LA CASA IN WOOD STREET
Peaceville,
Stati Uniti. 1987.
È una calda giornata di inizio settembre, il sole è
ancora acceso e splendente al centro di un cielo
limpido, solcato solo da qualche rara candida nuvola
mossa dal vento.
Patrick frena all’improvviso facendo stridere
sull’asfalto asciutto le gomme della mountain bike,
mentre questa si piega di traverso fermandosi a un metro
dal marciapiede. Si volta e guarda Mat corrergli
incontro sulla sua bicicletta a una decina di metri da
lui, nel bel mezzo di Thomas Street, la via principale
della ridente cittadina in cui vivono. Il fratellino
ride a squarciagola e lo chiama per farsi aspettare,
nella speranza che Patrick non si volti e parta come un
lampo sulla sua scintillante Cannondale azzurra,
lasciandolo di nuovo lì da solo.
A Patrick piace da matti fare quel gioco con Mat, gli
piace vedere il sorriso di gioia stamparsi sul viso del
fratellino ogni volta che riesce a raggiungerlo. Chissà
se poi Mat sa che lui lo fa apposta e che non lo
abbandonerebbe mai in mezzo alla strada tutto solo.
Patrick riparte per l’ennesima volta prima che Mat lo
raggiunga, spingendo sui pedali e lanciando la
bicicletta a tutta birra, lasciando indietro il
fratellino di otto anni, ben più lento su quella
bicicletta tanto piccola. Ecco che allora l’altro
comincia a chiamarlo gridandogli di aspettarlo, di non
scappare a quel modo. Poi, svoltato un incrocio qualche
centinaio di metri più in là, Patrick si ferma e resta
in attesa.
Durante
questo caldo pomeriggio i due fratelli sono stati fuori
per ore a correre e a giocare, e mamma si preoccuperebbe
sul serio se non facessero ritorno a casa molto in
fretta. “Sono le sei passate” pensa Patrick guardando
frettolosamente l’orologio che porta al polso. Deve
ancora completare alcuni esercizi di matematica e di
certo l’indomani quella vecchia strega della signora
Pinner gli farà passare le pene dell’inferno se non li
vedrà tutti finiti e in ordine.
Da un
pezzo passata la sessantina, così almeno la giudica
Patrick, la Pinner può essere considerata a tutti gli
effetti la peggior insegnante che uno studente possa
trovare dietro a una cattedra. Tanto severa da sembrare
paranoica, sfoggia in ogni occasione il suo pessimo
carattere infliggendo ai poveri studenti castighi di una
pesantezza insopportabile. Patrick ne sa qualcosa per
esperienza personale.
È
proprio ora di fare rientro a casa, mettersi sotto una
doccia fresca e finire gli esercizi rimasti prima
dell’ora di cena.
Il viso
madido di sudore per la folle corsa e il respiro
affannato per lo sforzo, Mat raggiunge il fratello
maggiore davanti al negozio di generi alimentari del
signor Redford. «Ti ho preso finalmente!» grida felice.
«Certo
Mat, ma ora è meglio se torniamo a casa» risponde
Patrick. «Oppure la mamma si arrabbierà parecchio».
Patrick
si rimette a pedalare con calma sulla splendida
Cannondale che il padre gli ha regalato due estati prima
per il suo compleanno. Ricorda ancora quel pomeriggio di
agosto, quando suo padre e sua madre gli hanno detto di
andare in garage a prendere un paio di bibite da offrire
agli zii e là, al posto della vecchia Ford dei genitori,
ha trovato ad aspettarlo la scintillante bicicletta dei
suoi sogni. Da allora non si separa mai da lei che lo
porta ovunque, dalla scuola al parco e alle case degli
amici.
«Dai,
Patrick! Stiamo fuori ancora un po’» insiste Mat alle
sue spalle, seguendolo. «Ti prego!»
Patrick
non sembra voglia cedere alle lamentele del fratello e
continua ad allontanarsi lungo Thomas Street senza
rispondergli. Sa che è l’unico modo di comportarsi con
Mat quando diventa troppo capriccioso ed è impossibile
convincerlo a ragionare con le sole parole. Almeno in
questo modo lo segue per non rimanere solo e così
possono tornare assieme a casa, a due chilometri di
distanza da dove si trovano.
Passano
davanti alla scuola di Patrick, superano un paio di
negozi solitari e svoltano a destra in Marvin Street. La
strada in salita costringe i due bambini a rallentare
l’andatura mentre si arrampicano su Temple Hill verso la
parte alta della cittadina, dove si trova il quartiere
residenziale e la loro abitazione.
Patrick
lascia Marvin Street e prende Wood Street, adesso a un
solo chilometro da casa, con a fianco un Mat oramai
rassegnato alla conclusione di un pomeriggio di giochi.
Patrick si volta verso di lui sorridendogli e si lancia
verso l’ultimo tratto di strada.
Wood
Street traccia il confine settentrionale della piccola
cittadina di Peaceville, oggi non più di cinquecento
abitanti, in calo anno dopo anno. Una piccola cittadina
fondata sui valori americani, è solito dire il reverendo
Hardy. Una cittadina vecchia e morente, sono invece
soliti dire i giovani sempre più rari che ci abitano,
speranzosi di andarsene in fretta da un posto che non ha
altro da offrire se non un paio di squallidi bar e un
cinema puzzolente che trasmette sempre gli stessi film.
Sul
lato meridionale di Wood Street si affacciano numerose
abitazioni a due piani, alcune nuove, altre
ristrutturate di recente, con i loro bassi steccati di
legno verniciati di bianco, i giardini all’inglese ben
tenuti e i cani che scodinzolano e abbaiano dietro ai
cancelli.
Dietro
alle case, l’ampio terreno in declivio occupato dal
prato della chiesa e da quello della scuola segna la
fine di Temple Hill e l’inizio del centro cittadino con
il cinema, i negozi e Thomas Street.
Sull’altro lato, Wood Street confina con una distesa di
prati verdi punteggiati da qualche albero sparso. Ancora
più in là si trovano i fitti boschi che per chilometri
ricoprono le terre a nord di Peaceville, violati
soltanto dall’Interstatale e da rare strade sterrate,
tanto strette e malridotte da essere poco più che dei
semplici sentieri.
Sul
lato settentrionale di Wood Street, al centro di un
lotto di terreno abbandonato da anni, infestato dagli
alberi secchi e contorti e dalle erbacce, si trova un
solo edificio. È un luogo evitato praticamente da tutti
e nessuno o quasi trova piacevole rimanere a lungo nelle
sue vicinanze, nemmeno alla luce del sole. Ha qualcosa
di insolito, di sinistro, e incute una spiacevole
sensazione di ansia, a volte perfino di timore o di
esplicita paura.
Scura e
tenebrosa, la grande casa in stile vittoriano sta in
piedi da oltre due secoli. Per come tutti ricordano,
perfino i più anziani, non viene abitata da decenni, né
si conosce chi siano stati i proprietari. A dire la
verità, nessuno se n’è mai interessato in alcun modo,
quasi che parlare troppo di questo posto dimenticato non
porti fortuna.
Nonostante ciò, l’antica dimora se ne sta ancora lì
acquattata sulla bassa collina a osservare dall’alto la
tranquilla cittadina sottostante, anno dopo anno, senza
che nessuno abbia mai pensato di acquistarla o
demolirla.
Corrono
strane dicerie sulla vecchia e malmessa magione: che sia
stregata, infestata dagli spiriti, oppure che vi siano
morte delle persone e altre vi siano sparite all’interno
per non uscirne più. Sembra che ogni abitante della
città voglia aggiungere qualche macabro particolare ai
molti già raccontati. Dato l’aspetto della villa
abbandonata, non ci si stupisce più di tanto che sia
così. Nessun bambino va a giocare nelle sue vicinanze e
i cani e i gatti se ne tengono ben lontani. Perfino le
coppiette in cerca di un po’ d’intimità non pensano
neanche per un istante di entrarci. L’edificio
decadente, memoria di un passato ormai lontano nel quale
di Peaceville non vi era ancora traccia, sembra fatto
appositamente per stimolare le più macabre e spaventose
fantasie, come una bestia in agguato alla ricerca di
prede da strappare al mondo che la circonda.
Molti
anni fa un gruppo di giovani, forse sotto l’effetto di
qualche bicchiere di troppo, una notte tentò di entrare
nella costruzione dopo aver oltrepassato il grande
cancello arrugginito e il giardino invaso dalle
sterpaglie. Forse per dimostrare un po’ di coraggio,
forse solo per prendersi gioco delle comuni dicerie che
circolavano.
Secondo
quanto venne in seguito raccontato dai ragazzi, uno di
loro era riuscito a entrare nell’edificio dopo aver
forzato una porta sul lato orientale, ormai marcia dopo
anni di pioggia e intemperie. Gli amici erano rimasti ad
aspettarlo nel vecchio giardino, ma passata più di
mezz’ora e non vedendolo fare ritorno all’esterno, si
erano messi a urlare e a chiamarlo, senza tuttavia che
nessuno avesse avuto il coraggio di entrare a sua volta
per cercarlo. Gli abitanti di Wood Street finirono per
sentire gli schiamazzi e qualcuno decise di avvertire lo
sceriffo.
Una
volta giunto sul luogo e ascoltata la vicenda
raccontatagli dai ragazzi, era entrato nella cadente
abitazione per trovare il compagno scomparso, certo di
ritrovarlo da qualche parte addormentato per la sbronza.
Ma di lui non vi era traccia. Le ricerche della polizia
furono infruttuose nonostante le continue perlustrazioni
durate due giorni. L’enorme magione venne ispezionata in
ogni angolo, ma nessun indizio suggerì dove potesse
trovarsi il giovane.
Chi
assistette alle ricerche racconta che furono portati
anche un paio di cani da caccia, ma giura che le povere
bestiole si opposero strenuamente a ogni tentativo di
portarle all’interno della costruzione. Guaivano in
preda a chissà quale terrore e continuavano a tirare i
guinzagli, al punto di sfuggire ai poliziotti che li
tenevano per essere poi ritrovati a un chilometro di
distanza, tremanti e ancora impauriti.
Patrick
ha ascoltato molte volte quella storia ma non vi ha mai
prestato più di tanto attenzione. È convinto si tratti
di una di quelle storielle inventate dai ragazzi più
grandi per spaventare a morte una ragazzina troppo
sensibile o un dodicenne credulone. Oppure qualche
bambino come Mat.
Suo
fratello prova una paura tremenda nei confronti di
quella putrescente casa abbandonata. Ogni volta che ci
passano davanti si mette a pedalare come un matto,
sicuro che qualcosa uscirà per prenderlo e trascinarlo
chissà dove.
Patrick
proprio non capisce cosa possa avere di tanto strano una
vecchia rovina come quella. A parte l’aspetto forse un
po’ lugubre non è molto diversa dalle solite case dei
film horror di serie B che ama guardare con i suoi
amici.
Mat si
volta per un istante in direzione della casa nera, per
assicurarsi che nessun mostro stia uscendo a cercarlo.
Accelera in sella alla sua bicicletta per allontanarsi
alla svelta da quel brutto posto.
È
Patrick a fermarsi per primo e a chiamarlo.
«Ehi
Mat! Vieni qua un momento!» grida alle spalle del
fratellino, ora sempre più lontano lungo Wood Steet.
Mat si
ferma in mezzo alla carreggiata. Si volta a guardare il
fratello e lo chiama, chiedendogli di fermarsi e tornare
indietro. Sul volto gli compare un’espressione di paura.
Adesso ha proprio una gran voglia di correre dritto a
casa, via da lì.
Ma
Patrick è ancora fermo davanti a quel cancello e lo
chiama.
«No
Patrick, per favore» dice il fratellino, «andiamo a
casa. Non mi piace questo posto!»
«Ma se
eri tu che volevi restare ancora in giro!» lo riprende
Patrick, curioso di vedere come la prenderebbe Mat se
gli chiedesse di entrare un momento nella vecchia casa.
In
quell’istante Patrick intravede con la coda dell’occhio
un movimento dietro a una delle finestre sbarrate della
casa. O almeno così gli pare.
Come
può esserci qualcuno là dentro? Forse un animale.
Potrebbe trattarsi del gatto della signora Coy, quel
paffuto persiano bianco che da un paio di giorni non si
fa più vedere a casa sua. La loro vicina sembra davvero
preoccupata per la sua assenza. Forse sarebbe il caso di
dare un’occhiata alle finestre o anche solo al giardino
attorno alla costruzione. Un’occhiata e via, dritti di
corsa a casa dalla mamma che li sta già aspettando.
«Mat,
tu aspettami qui davanti» ordina Patrick al fratellino,
sapendo già come la prenderà. «Io vado dentro un momento
per vedere una cosa.»
«No
Patrick! Sei matto, no!» urla Mat visibilmente
spaventato dalla situazione. «Dai andiamo a casa, ti
prego! E’ tardi e poi là ci sono i mostri!»
Ecco di
nuovo i discorsi sui mostri e tutte quelle cose. Forse
non dovrebbe più far vedere a Mat i suoi film
dell’orrore. È ancora piccolo e chissà quante strane
idee si fa. Eppure a quell’età Patrick li guardava già e
non gli è mai venuta paura di niente. A parte della
signora Pinner, ma quella è tutta un’altra faccenda.
Patrick
è deciso, non ha intenzione di farsi convincere dalle
lagne di suo fratello.
«Non
c’è nessun mostro in giro, Mat. Non esistono i mostri!
Ci metto solo un minuto» dice scendendo dalla
bicicletta. La poggia sul cavalletto e si avvicina al
grande cancello d’ingresso. «Giusto il tempo di vedere
una cosa e ritorno. Tu resta qui a guardarmi la bici.»
«Non
andare, ti prego!» continua a insistere piagnucolando il
fratellino.
Patrick
non l’ascolta più. Sa che tanto non andrà via da solo,
ma che rimarrà lì fuori ad aspettarlo e a guardargli la
bicicletta.
Senza
badare alle lamentele di Mat, Patrick osserva per la
prima volta con attenzione il cancello: enorme, di ferro
scuro e incrostato da decenni di ruggine, si apre tra i
due bassi muri di cinta in pietra grezza che circondano
il lotto su cui sorge la vecchia dimora. È alto più di
tre metri, con punte acuminate simili a picche nella
parte più alta. Non è chiuso da nessun catenaccio o
lucchetto: i due battenti sono semplicemente accostati
l’uno all’altro.
Il
ragazzino prova a spingere il battente di destra per
aprirsi un varco verso il retrostante giardino. Con un
cigolio stridulo il cancello ruota sui cardini ormai
deformati e arrugginiti, lasciando un varco di circa un
metro, poi si blocca a causa dell’erba alta e incolta.
Non sembra possibile spingerlo di più, ma per un
ragazzino della taglia di Patrick è più che sufficiente.
Patrick
passa attraverso il varco nella cancellata e si
immobilizza. Osserva con attenzione il panorama che si
presenta davanti ai suoi occhi, di certo inaspettato
anche per un ragazzo coraggioso come lui.
I pochi
alberi rimasti sono completamente secchi, forme contorte
e deformi che sembrano scheletri protesi disperatamente
verso il cielo. L’erba incolta è così alta da arrivare
alla vita, di uno sgradevole colore tra il grigio e il
giallo. Numerosi vecchi vasi di grandi dimensioni sono
sparsi qua e là tra le erbacce, frantumati per i decenni
di abbandono e incuria.
Patrick
inizia ad avanzare lungo un sentiero di antiche lastre
di ardesia che porta all’entrata dell’edificio. Vede
spuntare dal terreno i resti di una vecchia vasca,
simile a una fontana, solitaria in mezzo al nulla di un
passato che oramai è svanito.
Dev’essere
stato un luogo molto grazioso prima che un secolo di
totale abbandono lo trasformasse così profondamente,
fino a renderlo la macabra e grottesca parodia deforme
di se stesso.
All’improvviso una radice che emerge fra le strette
lastre che costituiscono i resti del viale d’accesso fa
perdere l’equilibrio al ragazzino. Per un momento
Patrick sembra danzare sull’erba, prima di ritrovare
l’equilibrio e rimanere in piedi.
“Ancora
qualche metro e torno indietro” pensa Patrick. Giusto il
tempo di arrivare sotto una delle finestre per dare
un’occhiata veloce all’interno. Non ha paura, ma non è
in assoluto il luogo migliore dove trovarsi quando il
sole comincia a calare sull’orizzonte.
Percorsa l’ultima decina di metri che lo separano dalla
casa Patrick si ferma davanti al grande portone di legno
scuro a due battenti, e osserva meglio l’edificio. Non
vi è mai entrato prima d’ora. Non l’ha mai visto così da
vicino. Questa volta sente nascere dentro un’emozione
che sa riconoscere bene. L’ha provata altre volte,
guardando un film horror particolarmente impressionante
oppure in classe quando c’è la signora Pinner e lui sa
di non aver fatto i compiti. L’ha sentita nelle vene e
nello stomaco un anno prima, quando suo padre ha avuto
un incidente d’auto ed è stato ricoverato d’urgenza
all’ospedale.
Patrick
ha paura.
Non sa
spiegarsi il perché, è qualcosa che sfugge al
raziocinio, che non si può descrivere con le parole.
Però la sente salire, lenta ma inesorabile. Sente il
cuore battere più veloce nel petto, il respiro farsi
irregolare, l’attenzione rivolta a ogni ombra e suono.
“Forse è davvero maledetta” pensa. Forse hanno tutti
ragione. Anche Mat, quel fifone di suo fratello.
La casa
lo tiene in pugno, paralizzato a studiare ogni suo
minimo particolare. La grande porta di legno massiccio
mangiata dai tarli è marcita per la pioggia e il freddo,
talmente scura da apparire nera nell’ora del tramonto.
Patrick ne osserva attentamente i due battacchi di ferro
a forma di fiore, arrugginiti e contorti. Guarda le
quattro colonne in pietra che si trovano alle sue spalle
e che delimitano il porticato rialzato della grande
villa. Le finestre del piano terra sono difese da
inferriate, anch’esse arrugginite e nere come la pece,
magre e deformi. I vetri sono infranti, gli scuri
marciti si sono staccati dai cardini e giacciono
nell’erba sottostante. Perfino le pareti sono scure come
tutto il resto, l’intonaco è scrostato e caduto a terra
in grossi pezzi che mettono a nudo la grigia pietra
sottostante, invasa dalle muffe.
Più in
alto, oltre un piano su cui si affacciano numerose
finestre con gli scuri sbarrati, si vede un abbaino
ovale, forse una delle finestre della soffitta. Simile a
un occhio cieco e folle osserva immobile il giardino
devastato che fronteggia la casa.
All’improvviso la morsa della paura abbandona Patrick,
permettendogli di liberarsi dalle catene che lo tengono
imprigionato a quella visione e girarsi per tornare
verso Wood Street.
Mentre
compie il primo passo verso i gradini che separano il
piccolo portico dal giardino sente un rumore alle
proprie spalle. Molto leggero, appena udibile, come se
qualcosa fosse strisciato sul pavimento di pietra.
Patrick si volta di scatto, soltanto per scoprire che la
porta d’ingresso si è un po’ dischiusa, forse per
effetto di una corrente d’aria. Una decina di centimetri
al massimo.
Quella
casa inizia a renderlo sempre più nervoso, ma la paura
di un momento fa se n’è andata e ora è la forte
curiosità che si fa sentire.
Accostandosi alla stretta apertura Patrick può scorgere
l’interno della casa fiocamente illuminato. Dalle
finestre coi vetri in frantumi entra abbastanza luce da
rendere visibili senza troppe difficoltà le stanze al
piano terreno.
Oltre
l’ingresso, da quel poco che si riesce a osservare
attraverso la sottile apertura, si trova un atrio di
grandi dimensioni il cui spazio centrale è occupato da
una scala in legno che si perde nell’oscurità e sale
verso l’alto.
Il
ragazzino spinge un po’ la porta per vedere meglio
l’interno, decidendo di aprirla del tutto. Ora la grande
sala d’ingresso è in buona parte esposta alla vista e
ben illuminata dalla rossastra luce solare.
Il
pavimento è costituito da assi di legno e coperto da un
enorme tappeto divorato dalle tarme, il cui motivo è
irriconoscibile tanto è sbiadito. A circa quattro metri
dall’entrata si trova l’ampia scala in legno che conduce
ai piani superiori. Sulle pareti di destra e di sinistra
due porte si aprono verso altre stanze. Soltanto la
porta di destra è spalancata e pare condurre in una sala
da pranzo.
Patrick
si fa strada all’interno della casa un passo dopo
l’altro, anche se a momenti la paura torna a farsi
sentire e lo costringe a lottare per non fuggire di
corsa. Ma il desiderio di esplorare quel posto
dimenticato è troppo forte. Avvicinandosi alla sala da
pranzo nota che tutte le pareti sono anch’esse rivestite
di legno, ormai gonfio per l’umidità.
Il
silenzio è opprimente e totale, gli unici suoni sono
l’eco dei passi sul pavimento e il rumore del proprio
respiro. All’interno della villa il tempo pare essersi
fermato.
La
stanza in cui Patrick entra è in pessime condizioni, con
il pavimento ricoperto dai cocci di vetro delle finestre
e nel mezzo un grande tavolo circolare attorniato da
numerose sedie, puzzolenti di legno marcio e bagnato.
Anche la credenza sfondata sul fondo del salone emana lo
stesso miasma. Piatti di porcellana caduti a terra in
frantumi occupano lo spazio davanti alle ante divelte.
Vicino alla credenza si trova un’altra porta aperta, e
oltre la quale si vede solo l’oscurità di una stanza
buia, probabilmente una piccola dispensa.
In quel
momento un suono rompe il silenzio e Patrick sente
riemergere la paura, solo stavolta è molto più forte.
Sente il sangue gelarsi nelle vene, il cuore bloccarsi
nel petto, il respiro morirgli in gola. Qualcosa sta
scendendo dalle scale. E sembra anche molto in fretta.
Patrick
percepisce l’adrenalina inondargli il cervello e
l’istinto prende il controllo di ogni suo gesto. Smette
di ragionare in quel preciso momento e l’unica cosa che
sa di dover fare è correre verso la porta della
dispensa: la finestra è troppo alta e l’ingresso è
troppo distante. Le scale sono tra lui e l’uscita. Non
riuscirebbe mai a correre fuori.
Patrick
si precipita disperato verso la dispensa chiudendosi
alle spalle la piccola porta di legno, girando la chiave
che trova per miracolo infilata nella serratura,
barricandosi all’interno.
Quanto
vorrebbe non essersi mai fermato e aver ascoltato le
suppliche di Mat! Quanto vorrebbe essere già a casa,
sotto la doccia a togliersi il calore di quel pomeriggio
e delle corse in bici, con i compiti ad aspettarlo in
camera e la madre di sotto a preparare la cena! Invece
è qui, chiuso in una stanza buia senza poter vedere
niente, all’interno di una casa lontana dal resto del
mondo, con quel rumore che non smette di
avvicinarsi.
Patrick
si domanda se in fondo ha davvero motivo di avere paura.
Cerca di convincersi che forse è tutto un sogno, che è
tutto nella sua testa. Vuole che sia un incubo e che
finisca da un momento all’altro, svegliandosi sotto le
lenzuola nel suo letto. Ma la speranza muore un attimo
dopo quando sente di nuovo quel rumore… Potrebbero
essere passi, ma il suono assomiglia più a qualcosa di
bagnato e flaccido che sbatte ritmicamente sul
pavimento. Come uno straccio fradicio lasciato cadere
per terra.
Quelli
non possono essere passi, per lo meno passi di una
persona. Neppure di un animale. Patrick non ha mai
ascoltato nulla di simile, è la cosa più terrificante
che possa immaginare.
Cosa
ancora peggiore, lui è chiuso lì dentro da solo, e
adesso qualcosa sta cercando di aprire la porta.
Sta cercando lui!
In quel
momento di supremo orrore Patrick si ritrova a fare una
cosa dimenticata da anni, un vecchio trucchetto che gli
ha insegnato la mamma quando era molto piccolo. Serviva
a mandare via le cose cattive, gli diceva. Chiude gli
occhi e si tappa le orecchie, raggomitolato come un feto
nell’angolo freddo dello sgabuzzino, e comincia a
contare mentalmente. Uno, due, tre… Conta fino a trenta
e si scopre le orecchie per ascoltare. Il rumore non c’è
più. Solo il silenzio di poco prima.
D’istinto Patrick apre gli occhi e il grido gli muore
in gola. Vorrebbe urlare con tutto il fiato ma la
visione è così inaspettata e terribile che dalle labbra
non gli esce nemmeno un sibilo.
Perché
ogni cosa attorno a lui è cambiata.
Patrick
non è più nella dispensa. Non sa più nemmeno dov’è.
È tutto
così diverso, così alieno.
In quel
preciso istante si rende conto che è finita.