[Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Interviste]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]  
  [Vampiri]|[Segnalazioni]|[e-Book]|[Chi siamo]|[Cortometraggi]|[Link]  
 
ELENCO CONTATTI  

IMPORTANTE

Per inviare il vostro materiale, proporre scambio banner o per semplici informazioni scrivete a :

info@sognihorror.com

leleopc@gmail.com

REGOLAMENTO

 

 

 

 

 

LA STANZA

 
 
 

 

Di questo buio che pervade la mia stanza il cuore è pieno. Tenebra che entri nel mio cuore, raggelando il sentimento, oscurando la speranza. Altro sangue scorre sulla mia schiena, altri lividi segnano il mio corpo, altro dolore provo nel fondo dell’animo. Ora l’ira in questa casa sta scemando, ma io ne porto ancora i segni. La mia stanza scura, compagna di centinaia di notti tristi, a te rivolgo le mie preghiere, a te espongo il mio animo tormentato. A te chiedo una soluzione: l’odio che sono costretto a subire sta minando irrimediabilmente il mio gracile corpo. Io innocente fanciullo desideroso di attenzioni qui mi trovo costretto per aver osato dar risposta a grande provocazione. Caro mi è costato l’aver ritardato il rientro a casa. Pugni, calci...ogni difesa è stata vana, ogni pianto si è tramutato in ulteriori tormenti. Il pavimento umido, macchiato da sangue, sudore e lacrime. Appoggio la schiena indolenzita al muro. Questo gesto mi costerà molto, le pareti della stanza si stanno tingendo di rosso. La mia pelle nuda percepisce un lieve sollievo nel sentire la parete gelida alleviare il bruciore dovuto ai colpi di cinghia.

“Qual dolore figliolo starai provando in questo momento. Quale rabbia, quale tristezza…sentimenti incontrollabili, la violenza fisica subita è tanta da aver minato anche il tuo animo.” Una voce proviene dal nulla. Una voce maschile calma, pacata. Raggelante ma al tempo stesso rassicurante. “Questo dolore io posso curare, questa sofferenza alleviare. Chiudi gli occhi e lascia che io esegua ciò per cui tu hai tanto pregato.” L’abbandono di ogni speranza non lascia spazio a domande nel mio cervello. Gli occhi chiudo mentre un brivido caldo invade il mio corpo. “Apri gli occhi ora, accendi la luce e osserva ciò che ho fatto per te.” Lentamente mi alzo, mi avvicino titubante allo specchio posto contro il muro. Accendo la luce e trasalgo: ogni cicatrice è sparita, ogni livido ha lasciato spazio al colore della mia pelle. Spengo la luce incredulo e torno a sedermi contro il muro della stanza, esattamente nello stesso punto in cui ero seduto prima. “La sofferenza del corpo è ben poca cosa paragonata a quella dell’anima. Io sento il tuo dolore. Io percepisco il tuo tormento.” La voce ha un tono rassicurante. Fraterno. “Dimmi chi sei.” Chiedo io rivolgendomi al nulla. “Non importa chi io sia.” “Invece importa. Tu hai alleviato le mie pene, hai curato il mio corpo. Voglio sapere chi sei. Voglio ringraziarti.” Per qualche istante un silenzio irreale pervade la stanza. “Tanto sangue…tanto sudore…molto di te ha macchiato il pavimento…le pareti. Io non so chi sono. Io so solo che sono qua. Che soffro quando tu soffri. Che sanguino quando tu sanguini. Io non sono te. Ma vivo la tua vita. Non sono solo la tua stanza. Sono tutto intorno a te e nel contempo dentro di te. Non so chi sono. Ma so chi sei tu.” Il silenzio che questa volta invade la stanza è dovuto al mio sconcerto. Sto impazzendo? Sto parlando a me stesso nella mia stanza? “Osserva ciò che sta accadendo. Osserva i tuoi piedi.” I miei occhi abituatisi all’oscurità riescono a mettere a fuoco un’immagine sconcertante. I miei piedi sono penetrati nel pavimento, ogni tentativo per liberarli è vano. Liberarli…perché dovrei liberarli? Paura. In questo momento non la provo. Una sensazione di calore. È estremamente piacevole. “I ricordi marchiati a fuoco nel tuo cervello li posso rivivere anch’io. Umiliazioni. Percosse. Sangue…tanto sangue…troppo. Punizioni troppo grandi per peccati veniali.” La stanza continua a parlarmi mentre per la prima volta dopo anni sento la pace farsi largo dentro di me. I miei arti inferiori ormai fanno parte della camera, il terreno li ha fagocitati. “Un sistema inquadrante che deve inquadrare un altro sottosistema. I tuoi genitori avrebbero dovuto crescerti nell’amore e nella gioia. Tu nascesti nel sangue e nel sangue continui a vivere. “Tu vivi ciò che io vivo, questo non me lo spiego.” Rispondo io, mentre la voce continua il suo discorso. “I tuoi fluidi vitali hanno macchiato per anni ogni angolo di questo luogo. Di me. O di quel che credo di essere. Ciò di cui ti lamentavi io l’ho udito. Ciò di cui ti rimproveravi io l’ho udito. Momenti di disperazione. Dolore senza uscita. Paura. Quand’ecco che questa paura ha conosciuto un profondo cambiamento di stato. Dalla paura sei arrivato alla rabbia. E dalla rabbia al desiderio di vendetta. Ciò che tu vuoi è che altro sangue imbratti questi muri…ma che quel sangue non sia il tuo. Il sangue scorrerà. Lascia che le nostre due essenze si fondano.” Esitazione. È vero, l’odio che provo per quei due infami è enorme. Ma sono pur sempre i miei genitori. “No, non posso far scorrere il loro sangue. La mia vendetta sarà abbandonarli. Farli vivere nel rimorso, ma non torcerò loro un capello.” Appena pronunciata questa frase scorgo le mie gambe fuoriuscire dal pavimento, come a causa di un rigetto. “Vuoi tu far credere a me che questi anni di brutalità meritano come punizione un semplice abbandono? Credi che abbandonarli ti porterà ad aver soddisfazione? Credi che riempirà i loro cuori di dolore? Credi piangeranno distrutti dalla colpa per averti lasciato partire? Grande desiderio è il tuo di vedere scorrere il sangue…sublime soddisfazione è la vendetta. Ogni piacere della vita è ben poca cosa se paragonato alla grandezza del compimento di un piano di vendetta lungamente studiato.” A queste parole cariche d’odio le mie gambe rispondono sprofondando al di sotto delle piastrelle. “No, non posso…l’abbandono e il rimorso per la sorte di un figlio possono bastare.” Lungo silenzio. “Ne sei certo? Tu dunque vuoi farmi credere questo?” Le mie braccia iniziano a fondersi con la parete mentre la mia schiena viene anch’essa lentamente assorbita. “Sono pur sempre i miei genitori, coloro che mi hanno dato la vita!” “Certamente…ma che vita è questa? Talvolta non venire al mondo può essere il più grande regalo concessoci da Dio.” “Ma io ormai sono vivo, faccio parte di questo mondo maledetto. Vendicarsi non servirà a nulla. Sarà una soddisfazione momentanea che col passare degli anni verrà cancellata da un accumularsi di rimorsi e sensi di colpa.” Le mie braccia riemergono lentamente dalle pareti. Nella stanza aleggia un silenzio inquietante, preludio alla tempesta temo. Resto in questo stato, il mio corpo per metà incorporato nel mio luogo di solitudine e tristezza. E sangue. “Si, sangue. Sangue grida vendetta. Sangue che è stato versato senza nessuna ragione. Sangue che tinge di rosso queste pareti per colpe non tue. Sangue di un capro espiatorio. Sangue di un martire.” A queste parole il mio corpo risponde facendosi completamente assorbire…salvo il viso, che resta scolpito sulla parete come un macabro bassorilievo. “Dunque in fondo all’animo tuo sai che la vendetta è cosa giusta. Dio si sta vendicando giorno dopo giorno di ciò che noi abbiamo fatto a suo figlio. Dio si vendica in un modo estremamente crudele: con l’abbandono al nostro destino. Dio ci ha creato e si è pentito di averlo fatto. E se anche Dio può godere della vendetta perché tu, piccolo giovane uomo, non puoi?” La porta. Sento bussare con violenza. “Apri imbecille, quante volte ti ho detto di non chiudere la porta a chiave?” Mio padre. Essere immondo. Vuole entrare nella stanza. Vuole entrare in me per distruggermi. “Senti? Sai cosa accadrà se tu non mi ascolterai e aprirai quella porta. Altro sangue verrà versato ingiustamente. Altre grida riecheggeranno in questa buia camera. Questo vuoi? Questo desideri?” “Apri questa maledetta porta. Se la apri sarò clemente, ma se dovrò sfondarla giuro che questa volta ti ammazzo.” Parole che fanno si che il mio viso venga assorbito dalla stanza. Io e la stanza. Io sono la stanza. La porta si apre lasciando entrare i miei genitori. “Dove ti sei nascosto? Esci da quell’armadio, sei solo un idiota, pensi che nasconderti farà si che io sia meno severo con te? Appena ti tirerò fuori ti farò sputare i denti.” Mia madre è accanto a lui…sul suo volto un sorriso malvagio, pregustante già il piacere datole dalla mia crudele sofferenza. “Ok, visto che vuoi sfidarmi sarò costretto a tirarti fuori da quell’armadio.” Avvicinandosi al mio presunto nascondiglio quest’uomo che io fatico a chiamare padre si toglie la cintura dei pantaloni. Con furia animalesca apre l’armadio non trovando nulla se non vestiti. Mio padre è attonito…mia madre è delusa, forse sentiva già nelle sue orecchie le mie urla. Dolce antipasto di sofferenza. La porta alle loro spalle si richiude a chiave. “Ora siete miei. Ora patirete ciò che io ho patito per anni.” Dopo un breve istante di silenzio mio padre urla: “Dove sei? Dove sei nascosto?” mentre strappa tutti i vestiti dall’armadio in preda a una rabbia non umana. “Madre, tu mi hai portato dentro di te portandomi alla venuta al mondo. Ora tu e il tuo gretto consorte resterete dentro di me fino a quando lo riterrò opportuno. Per portarvi a una nuova nascita. Puri. Lavati dalle vostre colpe.” Entrambi gli aguzzini restano attoniti. Il panico li coglie. Non riescono a trovarmi. Non comprendono da dove provenga questa voce carica di odio nei loro riguardi. Si dirigono correndo verso la porta. Non ho nessuna intenzione di aprirla. “Io non sono più vostro figlio. Io sarò per voi un genitore. Io vi guiderò verso una vita migliore. Io sono la stanza.”

 

 

L'AUTORE DEL RACCONTO

 

Matteo Bizzozero, nato a Sorengo (Svizzera) il 28 febbraio 1984

 

Sono al 1° anno di master in psicologia del bambino e dell'adolescente a Losanna (Svizzera)