Di questo buio che pervade la mia stanza il cuore è pieno. Tenebra che entri nel
mio cuore, raggelando il sentimento, oscurando la speranza. Altro sangue scorre
sulla mia schiena, altri lividi segnano il mio corpo, altro dolore provo nel
fondo dell’animo. Ora l’ira in questa casa sta scemando, ma io ne porto ancora i
segni. La mia stanza scura, compagna di centinaia di notti tristi, a te rivolgo
le mie preghiere, a te espongo il mio animo tormentato. A te chiedo una
soluzione: l’odio che sono costretto a subire sta minando irrimediabilmente il
mio gracile corpo. Io innocente fanciullo desideroso di attenzioni qui mi trovo
costretto per aver osato dar risposta a grande provocazione. Caro mi è costato
l’aver ritardato il rientro a casa. Pugni, calci...ogni difesa è stata vana,
ogni pianto si è tramutato in ulteriori tormenti. Il pavimento umido, macchiato
da sangue, sudore e lacrime. Appoggio la schiena indolenzita al muro. Questo
gesto mi costerà molto, le pareti della stanza si stanno tingendo di rosso. La
mia pelle nuda percepisce un lieve sollievo nel sentire la parete gelida
alleviare il bruciore dovuto ai colpi di cinghia.
“Qual dolore figliolo starai provando in questo momento. Quale rabbia, quale
tristezza…sentimenti incontrollabili, la violenza fisica subita è tanta da aver
minato anche il tuo animo.” Una voce proviene dal nulla. Una voce maschile
calma, pacata. Raggelante ma al tempo stesso rassicurante. “Questo dolore io
posso curare, questa sofferenza alleviare. Chiudi gli occhi e lascia che io
esegua ciò per cui tu hai tanto pregato.” L’abbandono di ogni speranza non
lascia spazio a domande nel mio cervello. Gli occhi chiudo mentre un brivido
caldo invade il mio corpo. “Apri gli occhi ora, accendi la luce e osserva ciò
che ho fatto per te.” Lentamente mi alzo, mi avvicino titubante allo specchio
posto contro il muro. Accendo la luce e trasalgo: ogni cicatrice è sparita, ogni
livido ha lasciato spazio al colore della mia pelle. Spengo la luce incredulo e
torno a sedermi contro il muro della stanza, esattamente nello stesso punto in
cui ero seduto prima. “La sofferenza del corpo è ben poca cosa paragonata a
quella dell’anima. Io sento il tuo dolore. Io percepisco il tuo tormento.” La
voce ha un tono rassicurante. Fraterno. “Dimmi chi sei.” Chiedo io rivolgendomi
al nulla. “Non importa chi io sia.” “Invece importa. Tu hai alleviato le mie
pene, hai curato il mio corpo. Voglio sapere chi sei. Voglio ringraziarti.” Per
qualche istante un silenzio irreale pervade la stanza. “Tanto sangue…tanto
sudore…molto di te ha macchiato il pavimento…le pareti. Io non so chi sono. Io
so solo che sono qua. Che soffro quando tu soffri. Che sanguino quando tu
sanguini. Io non sono te. Ma vivo la tua vita. Non sono solo la tua stanza. Sono
tutto intorno a te e nel contempo dentro di te. Non so chi sono. Ma so chi sei
tu.” Il silenzio che questa volta invade la stanza è dovuto al mio sconcerto.
Sto impazzendo? Sto parlando a me stesso nella mia stanza? “Osserva ciò che sta
accadendo. Osserva i tuoi piedi.” I miei occhi abituatisi all’oscurità riescono
a mettere a fuoco un’immagine sconcertante. I miei piedi sono penetrati nel
pavimento, ogni tentativo per liberarli è vano. Liberarli…perché dovrei
liberarli? Paura. In questo momento non la provo. Una sensazione di calore. È
estremamente piacevole. “I ricordi marchiati a fuoco nel tuo cervello li posso
rivivere anch’io. Umiliazioni. Percosse. Sangue…tanto sangue…troppo. Punizioni
troppo grandi per peccati veniali.” La stanza continua a parlarmi mentre per la
prima volta dopo anni sento la pace farsi largo dentro di me. I miei arti
inferiori ormai fanno parte della camera, il terreno li ha fagocitati. “Un
sistema inquadrante che deve inquadrare un altro sottosistema. I tuoi genitori
avrebbero dovuto crescerti nell’amore e nella gioia. Tu nascesti nel sangue e
nel sangue continui a vivere. “Tu vivi ciò che io vivo, questo non me lo
spiego.” Rispondo io, mentre la voce continua il suo discorso. “I tuoi fluidi
vitali hanno macchiato per anni ogni angolo di questo luogo. Di me. O di quel
che credo di essere. Ciò di cui ti lamentavi io l’ho udito. Ciò di cui ti
rimproveravi io l’ho udito. Momenti di disperazione. Dolore senza uscita. Paura.
Quand’ecco che questa paura ha conosciuto un profondo cambiamento di stato.
Dalla paura sei arrivato alla rabbia. E dalla rabbia al desiderio di vendetta.
Ciò che tu vuoi è che altro sangue imbratti questi muri…ma che quel sangue non
sia il tuo. Il sangue scorrerà. Lascia che le nostre due essenze si fondano.”
Esitazione. È vero, l’odio che provo per quei due infami è enorme. Ma sono pur
sempre i miei genitori. “No, non posso far scorrere il loro sangue. La mia
vendetta sarà abbandonarli. Farli vivere nel rimorso, ma non torcerò loro un
capello.” Appena pronunciata questa frase scorgo le mie gambe fuoriuscire dal
pavimento, come a causa di un rigetto. “Vuoi tu far credere a me che questi anni
di brutalità meritano come punizione un semplice abbandono? Credi che
abbandonarli ti porterà ad aver soddisfazione? Credi che riempirà i loro cuori
di dolore? Credi piangeranno distrutti dalla colpa per averti lasciato partire?
Grande desiderio è il tuo di vedere scorrere il sangue…sublime soddisfazione è
la vendetta. Ogni piacere della vita è ben poca cosa se paragonato alla
grandezza del compimento di un piano di vendetta lungamente studiato.” A queste
parole cariche d’odio le mie gambe rispondono sprofondando al di sotto delle
piastrelle. “No, non posso…l’abbandono e il rimorso per la sorte di un figlio
possono bastare.” Lungo silenzio. “Ne sei certo? Tu dunque vuoi farmi credere
questo?” Le mie braccia iniziano a fondersi con la parete mentre la mia schiena
viene anch’essa lentamente assorbita. “Sono pur sempre i miei genitori, coloro
che mi hanno dato la vita!” “Certamente…ma che vita è questa? Talvolta non
venire al mondo può essere il più grande regalo concessoci da Dio.” “Ma io ormai
sono vivo, faccio parte di questo mondo maledetto. Vendicarsi non servirà a
nulla. Sarà una soddisfazione momentanea che col passare degli anni verrà
cancellata da un accumularsi di rimorsi e sensi di colpa.” Le mie braccia
riemergono lentamente dalle pareti. Nella stanza aleggia un silenzio
inquietante, preludio alla tempesta temo. Resto in questo stato, il mio corpo
per metà incorporato nel mio luogo di solitudine e tristezza. E sangue. “Si,
sangue. Sangue grida vendetta. Sangue che è stato versato senza nessuna ragione.
Sangue che tinge di rosso queste pareti per colpe non tue. Sangue di un capro
espiatorio. Sangue di un martire.” A queste parole il mio corpo risponde
facendosi completamente assorbire…salvo il viso, che resta scolpito sulla parete
come un macabro bassorilievo. “Dunque in fondo all’animo tuo sai che la vendetta
è cosa giusta. Dio si sta vendicando giorno dopo giorno di ciò che noi abbiamo
fatto a suo figlio. Dio si vendica in un modo estremamente crudele: con
l’abbandono al nostro destino. Dio ci ha creato e si è pentito di averlo fatto.
E se anche Dio può godere della vendetta perché tu, piccolo giovane uomo, non
puoi?” La porta. Sento bussare con violenza. “Apri imbecille, quante volte ti ho
detto di non chiudere la porta a chiave?” Mio padre. Essere immondo. Vuole
entrare nella stanza. Vuole entrare in me per distruggermi. “Senti? Sai cosa
accadrà se tu non mi ascolterai e aprirai quella porta. Altro sangue verrà
versato ingiustamente. Altre grida riecheggeranno in questa buia camera. Questo
vuoi? Questo desideri?” “Apri questa maledetta porta. Se la apri sarò clemente,
ma se dovrò sfondarla giuro che questa volta ti ammazzo.” Parole che fanno si
che il mio viso venga assorbito dalla stanza. Io e la stanza. Io sono la stanza.
La porta si apre lasciando entrare i miei genitori. “Dove ti sei nascosto? Esci
da quell’armadio, sei solo un idiota, pensi che nasconderti farà si che io sia
meno severo con te? Appena ti tirerò fuori ti farò sputare i denti.” Mia madre è
accanto a lui…sul suo volto un sorriso malvagio, pregustante già il piacere
datole dalla mia crudele sofferenza. “Ok, visto che vuoi sfidarmi sarò costretto
a tirarti fuori da quell’armadio.” Avvicinandosi al mio presunto nascondiglio
quest’uomo che io fatico a chiamare padre si toglie la cintura dei pantaloni.
Con furia animalesca apre l’armadio non trovando nulla se non vestiti. Mio padre
è attonito…mia madre è delusa, forse sentiva già nelle sue orecchie le mie urla.
Dolce antipasto di sofferenza. La porta alle loro spalle si richiude a chiave.
“Ora siete miei. Ora patirete ciò che io ho patito per anni.” Dopo un breve
istante di silenzio mio padre urla: “Dove sei? Dove sei nascosto?” mentre
strappa tutti i vestiti dall’armadio in preda a una rabbia non umana. “Madre, tu
mi hai portato dentro di te portandomi alla venuta al mondo. Ora tu e il tuo
gretto consorte resterete dentro di me fino a quando lo riterrò opportuno. Per
portarvi a una nuova nascita. Puri. Lavati dalle vostre colpe.” Entrambi gli
aguzzini restano attoniti. Il panico li coglie. Non riescono a trovarmi. Non
comprendono da dove provenga questa voce carica di odio nei loro riguardi. Si
dirigono correndo verso la porta. Non ho nessuna intenzione di aprirla. “Io non
sono più vostro figlio. Io sarò per voi un genitore. Io vi guiderò verso una
vita migliore. Io sono la stanza.”