della sua candela verso sinistra, illuminando quel tanto che bastava con l'alone luminoso. Una mensola stava a un paio di passi da lei, e sopra la mensola un po' di polvere e una lampada ad olio spenta. Emily accese la lampada, e spense la sua piccola candela bianca soffiandoci sopra. Dal fondo della stanza, un sonoro gracchiare la fece sobbalzare per la sorpresa, ma subito si tranquillizzò: era soltanto Gregor, il corvo che papà teneva in gabbia, che la stava salutando. Si ricordò di come qualche giorno prima papà avesse deciso di spostare la gabbia di Gregor nello studio, assieme a uno dei vasi di mamma, un vaso con dentro una bella pianta dalle foglie verdi ma senza fiori. Le avevano spiegato che i fiori sarebbero sbocciati soltanto in Primavera, mentre ora era Inverno e i fiori se ne stavano a dormire dentro la pianta. Emily poggiò il piccolo candelabro accanto al lume. Ora lo studio era meglio illuminato, e finalmente si poteva dare un'occhiata.

Non era così grande come se l'era sempre immaginato, né poi così colorato o bello. Caotico, sarebbe stato forse il termine più adatto a descriverlo. Era una stanza senza finestre, grande come la sua camera da letto, ma senza un letto e con armadi molto più piccoli. Soprattutto, nella sua camera da letto non c'erano tavolozze di colore né cavalletti, non c'erano quei grossi libroni, e non c'era quello strano odore misto tra quello della soffitta e quello della valigetta del dottore, con qualcosa di dolciastro e anche qualcosa di pungente in mezzo (Gregor diede una frullata d'ali).

Diverse tele, più o meno incomplete, campeggiavano sui cavalletti; alcune (forse le preferite di papà), stavano appese alle pareti. Emily era abituata ai quadri di papà, e alcuni di quei dipinti li conosceva già, o ne aveva visti di molto simili. Li aveva visti fuori dallo studio, naturalmente, perché lì non c'era entrata mai. Uno dei quadri alla parete era quasi identico ad un dipinto che papà aveva venduto qualche tempo prima. C'era un uomo quasi nudo appoggiato a un albero, con delle frecce piantate nella pancia; aveva una strana faccia e guardava in alto, ma in cielo non c'era poi molto da vedere. Le avevano spiegato che l'uomo era un santo, ma a lei sembrava soltanto un uomo triste e pallido che guardava verso le nuvole. Non le piaceva tanto, perché era un quadro brutto, ma almeno non era brutto come i nuovi quadri, quelli che papà non riusciva a vendere. Papà non riusciva a vendere un quadro da quando la mamma se n'era andata, perché i suoi nuovi quadri erano ancora più tristi e cattivi di quello delle frecce. Emily si girò verso la parete opposta. Lì appeso, c'era proprio uno dei brutti quadri, ed Emily sussultò e distolse subito lo sguardo con un brivido. Poi però fu costretta a guardarlo ancora, perché tutte le cose che ci spaventano ci attirano allo stesso tempo. Un secondo brivido la scosse, ma stavolta se l'aspettava e riuscì a guardare.

Su questo, in particolare, un grosso quadrupede sovrastava un letto, sfoggiando due lunghe zanne da elefante. Il corpo era simile a quello di un grande orso bruno, ma il suo dorso era maculato, e le zampe sembravano quasi quelle di una tigre o di un grosso giaguaro. Tra le due zanne si agitava una lunga proboscide, e la bestia sembrava immortalata nell'atto di un barrito senza suoni. Gli occhi, piccoli e penetranti,sembravano fissare Emily dritta dritta in mezzo alla fronte, come quelli con cui un gatto fissa chiunque, anche il suo stesso padrone, quando cattura un topo e lo stringe avido tra gli artigli. Tra le zampe della bestia però, non un topo, bensì un uomo addormentato. Tutto intorno al mostro, il buio di una stanza, e pochi contorni indovinabili nell'ombra: un comodino, una sedia, una lampada spenta. Emily distolse lo sguardo dal quadro, e fece qualche passo ancora nello studio (Un rumore di passettini dalla gabbia: i piccoli suoni del corvo spezzavano a tratti un silenzio altrimenti un po' spaventoso, e in un certo modo Emily era  grata di questo al piccolo pennuto scuro).

Un grande tavolo stava nel mezzo della stanza, e sopra il tavolo una paio di grossi volumi aperti, diversi fogli disordinati e un piccolo posacenere colmo quasi per metà, con una pipa spenta appoggiata accanto. Oltre ai libri, alla pipa e al posacenere, sul tavolo vide il vaso che era stato portato nella stanza solo pochi giorni prima. La pianta era appassita, e quasi tutte le foglie erano sparite. Emily pensò che era un peccato: i fiori non avevano fatto in tempo a sbocciare, e la pianta una volta piaceva tanto alla mamma. Si avvicinò piano al tavolo, e attraversando la stanza vide diversi altri quadri appoggiati ai cavalletti. In uno, una strada di montagna si perdeva nella nebbia, il cielo era tutto grigio e degli uccelli volavano in lontananza; un altro dipinto raffigurava una nave a vapore, ma per ora era poco più che uno schizzo privo di colore sulla tela; un altro ancora le diede nuovamente un brivido: una mano ben curata, di un bambino o forse di una giovane donna, giaceva in una posa un po' innaturale su un tavolo di legno. Sopra il dorso della mano, un grosso ragno peloso, di quelli che si potevano vedere nelle illustrazioni dei libri sull'Africa, sembrava pronto a scattare. A Emily non piaceva, anche perché per come era dipinto sembrava di guardare stando nei panni del bambino con il ragno sulla mano. Si carezzò una mano con l'altra, sentendo ancora una volta una scarica correre lungo il filo della sua schiena, e poi guardò altrove. C'erano anche cose meno brutte, nei quadri e negli schizzi: cani da caccia, mele, persone eleganti, soldati, chiese, cieli, alberi, Gregor. Anche lei avrebbe voluto provare a dipingere qualcosa, ma papà diceva che era ancora troppo piccola per usare il pennello, e doveva accontentarsi di fare piccoli disegni stupidi.

Con la punta di un dito, toccò la punta marroncina di un pennello, ma il colore era già secco, e non si sporcò. Solo un po' di polvere beige le si posò sulla falange, e lei la strofinò via con noncuranza. Avanzò ancora, piano, e si trovò al cospetto del tavolo da lavoro. Non era abbastanza alta per poter sbirciare tra le pagine dei tomi da lì in basso, quindi si arrampicò sull'unica sedia, e ci si sistemò in ginocchio. Uno dei due libri era aperto sul disegno di una persona nuda, una signora bella ma seria, e con la testa senza capelli. Le pagine ingiallite erano vergate da linee nere, e sul disegno c'erano tanti numeri e parole strane, che per Emily, che non sapeva ancora leggere granché, non avevano alcun significato. Molte linee percorrevano il corpo ben proporzionato della figura. Sulla pagina a fianco, un ingrandimento del viso della signora del disegno precedente, ancora una volta pieno di numeri, simboli e linee. Emily sfogliò un po' di pagine, e in tutto il libro non trovò che immagini come questa: persone e linee, e numeri. L'altro libro sembrava ancora più noioso: era aperto su due facciate di fitti caratteri, e provando a sfogliare un pochino Emily non trovò altro che parole e parole e ancora parole.

Scese dalla sedia con un salto. In fondo allo studio, proprio accanto alla gabbia di Gregor e ad una seconda sedia di legno, vide una grande tela coperta da un lenzuolo bianco. Il quadro, appoggiato ad un cavalletto, era più grande di tutti gli altri dipinti nella stanza. Era alto quanto lei, e il fatto di poggiare sul cavalletto lo innalzava ulteriormente. Per Emily, da quel momento non ci furono più altri quadri, tavoli, corvi, vasi o gabbie, il resto dell'Universo sbiadì fino a diventare uno schizzo a matita. Esisteva soltanto il mistero del grande quadro celato dal telo bianco. Ora che era arrivata fin lì, ora che aveva sfidato la barriera della porta chiusa, la paura del mostro dipinto e del buio, non poteva certo fermarsi di fronte a quell'ultima barriera bianca e striminzita. A questo punto, per poter considerare esplorata quella stanza fino a poche ore prima inaccessibile e ora tanto normale, doveva ammirare l'ultimo dipinto. Avvicinò il poco che bastava la sedia alla tela, piazzandocela di fronte, e ci montò sopra. Con un respiro, afferrò un angolo del lenzuolo bianco, e lo scostò. Sulla tela, bella come se la ricordava, apparve sua madre.

In un bell'abito da sera bianco, da principessa delle fiabe, la mamma passeggiava lungo una stradina di campagna. Ali d'angelo, maestose e bianchissime, partivano dalla sua schiena. Vicino all'Angelo-Mamma, scorreva un fiume. Emily sentì una lacrima calda correrle lungo la guancia. La mamma era bellissima e sorridente: i biondi capelli ondulati, così simili ai suoi, le cadevano sulle spalle, il viso era di un bel rosa acceso, e il corpo sottile. Con la mano sinistra, reggeva un vaso, e nel vaso una pianta uguale a quella che viveva fino a pochi giorni fa, che alla mamma piaceva tanto e che ora Emily aveva visto appassita e spoglia sul tavolo dello studio. Il braccio destro era proteso verso la direzione verso cui correva lo sguardo della mamma, e l'impressione generale era che stesse accogliendo con un sorriso qualcuno. Il quadro non era finito, ma già Emily non riusciva a staccarne lo sguardo. Un lento fiume salato si faceva strada dagli occhi verdi della bambina. Ripensò a tante cose tutte assieme, e si lasciò cullare per un po' dalla tristezza, dai ricordi, da quel quadro così bello e dalla notte silenziosa. Dopo qualche minuto, e dopo aver rimesso tutto a posto, Emily si richiuse l'uscio alle spalle, e si avviò a rimettere la chiave dove l'aveva presa al piano di sotto.

Quando papà rincasò, Emily aveva la testa poggiata sul cuscino, e sognava le carezze perdute e la voce dolce di sua madre.

 

2. Ricordi

 

La mamma era volata in cielo l'estate precedente, in una pioggia di stelle cadenti. Mamma, papà ed Emily erano usciti proprio per vedere il cielo d'Agosto, e per riuscirci meglio papà aveva portato le sue signore fuori città, in uno spiazzo lungo una stradina di campagna accanto a un fiume, proprio come la stradina del quadro. Non ci sarebbero state case troppo alte a coprire la visuale, o lampioni a illuminare troppo il cielo, né altro: soltanto loro tre, il cielo e il fiume. Quel fiume che correva con un forte scroscio, quel fiume che lento ma inesorabile divorava gli argini e singhiozzava fanghiglia argillosa, in scie discontinue e perenni, da una sorgente lontana al mare profondo. Molto aveva piovuto nei giorni precedenti, quel cielo stellato era una fortuna. La mamma guardava forse l'Orsa Maggiore, forse il Sagittario dalla corda tesa verso la notte, forse ascoltava il battere d'ali lontano di Pegaso, nell'attimo in cui scivolò. Il volo del bellissimo Angelo non durò che un interminabile secondo: bastò un passo di troppo a farla rovinare goffamente verso quei sassi malamente sepolti nell'acqua torbida, verso le braccia ingorde della corrente sporca e veloce, e infine verso la morte.

 

Papà aveva gridato, aveva cercato di sporgersi, le aveva teso una mano, ma mamma non si era sporta a sua volta per raggiungere la sua presa. Il volto girato verso il fondo del fiume, come imbronciata in un angolo, mamma aveva ignorato il tentativo di papà. Forse si era addormentata prima di rendersene conto, laggiù nel fiume. Piangeva, papà, mentre si protendeva dall'argine, rischiando di rovinare a sua volta mentre Emily dopo un attimo di smarrimento strillava e strillava... Come nel brutto gioco di un prestigiatore, la sua mamma era sparita in un turbinante nulla fangoso.

Papà non seppe mai se sarebbe comunque stata inutile qualsiasi rianimazione, se a strapparla dalla vita fossero stati i litri di acqua nera ingoiata a forza o la secca testata sulle pietre. In alto, le stelle sfrecciavano indifferenti. Quando l'avevano finalmente riportata a riva (ma questo Emily non lo sapeva), mamma aveva gli occhi rossi e sbarrati, gli abiti laceri e sporchi ed era coperta di graffi, fango e detriti. I capelli erano una massa molliccia e lercia. Pesava come un sacco di carbone, anche a causa dell'acqua che le aveva riempito i polmoni, ed era fredda e viscida come un pesce.

La seppellirono in una bella giornata di sole. Le sarebbe piaciuta quella mattinata luminosa, forse soltanto un po' troppo afosa. Attorno, un abbraccio di volti grigi e abiti neri, animati dal segreto, vagamente immorale e inconfessabile conforto di quelli che a un funerale stringono la mano anziché sentirsela stringere. Limitandosi a prendere per vero soltanto ciò che si vede e si può toccare con mano, pare che i morti abbiano l'indiscutibile privilegio di non piangere. Povera Emily, e povero papà...

 

Passarono i giorni. Passarono le settimane. Passarono i mesi. Il mondo, impietosa macina di vite, continuava a girare e girare. Non si fermò ad ascoltare i pianti di papà, non si fermò a rimboccare le coperte a Emily, non tentò di consolarli mentre le cose cominciavano ad essere abitudinariamente grigie. Un grigio leggero, indifferente, una sfumatura annoiata e malinconica. Il grigio iniziò a spandersi la mattina del funerale, quasi prendendo vita dai completi eleganti dei signori e delle signore. Una macchia oleosa e densa, fredda di quel freddo umido e fastidioso delle giornate di Novembre, una macchia senza profumo né odore, un brusio senza colore né accento. L'erba si fece grigia, il sole si fece grigio, il budino caldo si raffreddò, divenne una poltiglia grigia e insapore. Papà usciva meno spesso, Emily non cantava mai.

I vicini smisero ben presto di mostrarsi eccessivamente dispiaciuti, ripresero le loro esistenze. Sotto i baffi bianchi o i capelli corvini, però, a Emily pareva che anche i loro volti si fossero tinti, senza rimedio, di un fosco colore grigio. Unica macchia di colore rimasta in fondo all'anima, tra ile poche memorie della bambina, mamma stessa andava via via sfumando.

Proprio così, fino a quella notte clandestina e breve il ricordo di Emily si lasciava irrispettosamente affievolire dalle giornate. Già era confuso, in certi sogni vaghi, il volto eternamente giovane della mamma, ed Emily senza capirlo ne era turbata. Dimenticanza: parola da imparare diversi anni dopo, minaccia già incombente sul cuore. Mamma andava già sbiadendosi, prima del bellissimo regalo di papà. Un regalo di cui Emily non aveva fatto parola con nessuno, nemmeno con papà stesso.

Forse lui avrebbe voluto attendere il compleanno di lei per mostrarle il quadro, forse un'imprecisata data futura, una di quelle insostenibili e vaghe ricorrenze da adulti. Il calendario non esiste per i bambini, esistono misteriose ricorrenze a cui pian piano ci si abitua: un giorno ti svegli e ti augurano Buon Natale, un giorno ti vestono di bianco e ti portano in una Chiesa fredda, un altro ancora ti portano in visita a qualche anziana parente odorosa di talco. Non esiste il domani, esiste soltanto un'impazienza insanabile. Emily non poteva aspettare quella data irraggiungibile: voleva rivedere il quadro, e lo voleva rivedere ora, ora che papà era di nuovo fuori, ora che la casa nuovamente taceva e la piccola candela traballava nella notte su e su per le scale, un passo dopo l'altro, schivando pericolosissimi ansimi e spifferi mortali in grado di spegnerla, evitando di versare anche una sola lacrima di cera calda sulla mano di Emily, la tedofora silenziosa. Giorni interi erano volati, per oltre una settimana il quadro era rimasto un segreto cucito in fondo all'impazienza della bambina. Non un accenno, non una parola di troppo. Tanti pensieri, tanti pensieri... Il quadro come sarà ora? Sarà bello, sarà cresciuto? Sarà finito? Passo dopo passo, Emily si avvicinò alla porta, passo dopo passo verso la grande tela e lo studio buio ma innocuo, verso la profonda gola nera e colma d'aria stantia, verso il tunnel che portava a quello spiraglio di colori, memoria, immagini.

La chiave trovò strada verso la toppa, entrò nella toppa, girò nella toppa. Maniglia abbassata piano, piano, con un cigolo sottile. La porta si aprì.

(Niente rumore di passettini nella gabbia... Niente gabbia? Gabbia vuota...)

Ancora una volta, la lampada ad olio consumò il suo pasto fugace e luminoso, ancora una volta si rischiarò lo studio, ancora una volta la strada fu aperta. Avanti, avanti, avanti, passi piccoli e felpati, piedi bianchi e delicati.

(Ignora i quadri appesi, ignora i libri, il tavolo, la stanza, la gabbia, il mondo...)

Eccolo lì, in fondo alla strada, il ritratto dell'angelo. Il cuore di Emily batteva, batteva, un brivido di trasgressiva felicità le corse lungo la schiena, facendole inclinare il collo sottile carico di riccioli per un istante. Sconosciuto, il piacere della trasgressione dormiva ancora tranquillo. Quell'incursione notturna però, quella seconda martellata sull'autorità di papà, l'aveva fatto sobbalzare nel sonno, con l'energia accumulata in giorni e giorni di attesa. Come una locomotiva ingorda di carbone, Emily aveva trattenuto a lungo lo sbuffo rovente di quel suo segreto, l'aveva trattenuto fin quasi a scoppiare. Pochi secondi ancora... La mano salì lenta, quasi esitante verso il telo bianco, ultima barriera tra Emily e il suo desiderio innocente. Le dita sottili lo afferrarono, assaporando il contatto, stringendo con la forza di un dio il bianco del telo e la sua debole resistenza.

Fece scivolare nuovamente il bianco confine tra i suoi occhi e il dipinto. Lo vide, se ne innamorò per la seconda volta. Una cascata di verde investiva lo sfondo del dipinto, foglie, i rami sottili dei salici, l'erba fresca e profumata. Emily rimirò il suo quadro con passione, ingorda come solo un bambino sa essere senza vergognarsene.

Tempo (Minuti? Ore? Secondi?) dopo, il telo bianco tornò a proteggere dal Mondo e dal Tempo il ritratto di sua madre. Un ritratto che Emily volle protendersi a baciare. Uscì con una lacrima già seccata sulla guancia.

Il quadro stava lì, al buio, celato dal suo scudo di lino bianco. Celati i suoi colori, celate le sue linee, celati i suoi dettagli. Uno, in particolare, ammiccava non visto dalla tela dipinta verso il buio, con occhio di volatile. Se Emily avesse guardato con attenzione, infatti, si sarebbe accorta delle penne lucide e nere, degli artigli sottili, ma implacabili nello stringersi con forza a quel ramo quasi nascosto, eppure così vicino al volto dell'Angelo. Illuminato dal radioso sole di quel sorriso, un po' in contrasto con la gioia artificiale e perduta della mamma, il corvo Gregor si beccava quasi distrattamente le ali ripiegate.


3. Riconciliazione

 

Papà non giocava più. Papà mangiava poco. Papà sorrideva stanco. Solitudine, malinconica solitudine in gocce pesanti e spesse, grondava giorno dopo giorno sugli appiattiti ricci color caramello. L'antica, millenaria tortura della goccia, la perenne nevicata dei fogli di calendario.

(Solo. L'ha lasciato solo in una notte di stelle cadenti, diventando in un attimo insensibile e immobile come una bambola vecchia...

Emily gioca tranquilla con una bambola di pezza. La bambola si chiama Josephine: è un nome francese. Josephine è una bambola molto educata e discreta. Trecce di lana, un vestitino a quadri.

Oltre il vetro della finestra, una marea arancione va levandosi all'orizzonte. Presto lo rivedrà.)

Il mondo è un vampiro. Dopo quella prima interminabile sorsata, il mattino del funerale, il Mondo insaziabile gli succhiò la vita di dentro, goccia dopo goccia. Vita, colore, sogni. Sangue. Svuotato di tutto. Niente da dipingere: i giorni granellavano via senza ispirazione alcuna, le ore sprecate scandite dalla pendola impassibile e odiosa. Le giornate si facevano sempre più grigie; sotto il sole spento l'erba non era più così verde. Il profumo del pane fresco e lo scroscio lontano del mare, l'acqua di colonia e la burrosa schiuma della birra scura: tutto sfumò. Un'incolore pozza di vomito grigio meditava pigra, incrostandosi sulla tavolozza e sull'umore. Papà cercò di spazzarla via con tante passate di spugna, una spugna imbevuta d'assenzio nel secchio profondo e laido delle bettole di porto, una spugna spinta dalla mano di innumerevoli nuovi amici sconosciuti e lerci, una spugna avida, pregna, traboccante liquore: goccia a goccia, bicchiere a bicchiere, la fata verde stendeva carezze brucianti sul suo palato, giù verso lo stomaco e il cuore, in profondità, mani di assurda pittura sulle pareti dell'anima, pennellate caotiche, linguate profonde e graffianti. La fata verde lappava pensiero su pensiero, facendoselo colare lungo il mento, assaporandolo lentamente, viscido e caldo, soppesandolo sulla lingua prima di farselo scendere in gola. Dalla pelle liscia color muschio diluito della fata, traspiravano visioni. Vetro su vetro, il fumante sudore della fata si univa a quello di papà, a formare un lago di notti assurde e giorni sfocati, testa battente e lingua spessa. Stomaco stretto come un pugno.

Avanti così, per dimenticare.

La bambina a casa dormiva, probabilmente. La madre dormiva di sicuro, a due metri di terra dalla vita. Questi e altri vaghi pensieri altalenavano al ritmo sbilenco delle gambe malferme, sottolineati dalla fiumana di monete con cui papà si pagava la nebbia.

Finché una volta, al tramontare della ragione, dal lago oscuro della notte emerse il Divoratore di Sogni.

Accadde senza preavviso, improvviso come un brivido autunnale. Un'osteria qualunque: abbandonato su una sedia, insensibile al vociare degli astanti, barba sfatta e bicchiere svuotato a metà, papà stava osservando il mondo sfumare. Di colpo un tremito gli si agitò dentro, un'ondata calda iniziò a battergli contro l'esofago. Si alzò rapido e barcollante, scostò una puttana per raggiungere la strada. Nell'uscire dalla porta, egli causò un riflesso.

La città era ribaltata: strade di fango e un fiume di polvere, un cielo splendente di stelle nere su prati in fiamme, dove uomini liquidi strisciavano ululando vocali roche, muovendosi con immonda velocità lungo Sackville Street, ombre meschine, orfani dimenticati del povero Re Parnell. Papà si guardò intorno, dimentico della nausea, la testa leggera richiamata all'ordine da un basso sibilo di alligatore. Tronfiamente piantato in mezzo alla strada, il Divoratore di Sogni succhiava avido dalla piena di viaggiatori liquidi. Papà rimase pietrificato a fissare l'abominevole basilisco. Era un grosso quadrupede, con due lunghi denti da elefante, il corpo simile a quello di un grande orso bruno, il dorso maculato. Le zampe sembravano quasi quelle di una tigre o di un grosso giaguaro, tra le due zanne si agitava una lunga proboscide. La bestia proruppe in un soffocato barrito. Gli occhi piccoli e penetranti, quasi felini, scrutavano famelici il sognatore. Scattò con furia bestiale. Papà si destò dal suo sogno.

Attorno, la bettola rumoreggiava indifferente. Si era svegliato, era tornato al suo mondo reale e concreto, tangibile e sicuro per quanto fosco. Il giorno seguente, impresse il sembiante del mostro su una tela pallida e silenziosa. Tuttavia, ciò non bastò a esiliarlo dai suoi sogni.

Tornò la notte successiva: al terzo o quarto bicchiere, centellinato tra una pipata e l'altra di un tabacco scuro come polvere da sparo, papà sentì la realtà del suo stomaco agitarsi ancora. Chiuse gli occhi, li riaprì in un altro mondo. Stavolta attorno a lui si agitava un vortice di ossa, un vento di cadaveri spezzati gli batteva il volto. Respirò la morte a pieni polmoni, esalò uno sbuffo di fumo dolciastro. Seduto sulla sua sedia di legno, incatenato alla sua sedia di legno, comodamente adagiato sulla sommità di una collina, imprigionato sulla sommità di una collina, poteva e doveva osservare in tutta tranquillità una vasta pianura. In questa pianura, battuti dalla tempesta di brandelli umani, soffocavano centinaia di conigli. Li vide morire uno a uno, mentre il Divoratore di Sogni, scodinzolando come un cane, si divertiva a scaraventarli qua e là come pupazzi, pupazzi di carne dalle ossa spezzate e gli occhi fissi; rivoli di sangue dalla bocca dei conigli e tutto attorno al ghigno della bestia. Quando il mostro si voltò a fissarlo, papà chiuse e aprì gli occhi, e si ritrovò dov'era prima, seduto a centellinare il suo bicchiere in una pioggia di note stonate e voci di ubriachi. A un battito di palpebre di distanza, ancora si trascinava l'eco di quella strage cullata dal vento.

Che sta succedendo?

Poco a poco, le visite della bestia divennero normalità. Ogni notte, ogni singola notte, il Divoratore di Sogni sopraggiungeva in una nuvola di disperazione. Ogni notte, donava un lascito di visioni da incubo. Ogni mattina, papà tracciava a matita schizzi veloci su fogli spiegazzati, e di questi schizzi molti divennero figure complete. Man mano che il disegno quotidiano prendeva forma, un pezzo di memoria dondolava fino a staccarsi e cadere nel vuoto, lasciandosi dietro una ferrosa scia di sangue, come un dente da latte.

Ebbe inizio il baratto della memoria: il ricordo del funerale diede vita a uno scheletrico cetaceo dal vitreo odio, intento a sradicare l'anima dal corpo a un intero equipaggio urlante in una notte di tempesta. Della mattinata in cui mamma era stata seppellita, non rimase che un vago accenno in fondo alla mente. Altre ossa: una parata di scheletri in divisa napoleonica prese il posto di tutte le poesie di Byron e Tennyson. Marciavano sotto una pioggia di cannonate, ghignando senza possibilità di scelta. Quel mattino, papà tentò lungamente (e invano) di ricordare certi versi a proposito di Venezia. Fu un inutile rimuginare, concluso ben presto con un'alzata di spalle. Prese il pennello e dipinse con cura quei dinamici cadaveri di pittura, sorseggiando vecchio whiskey nel buio del suo studio. E avanti così, avanti così: ogni canzone, ogni singola nota di pianoforte venne spazzata via da un vento putrido, mentre case diroccate sorgevano, e una nebbia di pestilenza si alzava da carcasse marcescenti di bambini pallidi. A occhi chiusi, l'artista vagabondava lungo i sentieri di innumerevoli mondi morenti, sempre accompagnato (o preceduto, o seguito, o guidato?) dal Divoratore di Sogni, e dal puzzo dei suoi massacri. Malati Universi scivolavano come petali sporchi, lasciandosi alle spalle scie di pittura portate dal pennello del pittore.

Rinunciando alla voce di nonna e al suo profumo discreto, papà si costruì un alto palazzo nero; non si poteva vederli osservando il dipinto, ma all'interno del palazzo abitavano oltre duecento bruchi neri e gonfi, con paffute facce di neonato e bei sorrisi stampati sul volto. La loro attività principale era ben presto diventata quella di stendere strisce appiccicose di succhi verdastri, muco colante lungo le pareti candide e su torte, pane, bicchieri, sedie... Il Divoratore spingeva contro il portone di legno scuro, le assi scricchiolavano, i bruchi indifesi stendevano ignari le loro scie odorose. Papà divenne un demiurgo instancabile: ben presto, con la misteriosa collaborazione della bestia, architettò un intero, veloce universo nero e villoso, grosso come un ragno venefico. Sui fogli candidi presero corpo tutte le sue visioni notturne. La mente andò svuotandosi assieme alle bottiglie, mentre le tele si riempivano di immagini tanto incredibili da poter provenire soltanto da qualche lontana realtà. Nessun problema a svuotare la mente, l'ispirazione non serviva più: bastava imprigionare sulla tela le visioni inviate dal Divoratore di Sogni. In cambio, la bestia pretendeva soltanto un lieve tributo: la dimenticanza.

Che problema c'era, per papà, a liberarsi dei ricordi, quando questi non erano che una massa urlante di deforme zavorra per l'anima? Tutto sembrava andare a meraviglia: barattare il perduto e inutile Paradiso del passato con l'interessante Inferno dalle mille tinte fosche del sogno. Nessun problema. Nessuno.

Finché un mattino, nell'albeggiante veglia che lo sorprese adagiato su un rivolo di pioggia e vomito, dal cielo nero dei suoi sogni atterrò la fredda consapevolezza dell'oblio imminente. Questo il suo ragionamento, lampante e perfetto come un lampo, inatteso eppure tanto semplice: freddo e viscido, squamoso e obeso, il Divoratore di Sogni si pasceva notte per notte, rotolandosi come un immondo suino nella fanghiglia dei suoi incubi, risucchiando luce dalla proboscide tozza e vomitando sangue nero e matasse di di visioni. Sibilante come un cesto di serpi, la bestia si nutriva dei suoi pensieri, il suo ingordo biascicare tritava e rimestava le memorie e le illusioni, le speranze e le preveggenze. Il Divoratore di Sogni si ingrassava a spese della mente tarlata di papà, trascinando nella sua tana umida di volta in volta un volto amico, una villa di campagna, un profumo primaverile. Fin qui, niente di male. Presto, però, papà avrebbe scordato mamma. Presto si sarebbe visto risucchiare via anche Emily. No. Questo non doveva succedere. Decise di salvarle dalla dimenticanza. Ma come? Come arrestare la macina di pensieri?

Provò a non dipingere: mondi su mondi gli sfilarono d'innanzi, scivolando rapidi verso la loro Apocalisse, e lui non ne prese nota. Non uno schizzo, non un accenno. Niente. Eppure, strisciando verso il loro pozzo nero, i mondi alieni si trascinavano dietro le sue memorie.

Provò a non sognare. Impossibile.

Provò a scacciare la bestia, addirittura, come avrebbe fatto con un randagio bastardo e affamato. Ci volle non poco coraggio. Coraggio inutile.

Che fare, che fare? Come mantenerle vive, reali, sue?

Una mattina, eccola lì la risposta alle sue domande: l'unica via possibile, sarebbe stata quella corretta. Ispirazione o meno, incubi o meno, colori o meno, papà era un pittore. Dunque avrebbe dipinto. Era stanco di dipingere, ma gli serviva un ultimo quadro. Ancora una volta, avrebbe fatto stridere le setole umide sulla tela, ancora una volta avrebbe odorato le tinte e l'aria del mattino. Una volta e poi basta, perché era stanco, tanto stanco... il suo ultimo quadro sarebbe stato per loro: nell'ultimo dipinto di papà, le sue signore avrebbero giocato eternamente a sfiorarsi, avrebbero sorriso per sempre, immutabili, con la compagnia di quello che in vita gli era piaciuto: una pianta profumata, un corvo finalmente libero dalle sue sbarre, una natura rigogliosa....

Un giorno però, senza preavviso, Gregor aveva iniziato a perdere piume. Non stava bene, Gregor. Per anni era stato un amico fidato, penne lucide, occhio di petrolio luccicante. Eppure, eccolo lì, nella sua gabbietta, a spiumarsi giorno dopo giorno. Anche mentre papà lo dipingeva non stava fermo un attimo; povero vecchio Gregor dal pessimo tempismo... decadesse pure Gregor, sarebbe stata la tela a imprigionarne la figura snella e perfetta. Un peccato, però, che si spiumasse il fidato compagno di quegli anni...

Terza, definitiva illuminazione, cullata come una penna nera dalla forza di gravità: per salvarle, per salvare il suo Paradiso dall'oscurità, papà avrebbe dovuto sì dipingerlo, ma quel Paradiso non sarebbe mai dovuto sfiorire. Mamma non era invecchiata in tutti quei mesi al buio umido della cassa. Gregor, che papà aveva scelto come compagno fidato per le sue donne, smise di invecchiare quella mattina.

(Solo. E' di nuovo solo la notte, e la casa è così buia... ora è buio intorno. Papà è fuori. Per la terza volta, Emily percorre le scale con una candela come unica, debole fonte di luce. Entra nello studio. Una strana zaffata le carezza il volto, un odore intenso. Silenzio.)

Accese come al solito la lampada ad olio, illuminando la stanza. Avanti, avanti, avanti, ormai sicura sui suoi passi. La mano volò come un corvo, strinse un bordo del panno con le dita bambine. Tirò. Vide se stessa.

Lungo la strada, immortalata sulla tela, Emily correva verso sua madre, bianche ali spiegate, ricci capelli mossi nello slancio. Pochi passi, e mamma l'avrebbe finalmente abbracciata ancora.

Dal suo ramo, dalla tela, il corvo Gregor la fissava, beccandosi quasi distrattamente le ali ripiegate.

(Solo. Una luce accesa al piano di sopra. Si chiude l'uscio alle spalle, passi silenziosi e stanchi lungo le scale. Si chiude un altro uscio alle spalle. Questo secondo richiudersi Emily lo sente, sente aprirsi e chiudersi la porta della stanza. Papà è tornato, papà è nello studio. Gregor, giù a terra, seminascosto da una pila di fogli e libri, è ridotto a un mucchio di carne e penne sporche. Il tanfo è insostenibile.)

Passo dopo passo, nel solenne silenzio della notte, papà raggiunse il fondo dello studio. Emily lo guardava un po' a disagio. Colta in flagrante. Forse papà l'avrebbe sgridata, forse si sarebbe arrabbiato. Il quadro stava lì, nudo. Di fronte al quadro, padre e figlia si osservarono per un momento interminabile.  Papà cadde in ginocchio, singhiozzando.

-Ho tanta paura...

Paura di perderla. Emily, sorpresa, fece ciò che il suo istinto comandava. Di colpo, la figlia divenne una madre. Fu donna, forse, per un secondo. Lo abbracciò, stringendo con le braccia sottili la testa china.

-Non devi aver paura papà... ci sono qui io.

Papà alzò lo sguardo bagnato. Occhi grandi e verdi. Occhi d'Irlanda. Sangue del suo sangue. Per sempre. Le mani si strinsero in una presa d'acciaio, le palpebre serrate a rendere più oscura la notte nella sua mente. Emily volò in Cielo sotto lo sguardo di sua madre, in una pioggia di lacrime calde. Per un attimo, tutto fu nero. Quell'attimo, durò per tutta l'Eternità.

Ed Emily rimase là, nel lento sbiadirsi della tela ruvida, eternamente correndo verso il caldo abbraccio di sua madre. Due angeli dalle ali incollate, un corvo nero e lucido a tener loro compagnia. Il mondo sembrò aver smesso di girare, per un po'. Immerso nella sua stanza buia, chiuso tra le pareti imbottite e sorvegliato da infermieri dai volti senza colore, papà lottò ogni notte per non dimenticarle mai. Ci riuscì? Non ci riuscì? Poco importa. Poco importa, perché anche se papà non l'aveva considerato né lo considerò mai (o forse non volle considerarlo) nell'istante esatto in cui l'ultima pennellata fu stesa sull'ampia, inutile tela dai colori preziosi, anche il quadro, come gli innumerevoli mondi dei suoi sogni tormentati, aveva iniziato a scivolare verso il domani. Verso la fine.

 

L'AUTORE DEL RACCONTO

Arturo Caissut - 25/12/1984 Monfalcone (Go)

Laureando in Ingegneria Elettronica Biomedica, indirizza attualmente la maggior parte dei propri sforzi letterari nella stesura del racconto online "L'Ultimo Diario di Francesco Ortis", benché non manchino soddisfazioni come la recente segnalazione da parte della giuria alla terza edizione del Premio Letterario dell'associazione culturale Effetto Notte. E' stato membro fondatore in veste di chitarrista e arrangiatore del progetto "IbrevIdIverbI", tributo alla musica italiana d'autore, con i cui componenti collabora al momento alla scrittura di uno spettacolo teatrale sulla figura di Fabrizio De André.
Appassionato di arti marziali tradizionali, è dedito allo studio del Budo classico giapponese.

 

GLI AUTORI DEI DISEGNI

Irene Sinicropi, di cui è visibile una galleria al seguente indirizzo: http://jaelle.deviantart.com
Alessandro Vona. La sua galleria la trovate qui :
http://cimet.deviantart.com