SOGNI HORROR

 
   
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 Emanuele Mattana

  1. La Voce Nella Notte
  2. Vigilanza Notturna
  3. Un Gran Brutto Natale
  4. Per Amore Dei Figli

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Gabriele Lattanzio

  1. Il Primo Caso Di Willard & Sanderson

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Marco Milani

  1. Notte Chiara

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Andrea Laprovitera

  1. Il Mio Nemico

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Simone Corà

  1. Luciano E Il Fantasma

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Giacomo Ilacqua

  1. Terrore A New York

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Andrea Carbone

  1. Per Sempre

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Matteo Mancini

  1. Occhi Dall'Ignoto

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Carmine Cantile

  1. Prima Colazione

 

 

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IL RITORNO DEL GATTO NERO

 

 

Quando si ha a che fare con gli abissi

è meglio non credere mai ai propri occhi.

Nel momento in cui si crede ai propri sensi,

nel momento in cui si crede che una tigre sia una tigre,

si è già per metà in suo potere.

                                Clive Barker

 Poi quei terribili dolori. Ogni volta che respiravo, era come se mi pugnalassero nei polmoni. Mi sentivo le viscere sobbalzare, mentre un lamento distorto, simile a un miagolio proveniente da una dimensione arcana, mi ronzava nei timpani. Avevo gli occhi sbarrati, aperti su un mondo che non ritenevo il mio. Una realtà fatta di immagini indefinibili e di forme sfuggenti che scorrevano in alto, su ogni lato, stuprandomi le pupille.  Le uniche cose che conservavo dell’esperienza umana erano il dolore fisico e il gusto del sangue. Si, avete capito bene: il gusto del sangue. Avrei scommesso che un fiume vermiglio mi stesse colando dalla bocca, mentre nel palato non mi circolava altro sapore che non fosse quello a cui ho appena accennato. Non ricordavo altro, ero preda di sensazioni che solo un delirio può offrire, o almeno questo fu quello che pensai.

A un tratto, gli striduli  si placarono, e attorno a me scese la più profonda oscurità. Schiavo del buio, mi sentii trascinare nel niente, accompagnato da un sibilo continuo che si disperdeva nell’ignoto. Un suono somigliante a quello di una ruota che struscia su di una parete ruvida; a cui si aggiunse un sussurro di aria calda che sorvolò la mia pelle, come il sospiro di una ragazza che ti ha appena baciato.  “Che fossi ancora vivo?” pensai, quando un accecante fascio luminoso mi avvolse. Dapprima fu un qualcosa di vago di colore giallo, quindi si sdoppiò in due dischi ai cui centri iniziò ad allargarsi un fluido nero. Restai ipnotizzato da quelle lente metamorfosi, mentre in sottofondo udivo dei brusii incomprensibili. Inizialmente non colsi niente di decifrabile, a parte una sottilissima linea metallizzata che si frapponeva tra me e il bagliore. Poi, intravidi una goccia di siero fuoriuscire dalla punta di quella specie di asticciola e subito dopo intuii quello che inconsciamente mi ero illuso di cancellare. Davanti a me non c’era una visione astratta, ma lo sguardo diabolico di un felino!

In un istante fui proiettato lungo la tangenziale delle capitale. Vedevo i fanali della mia auto sventrare la notte, mentre la linea di mezzeria veniva divorata dall’utilitaria a cui ero alla guida. La città era addormentata, deserta, mentre una mano invisibile doveva aver rapito tutte le stelle del firmamento. Avvertii la sensazione di penetrare in un luogo dominato dalla solitudine, poi una fitta cerebrale mi costrinse a urlare. Fu un dolore così snervante da non rendermi più recettivo agli impulsi dell’immaginazione. Le visioni svanirono per un attimo, quindi si materializzarono di nuovo, ma con brandelli di vita smarriti nel nulla.  

Non mi trovavo più dietro a un volante, ma accovacciato al cospetto di un DISTRIBUTORE AUTOMATICO di bibite. Gli occhi mi bruciavano, violentati dalla luce delle insegne che brillavano di fronte a me. Alle mie spalle, invece, accanto a una pompa di BENZINA, apparivano le curve di un auto ammantellata dalle tenebre, sopra la quale danzava un flusso azzurro che si irradiava verso il cielo plumbeo.

Puzzavo di alcool e avevo la camicia imbrattata da una sostanza appiccicosa che non riuscii a qualificare. Le mani mi tremavano e dal pugno destro mi cadde un oggetto che produsse un rumore alieno, almeno per i miei sensi. Il mio udito, infatti, era intaccato da un ululato paragonabile all’urlo strozzato del vento, ma ciò non mi impedì di intuire un tonfo sordo. Tuttavia, non ebbi né la forza né la volontà di guardare di cosa si trattasse, ero troppo preso dal desiderio di rialzarmi. Mi gettai a corpo morto sulla sagoma del distributore e abbozzai alcuni passi. Non ne feci molti per la verità, ero in uno stato talmente alterato da vedere ballare ciò che mi stava intorno. In un battito di ciglia, mi sentii piegare le ginocchia e ripiombai sull’asfalto. Una MONETA mi scivolò da una tasca e rotolò sul selciato, in un turbine di tintinnii deformi. La seguii con un’espressione stralunata fin quando cessò la sua corsa sbattendo contro una vetrata. Un’ondata di ansia e di terrore emerse con impeto dagli abissi del mio animo; chiamatelo pure istinto, ma, proprio nel punto in cui la moneta si era fermata, c’era qualcosa che mi suggeriva la presenza di un male ultraterreno. Così, lasciai correre gli occhi lungo le scritte che campeggiavano sulla vetrina. Rabbrividisco tutt’ora nel descrivere ciò che scorsi…

Sul vetro c’erano tre lunghe strisce amaranto che partivano dall’alto, serpeggiando verso il pallido pavimento. Sotto di esse era riversa una giovane ragazza, probabilmente la commessa del negozio. Era seminuda, con le gambe aperte e le braccia allargate. Il volto era contratto, le labbra estese in un urlo silenzioso e gli occhi spalancati, del tutto simili all’obiettivo di una macchina fotografica pronta a scattare un’ultima istantanea. Un fiotto di sangue le zampillava dalla gola, ma nonostante questo sembrava ancora viva. Le vene del collo, infatti, le pulsavano lentamente, restringendosi e dilatandosi. Come un ebete me ne restai lì a guardare, impossibilitato dal fare altrimenti. Infine, ebbi un sussulto. C’era un che di malefico e di terribile in quella scena, qualcosa che andava aldilà di un semplice omicidio. Ne ebbi la conferma quando uno spasmo improvviso scosse il corpo della poveretta. Le vidi gli arti tremare, mentre degli inspiegabili tumori le si formarono lungo la pelle. Il collo le si dilatò enormemente e lo stesso avvenne per le guance. Avrei voluto gridare, ma non produssi alcun suono: ero pietrificato dal terrore. Un muso nero, intriso di grasso e di sostanze oleose, le stava uscendo dalla bocca. L’essere immondo ruotò gli occhi intorno a sé, quindi lanciò un miagolio, guardando nella mia direzione: era un gatto! Con un balzo schizzò fuori dall’inusuale tana e, con andatura felpata, si diresse verso l’uscita. Avanzava con la testa inclinata verso il pavimento e la coda danzante in aria. Il pelo gli cangiava, impregnato da un velo perlato il cui fetido odore penetrò presto nelle mie narici. Scivolò tra la fessura dell’ingresso e si accucciò a un palmo dal mio naso. Sentivo il suo respiro planare sulla mia faccia, mentre quella bestiaccia se ne stava lì, calma, a leccarsi il sangue dagli anteriori. Non distoglieva per un attimo gli occhi dai miei ed ebbi l’impressione che cercasse la mia approvazione per i misfatti di cui si era macchiata. Sono convinto che se fosse stato un essere umano avrebbe avuto una mezzaluna pitturata sul volto, per dare sfogo alla sua follia. Dopo qualche minuto, si alzò e cominciò ad annusarmi. Avvertivo il calore del suo corpo poggiarsi sul mio, mentre naufragavo nel giallo di quegli occhi demoniaci. Qualcosa di umido e di tiepido bagnò le mie labbra. Avrei voluto arretrare la testa, ma non ero in grado di farlo. Un gusto amarognolo mi penetrò nel palato: era il sapore del sangue. Impossibile spiegare quello che provai: un misto di terrore e di eccitazione si impadronì del mio cervello.  La lingua della bestia si attorcigliò con la mia in un valzer di sapori indefinibili che mi portarono ad avere un erezione. Stavo assaporando un’aroma unica, peccaminosa: la perversa essenza del male, suppongo.

Una serie di schiamazzi mi impedirono di eiaculare, cancellando le sensazioni e le scene in cui ero immerso. Ripiombai così nelle visioni inafferrabili di cui vi dicevo a inizio racconto, schiavo di un dolore insopportabile che mi addentava il petto. I brusii si erano trasformati in un vocio che risuonava nei miei orecchi, simile al rumore rallentato di un’audiocassetta difettosa. Mi sforzai di vedere oltre a quel baluginare di colori e colsi alcuni dettagli che prima mi erano sfuggiti. C’erano delle sagome verdi attorno a me che si muovevano in ogni direzione, come schegge impazzite. Pareti bianche mi circondavano, mentre sul soffitto vi doveva essere un grosso riflettore, perché un’intesa luce inondava la stanza. Contemplavo quello che stava succedendo con lo stesso sguardo di chi cerca di scrutare il mondo dall’interno di una vasca colma d’acqua. A un tratto, ogni sagoma scomparve dalla mia visuale. Per alcuni istanti regnò il silenzio, poi, percepii un flebile ronzio che si fece sempre più forte, sin quando una superficie morbida e calda si strofinò sul dorso della mia mano. Che fosse ancora quel maledetto gatto? Non sapevo cosa pensare: ero confinato in una realtà che tale non poteva definirsi. Riuscii a piegare la testa verso l’alto e un’ultima immagine si impresse nelle mie cellule cerebrali. Sul petto avevo un enorme ferita circolare ricoperta da sangue rappreso, mentre sull’ombelico un bisturi luccicante era poggiato in attesa di esser utilizzato. Travolto dall’orrore, precipitai nell’oblio.

Quando ripresi possesso delle mie facoltà mentali mi ritrovai in una stanza angusta, dove tutt’ora sono rinchiuso. Non ci sono comfort qui dentro, non c’è luce. Passo il tempo a contare i passi che separano un muro dall’altro, mentre tengo d’occhio il biancore che filtra dal disco che ho di fronte.

Il pensiero di quella bestia e di quel sangue che solcava il candido piastrellato mi consuma l’animo. Vorrei battere la testa al muro per scuotere i ricordi che sono sommersi nei meandri della mia mente, ma ne otterrei dei risultati veramente apprezzabili? Francamente non lo credo.

Ho urlato e implorato molte volte, ma solo la solitudine ha risposto alle mie suppliche, fornendomi altri dubbi e nuovi misteri da sciogliere. Qualche giorno fa mi è stata concessa una penna e un vecchio quaderno stropicciato sul quale sto scrivendo queste righe, per evitare che quel poco che ricordo svanisca col tempo.

Un momento, ci sono dei rumori adesso… E’ la prima volta che li capto. Stanno riecheggiando aldilà del cerchio. Sembrano passi e catene ciondolanti. Adesso si fanno più marcati, stanno venendo nella mia direzione… Si, è così, ora sento anche il rimbombare di una serratura che scatta…

 Un bagliore accecante mi avvolge; cerco di penetrare con lo sguardo oltre la nebbia di luce, ma i miei occhi sono ciechi. Sposto la testa verso il basso e… c’è  qualcosa che filtra dal biancore; è una piccola sagoma scura… No, non può essere…Nooo!

- Dunque, questa è la lettera che avete trovato? – disse il Procuratore Nero, rivolgendosi al professor Testi, dopo averne letto il contenuto ad alta voce.

- Proprio così, dottore -, rispose il Professore, togliendosi la pipa dalla bocca. – Deve sapere che il signor Cassinelli era stato ricoverato in questa struttura dopo aver subito una delicata operazione chirurgica e…

- Conosco la storia -, lo interruppe il Procuratore. - Cassinelli fu ferito alla testa da un poliziotto nei pressi di un autogril dopo aver ucciso una giovane donna con un rasoio. Non processato per incapacità di sostenere un processo, fu rinchiuso in questo ospedale psichiatrico dove ha vissuto sino a pochi giorni fa.

- Vedo che sa fare bene il suo lavoro -, sorrise Testi, immerso da una nuvola di fumo grigio.

- Gentile da parte sua -, sogghignò il procuratore, - piuttosto mi dica, ritiene anche lei che il paziente si possa esser reciso la carotide con una penna stilografica?

- Non vorrà forse dirmi che quelle ferite siano state provocate dagli artigli di un gatto, spero? – ridacchiò il professore. 

Il Procuratore lo guardò di traverso, con un espressione di rimprovero dipinta in faccia.

Dalla finestra, intanto, filtravano i timidi raggi dell’autunno romano, mentre sullo sfondo svettavano i tetti dei palazzi capitolini. Proprio su uno di essi, a pochi metri di distanza dall’ufficio di Testi, un gatto nero incrociava, a ogni passo, una zampa con l’altra, facendo l’equilibrista tra le tegole color mattone…

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Questo racconto è presente all'interno dell'e-book speciale halloween 2007

 

 


 L'AUTORE

 

L'autore di questo racconto è Matteo Mancini

Matteo Mancini nasce a Pisa il 15.07.1981 e vive praticamente da sempre a Tirrenia (PI).

Laureatosi in giurisprudenza nell’ottobre del 2005 è attualmente impeganto nel compimento della pratica legale, in vista dell’esame per l’iscirizione all’albo degli avvocati.


Appasionato di criminologia nonché di cinema e letteratura di genere, trascorre molte ore in compagnia dei saggi dei vari Picozzi e De Luca,

alternandoli con letterature di intrattenimento firmate dai vari H.P. Lovecraft, E.A.Poe, ma anche da scrittori contemporanei come C.Lucarelli e C.Barker.

Inizia a scrivere partendo con la stesura di saggi di criminolgia, passando presto alla redazione di recensioni e commenti dei films visionati,

come dimostra il numeroso materiale pubblicato in giro per la rete sotto lo pseudonimo di giurista81. Si dedica, poi, alla stesura di mini sceneggiature,

per giungere, infine, nel dicembre 2006, dopo l’iscrizione al forum del sito www.latelanera.com, alla redazione del suo primo racconto.

Tra i migliori risultati raggiunti in ambito narrativo si segnala il terzo posto nel concorso “La Strategia della tensione”,

indetto dal quotidiano “Il Tirreno” con la collaborazione del duo Lucarelli-Bortolotti,

e la pubblicazione di un racconto fantascientifico nell’antologia “N.A.S.F.3 - Robot vs. Alien” curata dai gestori del sito www.nuoviautori.org.

 Collaboro col sito www.sognihorror.com in qualità di recensore delle pellicole horror.

 

 

 

 
 

 

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