Paura. Provo paura e non posso farci nulla. Sono ore ormai, che corro con il
cuore in gola. Mi sembra di essere sul punto di scoppiare.
Le vene mi pulsano nelle tempie come fiumi in piena alla ricerca del varco
giusto verso l’esterno. Non ce la faccio più…devo fermarmi,
devo assolutamente riprendere fiato. Vedo sulla mia sinistra un masso
leggermente staccato dalla parete di roccia della quale fa parte,
potrebbe essere un nascondiglio, almeno per qualche minuto. Mi accovaccio là
dietro, in silenzio, cercando di dominare il respiro
affannoso. Aspetto qualche attimo, con i sensi espansi al massimo, alla ricerca
di qualsiasi segno della sua presenza. Niente. Silenzio.
Mi illudo che abbia perso le mie tracce, forse, se sono abbastanza fortunato,
potrei averla fatta franca. Per adesso s’intende.
Del resto nessuno è mai riuscito a fuggire dalla “Sezione Speciale” dove siamo
stati confinati io e gli altri, gli ultimi rappresentanti della
nostra razza prima della “Bonifica”, un termine quanto meno inadatto per
descrivere un genocidio di un intero pianeta.
Mi ricordo bene il giorno in quale sbarcarono sul pianeta, con le loro candide
divise e lo sguardo da conquistatori.
Fecero appena caso alla nostra presenza, non ci degnarono di molta importanza
tutti presi com’erano a studiare l’habitat e le potenzialità
del nuovo mondo. Ci catalogarono come esseri minori della scala evolutiva,
dotati di istinto di sopravvivenza, ma non di intelletto.
Naturalmente quegli esseri misuravano l’intelligenza secondo le loro scale,
ignorando la possibilità che esseri diversi, in situazione
differenti, potessero essersi sviluppati come, e forse, anche più di loro. La
mia razza infatti, parlava e dialogava tranquillamente, mentre
la loro emetteva versi per noi incomprensibili, ma che, senza alcun dubbio,
erano il loro modo di comunicare.
Noi questo l’avevamo capito subito, e rispettavamo quei versi, perché loro non
hanno fatto altrettanto con noi? Una domanda inutile,
che ben presto smettemmo di porci. Del resto, questo fu solo l’inizio. Dopo un
primo momento in cui la rappresentanza degli alieni fu
piuttosto contenuta a livello numerico, cominciò la vera e propria invasione.
No, forse il termine più esatto è colonizzazione,
visto quello che accadde in seguito. La prima fase, come ho detto, fu abbastanza
tranquilla, quasi indolore. Scesero sul pianeta, solo in
pochi, quelli che a prima vista, erano i loro scienziati. Esploravano la nostra
flora e fauna, prendevano campioni di terreno e molecole
d’aria, filtravano le acque dei ruscelli e catalogavano le specie, tra cui noi.
Inizialmente ci siamo limitati ad osservarli, poi abbiamo cercato
di comunicare, ma il nostro primo contatto fu una catastrofe. I nostri tentativi
di approccio, avvicinamento e comunicazione, vennero
scambiati dagli eminenti scienziati invasori, come aggressioni da parte di
animali non sviluppati. “Aggressione a scopo alimentare”,
proprio così venne definita dal loro studioso di biologia. Il nostro delegato,
uno dei maggiori elementi della nostra comunità, non riuscì a
spiegarsi e nonostante i suoi tentativi di intavolare un discorso od una
trattativa, fu brutalmente ucciso da quegli uomini di scienza che,
alla bisogna, non esitarono neppure un attimo ad estrarre le armi e fare fuoco.
Il nostro stimato amico, rimase in terra, in un lago di
sangue, prima di essere trascinato via da alcuni alieni. Dopo qualche giorno
vedemmo che la testa del nostro delegato, faceva bella
mostra di se su una parete dell’abitazione di quello che doveva essere il capo
della comunità scientifica degli invasori, mentre il suo
corpo era stato adeguatamente sezionato per scopi di studio. Quello fu il primo
approccio con la nuova razza. Decidemmo quindi, di non
provare altri contatti, sino a quando non saremmo stati in grado di intendere
chiaramente la lingua degli altri e parlarla tranquillamente.
Nonostante l’invasione ed il trattamento riservatoci, non volevamo considerare
gli alieni degli invasori, ma solo un’altra specie,
tra le tante nell’infinito universo, alla ricerca di un posto dove vivere
serenamente e prosperare. Questa era la nostra speranza, oppure,
la nostra l’illusione. Dopo qualche tempo, con molto studio ed appostamenti
vari, riuscimmo a comprendere il loro linguaggio, cosa che
non successe al contrario. Ancora oggi non so se è stato un bene individuare
l’alfabeto alieno e decrittare le parole degli invasori.
Forse, se non avessimo saputo nulla, sarebbe tutto finito in un attimo e ci
saremmo risparmiati questa lunga, angosciosa agonia prima
della morte. Gli esseri ormai, si muovevano con calma sul nostro pianeta, come
fossero lì da sempre. Era chiaro che avevano bisogno di
un nuovo mondo dove ricominciare a vivere ed avevano scelto il nostro. La cosa
poteva anche andare bene, noi, come razza, siamo
pacifici ed inoltre abbiamo imparato a convivere con tutte le specie presenti,
una in più non faceva differenza. Per noi intendo.
Fu ben presto chiaro che non tutte le razze hanno gli stessi punti di vista per
quello che riguarda la tolleranza. I “Rosati”, così avevamo
deciso di chiamarli per via del colore del loro rivestimento esterno,
cominciarono ad arrivare in massa. Prima alcune migliaia, poi furono
milioni, infine miliardi di esseri che reclamavano il loro posto nel nuovo eden.
Venne alla luce un secondo problema:
“La mancanza di spazio vitale”. Gli alieni cominciarono a diffondersi
rapidamente in tutto il globo, cambiando velocemente gli habitat
naturali. Tagliarono foreste, eressero città, contaminarono biosistemi,
eliminarono, più o meno consapevolmente, razze vegetali ed
animali che ritenevano inutili al nuovo corso evolutivo, costringendone altre in
piccoli parchi e riserve. Molti di noi furono sterminati in
quello che sarà ricordato come il più grande genocidio del nostro pianeta.
Un’opera di “bonifica” senza precedenti, portata avanti con
abilità ed efficienza da burocrati dello sterminio. La nostra razza era ormai
un intralcio al cammino della civiltà.
Il loro organo deputato a prendere decisioni (lo chiamavano Parlamento
Democratico o qualcosa del genere) decretò la nostra fine.
Nella sentenza emessa dalla Commissione Etica si poteva chiaramente leggere
(esatto, noi imparammo persino a leggere la loro lingua):
“E’ con profondo dolore che Codesto Organo delibera quanto segue: qualsiasi
elemento, catalogato come appartenente al regno animale
o vegetale, che risulti di ostacolo all’insediamento, deve essere rimosso od
eliminato per il bene supremo della civiltà”.
Quelle parole segnarono l’inizio della fine. Non ci rimase che tentare di
scappare, mettersi in salvo in qualsiasi modo o maniera.
Così fuggimmo, sempre più velocemente, sempre in numero minore, fino a restare
solo io. Già, sono rimasto da solo, unico superstite del
mio mondo, ultimo baluardo di una razza che non vorrebbe scomparire, ma ormai
sono stanco. Sono troppo stanco. Sono fuggito per ore,
giorni, mesi, forse anni, neanche io mi rendo conto da quanto tempo sto vagando.
Gli arti anteriori non mi sorreggono più, perciò sono
costretto a spostarmi in questa innaturale posizione eretta, quasi come loro.
Gli occhi sono danneggiati ed al buio non vedo quasi nulla.
Il mio rivestimento esterno si sta staccando, ma lo strato di carne che lo
dovrebbe sostituire non è abbastanza duro a causa della
povera alimentazione alla quale sono stato costretto. Non andrò lontano, li
sento dietro di me, mi stanno inseguendo e sembrano quasi
eccitati dall’odore della preda. Si divertono al pensiero che stanno per
uccidere. In parte mi fanno pena, che mondo potranno mai
lasciare ai loro eredi tali bestie. Non ho più tempo per pensare, mi hanno
raggiunto. Sono davanti a me, in sei o sette. Io non scappo,
anzi li aspetto con tutta la dignità della mia razza. Li sento parlare tra di
loro, qualcuno adesso emette dei suoni convulsi, un misto di
eccitazione e divertimento (studiando i loro comportamenti siamo riusciti a
capire che quando questi esseri sono felici emettono sussulti
vocali simili che definiscono “Risate”), poi il più grande tra loro si avvicina
e mi punta la sua arma contro.
Tra poco sarà tutto finito, e per la prima volta dopo tanto tempo, provo una
senso di serenità assurdo data la situazione.
Rivolgo il mio volto acuminato verso l’alto, lasciando che i miei tre occhi
filtrino la luce dei due soli di Enron.
Respiro un’ultima volta con le branchie dilatate al massimo, quindi punto lo
sguardo su di loro. Non ho paura, non più, sono pronto.
Sento l’arma dell’essere tuonare, poi una forza brutale mi scaraventa a terra.
Ora provo un po’ di dolore nella regione ventrale, ma è
decisamente sopportabile, se non fosse che sto perdendo tutto il liquido
amniotico che mi consente di vivere direi che è tutto a posto.
Mi sorprendo a pensare che in fondo non tutto il male viene per nuocere, del
resto non ne potevo proprio più di tutti questi esseri umani
provenienti dal terzo pianeta del sistema solare chiamato “Terra”.