[Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Interviste]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]  
  [Vampiri]|[Segnalazioni]|[e-Book]|[Chi siamo]|[Cortometraggi]|[Link]  
 
ELENCO CONTATTI  

IMPORTANTE

Per inviare il vostro materiale, proporre scambio banner o per semplici informazioni scrivete a :

info@sognihorror.com

leleopc@gmail.com

REGOLAMENTO

 

 

 

LA CASA IN WOOD STREET

  

Peaceville, Stati Uniti. 1987.

È una calda giornata di inizio settembre, il sole è ancora acceso e splendente al centro di un cielo limpido, solcato solo da qualche rara candida nuvola mossa dal vento.

Patrick frena all’improvviso facendo stridere sull’asfalto asciutto le gomme della mountain bike, mentre questa si piega di traverso fermandosi a un metro dal marciapiede. Si volta e guarda Mat corrergli incontro sulla sua bicicletta a una decina di metri da lui, nel bel mezzo di Thomas Street, la via principale della ridente cittadina in cui vivono. Il fratellino ride a squarciagola e lo chiama per farsi aspettare, nella speranza che Patrick non si volti e parta come un lampo sulla sua scintillante Cannondale azzurra, lasciandolo di nuovo lì da solo.

A Patrick piace da matti fare quel gioco con Mat, gli piace vedere il sorriso di gioia stamparsi sul viso del fratellino ogni volta che riesce a raggiungerlo. Chissà se poi Mat sa che lui lo fa apposta e che non lo abbandonerebbe mai in mezzo alla strada tutto solo.

Patrick riparte per l’ennesima volta prima che Mat lo raggiunga, spingendo sui pedali e lanciando la bicicletta a tutta birra, lasciando indietro il fratellino di otto anni, ben più lento su quella bicicletta tanto piccola. Ecco che allora l’altro comincia a chiamarlo gridandogli di aspettarlo, di non scappare a quel modo. Poi, svoltato un incrocio qualche centinaio di metri più in là, Patrick si ferma e resta in attesa.

Durante questo caldo pomeriggio i due fratelli sono stati fuori per ore a correre e a giocare, e mamma si preoccuperebbe sul serio se non facessero ritorno a casa molto in fretta. “Sono le sei passate” pensa Patrick guardando frettolosamente l’orologio che porta al polso. Deve ancora completare alcuni esercizi di matematica e di certo l’indomani quella vecchia strega della signora Pinner gli farà passare le pene dell’inferno se non li vedrà tutti finiti e in ordine.

Da un pezzo passata la sessantina, così almeno la giudica Patrick, la Pinner può essere considerata a tutti gli effetti la peggior insegnante che uno studente possa trovare dietro a una cattedra. Tanto severa da sembrare paranoica, sfoggia in ogni occasione il suo pessimo carattere infliggendo ai poveri studenti castighi di una pesantezza insopportabile. Patrick ne sa qualcosa per esperienza personale.

È proprio ora di fare rientro a casa, mettersi sotto una doccia fresca e finire gli esercizi rimasti prima dell’ora di cena.

Il viso madido di sudore per la folle corsa e il respiro affannato per lo sforzo, Mat raggiunge il fratello maggiore davanti al negozio di generi alimentari del signor Redford. «Ti ho preso finalmente!» grida felice.

«Certo Mat, ma ora è meglio se torniamo a casa» risponde Patrick. «Oppure la mamma si arrabbierà parecchio».

Patrick si rimette a pedalare con calma sulla splendida Cannondale che il padre gli ha regalato due estati prima per il suo compleanno. Ricorda ancora quel pomeriggio di agosto, quando suo padre e sua madre gli hanno detto di andare in garage a prendere un paio di bibite da offrire agli zii e là, al posto della vecchia Ford dei genitori, ha trovato ad aspettarlo la scintillante bicicletta dei suoi sogni. Da allora non si separa mai da lei che lo porta ovunque, dalla scuola al parco e alle case degli amici.

«Dai, Patrick! Stiamo fuori ancora un po’» insiste Mat alle sue spalle, seguendolo. «Ti prego!»

Patrick non sembra voglia cedere alle lamentele del fratello e continua ad allontanarsi lungo Thomas Street senza rispondergli. Sa che è l’unico modo di comportarsi con Mat quando diventa troppo capriccioso ed è impossibile convincerlo a ragionare con le sole parole. Almeno in questo modo lo segue per non rimanere solo e così possono tornare assieme a casa, a due chilometri di distanza da dove si trovano.

Passano davanti alla scuola di Patrick, superano un paio di negozi solitari e svoltano a destra in Marvin Street. La strada in salita costringe i due bambini a rallentare l’andatura mentre si arrampicano su Temple Hill verso la parte alta della cittadina, dove si trova il quartiere residenziale e la loro abitazione.

Patrick lascia Marvin Street e prende Wood Street, adesso a un solo chilometro da casa, con a fianco un Mat oramai rassegnato alla conclusione di un pomeriggio di giochi. Patrick si volta verso di lui sorridendogli e si lancia verso l’ultimo tratto di strada.

 

Wood Street traccia il confine settentrionale della piccola cittadina di Peaceville, oggi non più di cinquecento abitanti, in calo anno dopo anno. Una piccola cittadina fondata sui valori americani, è solito dire il reverendo Hardy. Una cittadina vecchia e morente, sono invece soliti dire i giovani sempre più rari che ci abitano, speranzosi di andarsene in fretta da un posto che non ha altro da offrire se non un paio di squallidi bar e un cinema puzzolente che trasmette sempre gli stessi film.

Sul lato meridionale di Wood Street si affacciano numerose abitazioni a due piani, alcune nuove, altre ristrutturate di recente, con i loro bassi steccati di legno verniciati di bianco, i giardini all’inglese ben tenuti e i cani che scodinzolano e abbaiano dietro ai cancelli.

Dietro alle case, l’ampio terreno in declivio occupato dal prato della chiesa e da quello della scuola segna la fine di Temple Hill e l’inizio del centro cittadino con il cinema, i negozi e Thomas Street.

Sull’altro lato, Wood Street confina con una distesa di prati verdi punteggiati da qualche albero sparso. Ancora più in là si trovano i fitti boschi che per chilometri ricoprono le terre a nord di Peaceville, violati soltanto dall’Interstatale e da rare strade sterrate, tanto strette e malridotte da essere poco più che dei semplici sentieri.

Sul lato settentrionale di Wood Street, al centro di un lotto di terreno abbandonato da anni, infestato dagli alberi secchi e contorti e dalle erbacce, si trova un solo edificio. È un luogo evitato praticamente da tutti e nessuno o quasi trova piacevole rimanere a lungo nelle sue vicinanze, nemmeno alla luce del sole. Ha qualcosa di insolito, di sinistro, e incute una spiacevole sensazione di ansia, a volte perfino di timore o di esplicita paura.

Scura e tenebrosa, la grande casa in stile vittoriano sta in piedi da oltre due secoli. Per come tutti ricordano, perfino i più anziani, non viene abitata da decenni, né si conosce chi siano stati i proprietari. A dire la verità, nessuno se n’è mai interessato in alcun modo, quasi che parlare troppo di questo posto dimenticato non porti fortuna.

Nonostante ciò, l’antica dimora se ne sta ancora lì acquattata sulla bassa collina a osservare dall’alto la tranquilla cittadina sottostante, anno dopo anno, senza che nessuno abbia mai pensato di acquistarla o demolirla.

Corrono strane dicerie sulla vecchia e malmessa magione: che sia stregata, infestata dagli spiriti, oppure che vi siano morte delle persone e altre vi siano sparite all’interno per non uscirne più. Sembra che ogni abitante della città voglia aggiungere qualche macabro particolare ai molti già raccontati. Dato l’aspetto della villa abbandonata, non ci si stupisce più di tanto che sia così. Nessun bambino va a giocare nelle sue vicinanze e i cani e i gatti se ne tengono ben lontani. Perfino le coppiette in cerca di un po’ d’intimità non pensano neanche per un istante di entrarci. L’edificio decadente, memoria di un passato ormai lontano nel quale di Peaceville non vi era ancora traccia, sembra fatto appositamente per stimolare le più macabre e spaventose fantasie, come una bestia in agguato alla ricerca di prede da strappare al mondo che la circonda.

Molti anni fa un gruppo di giovani, forse sotto l’effetto di qualche bicchiere di troppo, una notte tentò di entrare nella costruzione dopo aver oltrepassato il grande cancello arrugginito e il giardino invaso dalle sterpaglie. Forse per dimostrare un po’ di coraggio, forse solo per prendersi gioco delle comuni dicerie che circolavano.

Secondo quanto venne in seguito raccontato dai ragazzi, uno di loro era riuscito a entrare nell’edificio dopo aver forzato una porta sul lato orientale, ormai marcia dopo anni di pioggia e intemperie. Gli amici erano rimasti ad aspettarlo nel vecchio giardino, ma passata più di mezz’ora e non vedendolo fare ritorno all’esterno, si erano messi a urlare e a chiamarlo, senza tuttavia che nessuno avesse avuto il coraggio di entrare a sua volta per cercarlo. Gli abitanti di Wood Street finirono per sentire gli schiamazzi e qualcuno decise di avvertire lo sceriffo.

Una volta giunto sul luogo e ascoltata la vicenda raccontatagli dai ragazzi, era entrato nella cadente abitazione per trovare il compagno scomparso, certo di ritrovarlo da qualche parte addormentato per la sbronza. Ma di lui non vi era traccia. Le ricerche della polizia furono infruttuose nonostante le continue perlustrazioni durate due giorni. L’enorme magione venne ispezionata in ogni angolo, ma nessun indizio suggerì dove potesse trovarsi il giovane.

Chi assistette alle ricerche racconta che furono portati anche un paio di cani da caccia, ma giura che le povere bestiole si opposero strenuamente a ogni tentativo di portarle all’interno della costruzione. Guaivano in preda a chissà quale terrore e continuavano a tirare i guinzagli, al punto di sfuggire ai poliziotti che li tenevano per essere poi ritrovati a un chilometro di distanza, tremanti e ancora impauriti.

 

Patrick ha ascoltato molte volte quella storia ma non vi ha mai prestato più di tanto attenzione. È convinto si tratti di una di quelle storielle inventate dai ragazzi più grandi per spaventare a morte una ragazzina troppo sensibile o un dodicenne credulone. Oppure qualche bambino come Mat.

Suo fratello prova una paura tremenda nei confronti di quella putrescente casa abbandonata. Ogni volta che ci passano davanti si mette a pedalare come un matto, sicuro che qualcosa uscirà per prenderlo e trascinarlo chissà dove.

Patrick proprio non capisce cosa possa avere di tanto strano una vecchia rovina come quella. A parte l’aspetto forse un po’ lugubre non è molto diversa dalle solite case dei film horror di serie B che ama guardare con i suoi amici.

Mat si volta per un istante in direzione della casa nera, per assicurarsi che nessun mostro stia uscendo a cercarlo. Accelera in sella alla sua bicicletta per allontanarsi alla svelta da quel brutto posto.

È Patrick a fermarsi per primo e a chiamarlo.

«Ehi Mat! Vieni qua un momento!» grida alle spalle del fratellino, ora sempre più lontano lungo Wood Steet.

Mat si ferma in mezzo alla carreggiata. Si volta a guardare il fratello e lo chiama, chiedendogli di fermarsi e tornare indietro. Sul volto gli compare un’espressione di paura. Adesso ha proprio una gran voglia di correre dritto a casa, via da lì.

Ma Patrick è ancora fermo davanti a quel cancello e lo chiama.

«No Patrick, per favore» dice il fratellino, «andiamo a casa. Non mi piace questo posto!»

«Ma se eri tu che volevi restare ancora in giro!» lo riprende Patrick, curioso di vedere come la prenderebbe Mat se gli chiedesse di entrare un momento nella vecchia casa.

In quell’istante Patrick intravede con la coda dell’occhio un movimento dietro a una delle finestre sbarrate della casa. O almeno così gli pare.

Come può esserci qualcuno là dentro? Forse un animale. Potrebbe trattarsi del gatto della signora Coy, quel paffuto persiano bianco che da un paio di giorni non si fa più vedere a casa sua. La loro vicina sembra davvero preoccupata per la sua assenza. Forse sarebbe il caso di dare un’occhiata alle finestre o anche solo al giardino attorno alla costruzione. Un’occhiata e via, dritti di corsa a casa dalla mamma che li sta già aspettando.

«Mat, tu aspettami qui davanti» ordina Patrick al fratellino, sapendo già come la prenderà. «Io vado dentro un momento per vedere una cosa.»

«No Patrick! Sei matto, no!» urla Mat visibilmente spaventato dalla situazione. «Dai andiamo a casa, ti prego! E’ tardi e poi là ci sono i mostri!»

Ecco di nuovo i discorsi sui mostri e tutte quelle cose. Forse non dovrebbe più far vedere a Mat i suoi film dell’orrore. È ancora piccolo e chissà quante strane idee si fa. Eppure a quell’età Patrick li guardava già e non gli è mai venuta paura di niente. A parte della signora Pinner, ma quella è tutta un’altra faccenda.

Patrick è deciso, non ha intenzione di farsi convincere dalle lagne di suo fratello.

«Non c’è nessun mostro in giro, Mat. Non esistono i mostri! Ci metto solo un minuto» dice scendendo dalla bicicletta. La poggia sul cavalletto e si avvicina al grande cancello d’ingresso. «Giusto il tempo di vedere una cosa e ritorno. Tu resta qui a guardarmi la bici.»

«Non andare, ti prego!» continua a insistere piagnucolando il fratellino.

Patrick non l’ascolta più. Sa che tanto non andrà via da solo, ma che rimarrà lì fuori ad aspettarlo e a guardargli la bicicletta.

Senza badare alle lamentele di Mat, Patrick osserva per la prima volta con attenzione il cancello: enorme, di ferro scuro e incrostato da decenni di ruggine, si apre tra i due bassi muri di cinta in pietra grezza che circondano il lotto su cui sorge la vecchia dimora. È alto più di tre metri, con punte acuminate simili a picche nella parte più alta. Non è chiuso da nessun catenaccio o lucchetto: i due battenti sono semplicemente accostati l’uno all’altro.

Il ragazzino prova a spingere il battente di destra per aprirsi un varco verso il retrostante giardino. Con un cigolio stridulo il cancello ruota sui cardini ormai deformati e arrugginiti, lasciando un varco di circa un metro, poi si blocca a causa dell’erba alta e incolta. Non sembra possibile spingerlo di più, ma per un ragazzino della taglia di Patrick è più che sufficiente.

Patrick passa attraverso il varco nella cancellata e si immobilizza. Osserva con attenzione il panorama che si presenta davanti ai suoi occhi, di certo inaspettato anche per un ragazzo coraggioso come lui.

I pochi alberi rimasti sono completamente secchi, forme contorte e deformi che sembrano scheletri protesi disperatamente verso il cielo. L’erba incolta è così alta da arrivare alla vita, di uno sgradevole colore tra il grigio e il giallo. Numerosi vecchi vasi di grandi dimensioni sono sparsi qua e là tra le erbacce, frantumati per i decenni di abbandono e incuria.

Patrick inizia ad avanzare lungo un sentiero di antiche lastre di ardesia che porta all’entrata dell’edificio. Vede spuntare dal terreno i resti di una vecchia vasca, simile a una fontana, solitaria in mezzo al nulla di un passato che oramai è svanito.

Dev’essere stato un luogo molto grazioso prima che un secolo di totale abbandono lo trasformasse così profondamente, fino a renderlo la macabra e grottesca parodia deforme di se stesso.

All’improvviso una radice che emerge fra le strette lastre che costituiscono i resti del viale d’accesso fa perdere l’equilibrio al ragazzino. Per un momento Patrick sembra danzare sull’erba, prima di ritrovare l’equilibrio e rimanere in piedi.

“Ancora qualche metro e torno indietro” pensa Patrick. Giusto il tempo di arrivare sotto una delle finestre per dare un’occhiata veloce all’interno. Non ha paura, ma non è in assoluto il luogo migliore dove trovarsi quando il sole comincia a calare sull’orizzonte.

Percorsa l’ultima decina di metri che lo separano dalla casa Patrick si ferma davanti al grande portone di legno scuro a due battenti, e osserva meglio l’edificio. Non vi è mai entrato prima d’ora. Non l’ha mai visto così da vicino. Questa volta sente nascere dentro un’emozione che sa riconoscere bene. L’ha provata altre volte, guardando un film horror particolarmente impressionante oppure in classe quando c’è la signora Pinner e lui sa di non aver fatto i compiti. L’ha sentita nelle vene e nello stomaco un anno prima, quando suo padre ha avuto un incidente d’auto ed è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale.

Patrick ha paura.

Non sa spiegarsi il perché, è qualcosa che sfugge al raziocinio, che non si può descrivere con le parole. Però la sente salire, lenta ma inesorabile. Sente il cuore battere più veloce nel petto, il respiro farsi irregolare, l’attenzione rivolta a ogni ombra e suono. “Forse è davvero maledetta” pensa. Forse hanno tutti ragione. Anche Mat, quel fifone di suo fratello.

La casa lo tiene in pugno, paralizzato a studiare ogni suo minimo particolare. La grande porta di legno massiccio mangiata dai tarli è marcita per la pioggia e il freddo, talmente scura da apparire nera nell’ora del tramonto. Patrick ne osserva attentamente i due battacchi di ferro a forma di fiore, arrugginiti e contorti. Guarda le quattro colonne in pietra che si trovano alle sue spalle e che delimitano il porticato rialzato della grande villa. Le finestre del piano terra sono difese da inferriate, anch’esse arrugginite e nere come la pece, magre e deformi. I vetri sono infranti, gli scuri marciti si sono staccati dai cardini e giacciono nell’erba sottostante. Perfino le pareti sono scure come tutto il resto, l’intonaco è scrostato e caduto a terra in grossi pezzi che mettono a nudo la grigia pietra sottostante, invasa dalle muffe. 

Più in alto, oltre un piano su cui si affacciano numerose finestre con gli scuri sbarrati, si vede un abbaino ovale, forse una delle finestre della soffitta. Simile a un occhio cieco e folle osserva immobile il giardino devastato che fronteggia la casa.

All’improvviso la morsa della paura abbandona Patrick, permettendogli di liberarsi dalle catene che lo tengono imprigionato a quella visione e girarsi per tornare verso Wood Street.

Mentre compie il primo passo verso i gradini che separano il piccolo portico dal giardino sente un rumore alle proprie spalle. Molto leggero, appena udibile, come se qualcosa fosse strisciato sul pavimento di pietra. Patrick si volta di scatto, soltanto per scoprire che la porta d’ingresso si è un po’ dischiusa, forse per effetto di una corrente d’aria. Una decina di centimetri al massimo.

Quella casa inizia a renderlo sempre più nervoso, ma la paura di un momento fa se n’è andata e ora è la forte curiosità che si fa sentire.

Accostandosi alla stretta apertura Patrick può scorgere l’interno della casa fiocamente illuminato. Dalle finestre coi vetri in frantumi entra abbastanza luce da rendere visibili senza troppe difficoltà le stanze al piano terreno.

Oltre l’ingresso, da quel poco che si riesce a osservare attraverso la sottile apertura, si trova un atrio di grandi dimensioni il cui spazio centrale è occupato da una scala in legno che si perde nell’oscurità e sale verso l’alto.

Il ragazzino spinge un po’ la porta per vedere meglio l’interno, decidendo di aprirla del tutto. Ora la grande sala d’ingresso è in buona parte esposta alla vista e ben illuminata dalla rossastra luce solare.

Il pavimento è costituito da assi di legno e coperto da un enorme tappeto divorato dalle tarme, il cui motivo è irriconoscibile tanto è sbiadito. A circa quattro metri dall’entrata si trova l’ampia scala in legno che conduce ai piani superiori. Sulle pareti di destra e di sinistra due porte si aprono verso altre stanze. Soltanto la porta di destra è spalancata e pare condurre in una sala da pranzo.

Patrick si fa strada all’interno della casa un passo dopo l’altro, anche se a momenti la paura torna a farsi sentire e lo costringe a lottare per non fuggire di corsa. Ma il desiderio di esplorare quel posto dimenticato è troppo forte. Avvicinandosi alla sala da pranzo nota che tutte le pareti sono anch’esse rivestite di legno, ormai gonfio per l’umidità.

Il silenzio è opprimente e totale, gli unici suoni sono l’eco dei passi sul pavimento e il rumore del proprio respiro. All’interno della villa il tempo pare essersi fermato.

La stanza in cui Patrick entra è in pessime condizioni, con il pavimento ricoperto dai cocci di vetro delle finestre e nel mezzo un grande tavolo circolare attorniato da numerose sedie, puzzolenti di legno marcio e bagnato. Anche la credenza sfondata sul fondo del salone emana lo stesso miasma. Piatti di porcellana caduti a terra in frantumi occupano lo spazio davanti alle ante divelte. Vicino alla credenza si trova un’altra porta aperta, e oltre la quale si vede solo l’oscurità di una stanza buia, probabilmente una piccola dispensa.

In quel momento un suono rompe il silenzio e Patrick sente  riemergere la paura, solo stavolta è molto più forte. Sente il sangue gelarsi nelle vene, il cuore bloccarsi nel petto, il respiro morirgli in gola. Qualcosa sta scendendo dalle scale. E sembra anche molto in fretta.

Patrick percepisce l’adrenalina inondargli il cervello e l’istinto prende il controllo di ogni suo gesto. Smette di ragionare in quel preciso momento e l’unica cosa che sa di dover fare è correre verso la porta della dispensa: la finestra è troppo alta e l’ingresso è troppo distante. Le scale sono tra lui e l’uscita. Non riuscirebbe mai a correre fuori.

Patrick si precipita disperato verso la dispensa chiudendosi alle spalle la piccola porta di legno, girando la chiave che trova per miracolo infilata nella serratura, barricandosi all’interno.

Quanto vorrebbe non essersi mai fermato e aver ascoltato le suppliche di Mat! Quanto vorrebbe essere già a casa, sotto la doccia a togliersi il calore di quel pomeriggio e delle corse in bici, con i compiti ad aspettarlo in camera e la madre di sotto  a preparare la cena! Invece è qui, chiuso in una stanza buia senza poter vedere niente, all’interno di una casa lontana dal resto del mondo, con quel rumore che non smette di avvicinarsi.

Patrick si domanda se in fondo ha davvero motivo di avere paura. Cerca di convincersi che forse è tutto un sogno, che è tutto nella sua testa. Vuole che sia un incubo e che finisca da un momento all’altro, svegliandosi sotto le lenzuola nel suo letto. Ma la speranza muore un attimo dopo quando sente di nuovo quel rumore… Potrebbero essere passi, ma il suono assomiglia più a qualcosa di bagnato e flaccido che sbatte ritmicamente sul pavimento. Come uno straccio fradicio lasciato cadere per terra.

Quelli non possono essere passi, per lo meno passi di una persona. Neppure di un animale. Patrick non ha mai ascoltato nulla di simile, è la cosa più terrificante che possa immaginare.

Cosa ancora peggiore, lui è chiuso lì dentro da solo, e adesso qualcosa sta cercando di aprire la porta. Sta cercando lui!

In quel momento di supremo orrore Patrick si ritrova a fare una cosa dimenticata da anni, un vecchio trucchetto che gli ha insegnato la mamma quando era molto piccolo. Serviva a mandare via le cose cattive, gli diceva. Chiude gli occhi e si tappa le orecchie, raggomitolato come un feto nell’angolo freddo dello sgabuzzino, e comincia a contare mentalmente. Uno, due, tre… Conta fino a trenta e si scopre le orecchie per ascoltare. Il rumore non c’è più. Solo il silenzio di poco prima.

D’istinto Patrick  apre gli occhi e il grido gli muore in gola. Vorrebbe urlare con tutto il fiato ma la visione è così inaspettata e terribile che dalle labbra non gli esce nemmeno un sibilo.

Perché ogni cosa attorno a lui è cambiata.

Patrick non è più nella dispensa. Non sa più nemmeno dov’è.

È tutto così diverso, così alieno.

In quel preciso istante si rende conto che è finita.

L'AUTORE DEL RACCONTO

 

Matteo Zapparelli

Sono nato a Verona il 29 gennaio del 1981, sotto il segno dell’Acquario, di cui condivido appieno il carattere fantasioso e sognatore, la curiosità, lo spirito d’avventura e la franchezza. Mi sono diplomato presso il Liceo Scientifico Galileo Galilei nel lontano  2000 e  sono riuscito a conquistarmi una laurea in Architettura al Politecnico di Milano. Oggi mi alterno tra la scrittura e il mio attuale lavoro: realizzatore di rendering  architettonici e tavole digitali per diversi studi di progettazione Abito a Verona e sono fidanzato dal 2003 con la mia ragazza, Elisa.

Nutro da sempre una grande passione per la lettura, la quale mi ha spinto a cimentarmi nella composizione di opere di narrativa e poesia, scoprendone il piacere. Ad oggi ho pubblicato solamente diverse liriche sulla rivista Inchiostro, anche se è quasi pronto il mio primo romanzo, intitolato Corner’s Church.

Amo gli animali, in particolare i gatti – sono uno di loro – e i cani. Mi appassionano le tecnologie in genere e in particolare i computer, i quali non smettono mai di esercitare un potente fascino su di me.

Ho deciso di dar vita a questo sito per uno scopo ben preciso: trasmettere quanto conosco sulla scrittura e sul mondo che gira attorno ad essa a coloro che desidereranno visitarne le pagine.

Credo che scrivere sia principalmente una questione di comunicazione. Di empatia. Senza un lettore, nessuno scrittore potrà mai dirsi tale. Per questo vi ringrazio con il cuore.

pagina ufficiale del libro


http://www.matteozapparelli.altervista.org/libri-dellautore/la-casa-in-wood-street-racconto-ebook