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LA PIETRA DEL MALE

  

Albeggia sulla contea di Grays Harbor, la temperatura è fresca ma è un preludio ad una giornata tiepida, tipicamente primaverile. Il cielo rossastro emerge dai monti, duellando con l’oscurità della notte per pretendere il suo spazio.

Un agente della guardia forestale, tal William Webster detto Bill, stava perlustrando con la sua jeep l’area intorno alla Cittadina di Montesano. Era stata una giornata faticosa per Bill: quell’idiota del figlio del suo vicino gli aveva spaccato il vetro di una finestra con una palla da baseball. “Prima o poi lo ammazzò” mormorò tra i denti. Ma Bill aveva anche la tempra del leale ed onesto, ma duro, uomo di legge.

Il turno di notte (a cui il capitano lo aveva condannato per un alterco) era ormai finito, poteva quindi rilassarsi, fermandosi con la macchina ad osservare l’alba che emergeva dalle tenebre, fumando un paio delle sue palm all blu che portava sempre con sé.

“Cavolo, dovrei smettere con queste schifezze.”. Erano anni che tentava di liberarsi del viziaccio del fumo, ma ogni volta non riusciva mai a portare a termine questo suo desiderio. L’aveva promesso tantissime volte a Katy, sua ex-moglie; il loro matrimonio era finito proprio per quest’aspetto del carattere di Bill. Era irreprensibile sul lavoro, ma nella vita privata raramente portava a termine qualcosa…ed alla fine anche il suo matrimonio (che era iniziato come una favola) finì nel nulla.

Rimase estasiato (come sempre capitava) nell’osservare il color purpureo del cielo, rapito da sogni di una vita che desiderava ma che non poteva vivere, inchiodato com’era nella sua carriera di guardia forestale. Tirò le ultime boccate della sigaretta con amarezza.

Rialzò lo sguardo di scatto: sul cofano dell’auto c’era uno scoiattolo che lo fissava. Non aveva idea di come ci fosse finito, ma si rese conto immediatamente della stranezza di quell’animale. Era immobile, sembrava non respirasse; lo fissava direttamente negli occhi. Bill, all’inizio era divertito da quest’incontro bizzarro, ma poi cominciò a sentirsi a disagio per la stranezza di quell’animale che sembrava una statua di cera. La cenere della sigaretta gli cadde sulla camicia, “Cazzo” esclamò rabbioso. Riportò subito gli occhi al cofano ma lo strano animaletto non c’era più. Sparito.

Bill si mise a ridere nervosamente, era stato un’incontro strano anche per lui che ne aveva visti migliaia di scoiattoli.

Decise di tornare a casa. Mentre girava le chiavi per avviare il motore, un rumore fortissimo lo fece sobbalzare, i vetri del parabrezza in frantumi gli caddero addosso furiosamente ferendolo sulla guancia sinistra. Ripresosi dallo shock, con la faccia sanguinante, scese dall’auto per riprendersi dallo spavento. Qualcosa aveva scassato il vetro.

Guardò nell’abitacolo, e vide sul suo sedile una pietra, un po’ più grande di un pugno, con un colore molto particolare, un misto tra il grigio ed un azzurro acceso. Non aveva mai visto niente del genere.  Si rese però conto che quella strana pietra- “Da dove diavolo viene?” -gli piaceva; aveva un fascino molto particolare. Gli piaceva talmente tanto che, nonostante l’arrabbiatura per l’auto, si sentiva felice per quello che era successo, quella pietra era troppo bella. Decise di portarla a casa con sé per metterla sul comodino vicino al letto.

Così fece. Rientrato nella sua piccola villetta, si spogliò e si stese sul letto, tenendo tra le mani quella meravigliosa pietra.

Ne era come rapito, continuava a fissarla intensamente ma non capiva il motivo per cui perseguiva nel fissare quel piccolo pezzo di roccia.

 

Da una settimana ormai Bill non andava a lavoro. Aveva telefonato più volte in centrale: diceva di essere malato, di avere una forte influenza e non poteva muoversi da casa.

Al capitano Dees la cosa non andava giù; i rapporti tra i due erano tesi già da un po’ di tempo. Il motivo era chiaro: due anni dopo il divorzio, il capitano Dees aveva iniziato una relazione con Katy, l’ex moglie di Bill che non la prese certo bene, ma doveva comunque ingoiare il rospo dato che quello era il suo diretto superiore. Non era il caso, per Bill, di dar prova della sua gelosia se non voleva dare al capitano un pretesto per sbatterlo fuori dalla guardia forestale.

“Sono tutte stronzate, sta facendo una bella vacanza.” Dees ne era sicuro che Bill stesse mentendo, che non andasse a lavoro per rimanere a casa in panciolle.

«Harry, io vado da Bill. Se succede qualcosa chiamami via radio. ».

Girando l’angolo, sgommò davanti il vialetto della casa di Bill. Voleva fare un ingresso da duro, voleva intimorire il suo febbricitante agente.

Si avvicinò alla porta con passo spedito.

«Forza Webster, apri questa porta. Non fare l’idiota.».

Dopo un paio di secondi di nulla, la serratura scattò, la porta si aprì a metà. Il viso di Bill spuntò fuori. Era in vestaglia, aveva una faccia come chi non dorme da dieci giorni: barba lunga, occhiaie, sguardo perso nel vuoto.

«Oh, salve…capitano…come mai qui a casa mia?».

«E’ da una settimana che non vieni a lavoro, Webster.» a muso duro Dees, per serbare la sua autorità «Non mi importa un accidente se hai l’influenza: per me puoi anche avere la peste bubbonica. Per quel che me ne frega…ma ora ho bisogno che tu venga in ufficio, c’è un sacco di lavoro da fare e non posso lasciar tutto ad Harry. Perciò muoviti, metti la divisa. Ti aspetto qui fuori. Sbrigati!» la sua voce era simile ad un tiranno che ordina, sapendo bene che chi gli stava di fronte non poteva in nessun modo controbattere.

Era meglio telefonare a Katy, la sua voce dolce avrebbe alleviato, almeno per un po’, lo stress del capitano Richard Dees.

Doveva essere al centro commerciale a far compere, doveva prendere le cose che le servivano per fare una cenetta coi fiocchi a lume di candela. La loro storia, nata sulle ceneri del matrimonio di lei con Bill, andava a gonfie vele, litigavano di rado e solo per stupidaggini. Richard aveva già deciso di sposarla, aspettava solo il momento per chiederglielo. La cenetta romantica poteva essere una buona occasione.

“Strano” rimuginò Dees “il cellulare di Katy è spento.”. Questo era molto strano. Katy non chiudeva mai il telefonino, ed anzi odiava chi lo spegneva –“ che senso ha tenere un cellulare se poi lo chiudi? “- ed era sempre attenta perché avesse la batteria sempre carica.

Era davvero strano. Dees scorse la rubrica per telefonare a Claudia, la sorella maggiore di Katy. Dovevano andare insieme a far acquisti. Lei rispose subito, ma disse che non aveva visto Katy, né l’aveva sentita. Anche lei aveva provato a telefonarle, e non sapeva dove potesse essere.

“Dove cavolo è?” iniziò a preoccuparsi.

Mentre pensava, lo sguardo gli cadde sulla casa di Bill. Bill e Katy avevano avuto duri contrasti negli ultimi giorni del loro matrimonio, si erano lasciati davvero in malo modo. E poi Webster era apparso strano alla porta. Da una settimana non andava a lavoro.

“Oh Cristo!” un orrendo sospetto gli girava nella mente. E se l’avesse presa lui Katy?

La porta era rimasta socchiusa, entrò senza far rumore. C’era un odore strano in quella casa: sembrava un misto tra sporcizia (visibile anche all’occhio) e qualcos’altro…già, ma cosa?

Guardò in soggiorno, nelle varie stanze…non c’era niente, la cosa più strana è che non c’era neanche Bill. Dove diavolo era?

Sentiva dei rumori strani, come un canto che proveniva da lontano, ma al tempo stesso era maledettamente vicino.

“La cantina.” corse alla porta, scese rapidamente le luride scale.

Ciò che vide rasentava l’orrore e la follia: Bill, con in mano un’ascia insanguinata, che teneva nella mano sinistra una strana pietra, guardandola come se fosse una divinità, stava al centro della stanza. C’erano pezzi di cadavere ovunque: una testa (la signora Palin, scomparsa da un paio di giorni) e poi una mano, delle gambe, un qualcosa che sembrava un cuore. Uno spettacolo orrendo.

Tirò fuori la pistola d’ordinanza dalla fondina; la mano di Dees tremava per lo shock.

«Fermo, stai fermo lurido pazzo. Dov’è Katy? Dimmelo stronzo maniaco, lo so che l’hai presa tu. Dov’è?» Bill si girò distrattamente, quasi come se non si rendesse conto di niente, e con uno sguardo candido osservò Dees. Con una voce delicata disse:

«Lo so, capitano. Ho fatto tardi. Tra un paio di minuti sarò pronto per andare a lavoro. Ora mi lasci ammirare questa meraviglia per un ultima volta.» doveva aver perso completamente il senno «Guardi, non è bellissima? L’ho trovata nel bosco…mi è caduta dal cielo…è un segno di Dio.».

«Dov’è Katy?».

«Katy? Chi è Katy? Ah si, Katy…la nostra Katy…l’ho invitata qui a godere della vista di questa straordinaria pietra…le è piaciuta molto, lo sa capitano?».

«Dov’èèè?» urlò con tutto se stesso Dees.

«Oh, è lì, sta bene…ora sta veramente bene. Non le pare, capitano?».

Nel fondo della stanza c’era un qualcosa che sembrava una mistura di organi, carne, sangue, budella…uno scempio inimmaginabile. C’era anche un anello, coperto di sangue. Era quello che Dees aveva regalato a Katy per il loro primo anniversario.

Quel putrido ammasso di carne ed organi era Katy. Dees vomitò a terra, si sentiva male, ma era anche travolto dalla collera. Puntò la pistola verso Bill.

«Ha visto capitano? Katy ora sta bene…veramente bene.».

«Perché l’hai fatto, lurido cane? Perchèèè?» sbraitò Dees con rabbia e disperazione.

«La pietra…me lo ha detto la pietra, capitano. La pietra mi parla, mi dice ciò che è necessario fare. La voce della pietra è la voce degli angeli, inviati dal Signore per far si che io possa fare il mio dovere. Capisce capitano? Non sono pazzo, faccio solo ciò che mi ordina l’Onnipotente…guardi anche lei questa deliziosa pietra, la guardi bene, troverà la pace…».

«Brutto figlio di puttana!» gridò Dees. Sparò dritto in testa a Bill, che cadde a terra pesantemente. Dees continuò a scaricare tutto il caricatore sul corpo dell’agente Bill Webster, riducendolo un colabrodo.

“Maledetto bastardo.” era disperato, era in pieno shock. Si avvicinò di nuovo verso quella poltiglia che una volta era Katy. Raccolse l’anello insanguinato da terra, tenendolo stretto nella mano.

“Oh Katy, perché proprio tu? Perché?”.

Mentre stava fermo, al centro della lurida cantina, Dees sentì un rumore alle sue spalle. Si girò di scatto. Bill, con il corpo traforato dai proiettili, era di nuovo in piedi con l’ascia in mano. Con voce tremula disse:

«Capitano, la pietra ha detto che non posso morire, devo compiere il mio dovere.». Così dicendo alzò l’ascia e fracassò il cranio di Richard Dees con un colpo secco.

Bill ricadde a terra, morto. La pietra si dissolse in polvere.    

 

L'AUTORE DEL RACCONTO

 

Vincenzo Abate

Vincenzo è collaboratore del sito e si occupa della sezione dedicata ai Licantropi.

Per maggiori info cliccate sulla sua immagine.