nel
momento in cui si crede che una tigre sia una tigre,
si è
già per metà in suo potere.
Clive Barker
Poi
quei terribili dolori. Ogni volta che respiravo, era come se
mi pugnalassero nei polmoni. Mi sentivo le viscere
sobbalzare, mentre un lamento distorto, simile a un miagolio
proveniente da una dimensione arcana, mi ronzava nei
timpani. Avevo gli occhi sbarrati, aperti su un mondo che
non ritenevo il mio. Una realtà fatta di immagini
indefinibili e di forme sfuggenti che scorrevano in alto, su
ogni lato, stuprandomi le pupille. Le uniche cose che
conservavo dell’esperienza umana erano il dolore fisico e il
gusto del sangue. Si, avete capito bene: il gusto del
sangue. Avrei scommesso che un fiume vermiglio mi stesse
colando dalla bocca, mentre nel palato non mi circolava
altro sapore che non fosse quello a cui ho appena accennato.
Non ricordavo altro, ero preda di sensazioni che solo un
delirio può offrire, o almeno questo fu quello che pensai.
A un
tratto, gli striduli si placarono, e attorno a me scese la
più profonda oscurità. Schiavo del buio, mi sentii
trascinare nel niente, accompagnato da un sibilo continuo
che si disperdeva nell’ignoto. Un suono somigliante a quello
di una ruota che struscia su di una parete ruvida; a cui si
aggiunse un sussurro di aria calda che sorvolò la mia pelle,
come il sospiro di una ragazza che ti ha appena baciato.
“Che fossi ancora vivo?” pensai, quando un accecante fascio
luminoso mi avvolse. Dapprima fu un qualcosa di vago di
colore giallo, quindi si sdoppiò in due dischi ai cui centri
iniziò ad allargarsi un fluido nero. Restai ipnotizzato da
quelle lente metamorfosi, mentre in sottofondo udivo dei
brusii incomprensibili. Inizialmente non colsi niente di
decifrabile, a parte una sottilissima linea metallizzata che
si frapponeva tra me e il bagliore. Poi, intravidi una
goccia di siero fuoriuscire dalla punta di quella specie di
asticciola e subito dopo intuii quello che inconsciamente mi
ero illuso di cancellare. Davanti a me non c’era una visione
astratta, ma lo sguardo diabolico di un felino!
In un
istante fui proiettato lungo la tangenziale delle capitale.
Vedevo i fanali della mia auto sventrare la notte, mentre la
linea di mezzeria veniva divorata dall’utilitaria a cui ero
alla guida. La città era addormentata, deserta, mentre una
mano invisibile doveva aver rapito tutte le stelle del
firmamento. Avvertii la sensazione di penetrare in un luogo
dominato dalla solitudine, poi una fitta cerebrale mi
costrinse a urlare. Fu un dolore così snervante da non
rendermi più recettivo agli impulsi dell’immaginazione. Le
visioni svanirono per un attimo, quindi si materializzarono
di nuovo, ma con brandelli di vita smarriti nel nulla.
Non mi
trovavo più dietro a un volante, ma accovacciato al cospetto
di un DISTRIBUTORE AUTOMATICO di bibite. Gli occhi mi
bruciavano, violentati dalla luce delle insegne che
brillavano di fronte a me. Alle mie spalle, invece, accanto
a una pompa di BENZINA, apparivano le curve di un auto
ammantellata dalle tenebre, sopra la quale danzava un flusso
azzurro che si irradiava verso il cielo plumbeo.
Puzzavo di alcool e avevo la camicia imbrattata da una
sostanza appiccicosa che non riuscii a qualificare. Le mani
mi tremavano e dal pugno destro mi cadde un oggetto che
produsse un rumore alieno, almeno per i miei sensi. Il mio
udito, infatti, era intaccato da un ululato paragonabile
all’urlo strozzato del vento, ma ciò non mi impedì di
intuire un tonfo sordo. Tuttavia, non ebbi né la forza né la
volontà di guardare di cosa si trattasse, ero troppo preso
dal desiderio di rialzarmi. Mi gettai a corpo morto sulla
sagoma del distributore e abbozzai alcuni passi. Non ne feci
molti per la verità, ero in uno stato talmente alterato da
vedere ballare ciò che mi stava intorno. In un battito di
ciglia, mi sentii piegare le ginocchia e ripiombai
sull’asfalto. Una MONETA mi scivolò da una tasca e rotolò
sul selciato, in un turbine di tintinnii deformi. La seguii
con un’espressione stralunata fin quando cessò la sua corsa
sbattendo contro una vetrata. Un’ondata di ansia e di
terrore emerse con impeto dagli abissi del mio animo;
chiamatelo pure istinto, ma, proprio nel punto in cui la
moneta si era fermata, c’era qualcosa che mi suggeriva la
presenza di un male ultraterreno. Così, lasciai correre gli
occhi lungo le scritte che campeggiavano sulla vetrina.
Rabbrividisco tutt’ora nel descrivere ciò che scorsi…
Sul
vetro c’erano tre lunghe strisce amaranto che partivano
dall’alto, serpeggiando verso il pallido pavimento. Sotto di
esse era riversa una giovane ragazza, probabilmente la
commessa del negozio. Era seminuda, con le gambe aperte e le
braccia allargate. Il volto era contratto, le labbra estese
in un urlo silenzioso e gli occhi spalancati, del tutto
simili all’obiettivo di una macchina fotografica pronta a
scattare un’ultima istantanea. Un fiotto di sangue le
zampillava dalla gola, ma nonostante questo sembrava ancora
viva. Le vene del collo, infatti, le pulsavano lentamente,
restringendosi e dilatandosi. Come un ebete me ne restai lì
a guardare, impossibilitato dal fare altrimenti. Infine,
ebbi un sussulto. C’era un che di malefico e di terribile in
quella scena, qualcosa che andava aldilà di un semplice
omicidio. Ne ebbi la conferma quando uno spasmo improvviso
scosse il corpo della poveretta. Le vidi gli arti tremare,
mentre degli inspiegabili tumori le si formarono lungo la
pelle. Il collo le si dilatò enormemente e lo stesso avvenne
per le guance. Avrei voluto gridare, ma non produssi alcun
suono: ero pietrificato dal terrore. Un muso nero, intriso
di grasso e di sostanze oleose, le stava uscendo dalla
bocca. L’essere immondo ruotò gli occhi intorno a sé, quindi
lanciò un miagolio, guardando nella mia direzione: era un
gatto! Con un balzo schizzò fuori dall’inusuale tana e, con
andatura felpata, si diresse verso l’uscita. Avanzava con la
testa inclinata verso il pavimento e la coda danzante in
aria. Il pelo gli cangiava, impregnato da un velo perlato il
cui fetido odore penetrò presto nelle mie narici. Scivolò
tra la fessura dell’ingresso e si accucciò a un palmo dal
mio naso. Sentivo il suo respiro planare sulla mia faccia,
mentre quella bestiaccia se ne stava lì, calma, a leccarsi
il sangue dagli anteriori. Non distoglieva per un attimo gli
occhi dai miei ed ebbi l’impressione che cercasse la mia
approvazione per i misfatti di cui si era macchiata. Sono
convinto che se fosse stato un essere umano avrebbe avuto
una mezzaluna pitturata sul volto, per dare sfogo alla sua
follia. Dopo qualche minuto, si alzò e cominciò ad
annusarmi. Avvertivo il calore del suo corpo poggiarsi sul
mio, mentre naufragavo nel giallo di quegli occhi demoniaci.
Qualcosa di umido e di tiepido bagnò le mie labbra. Avrei
voluto arretrare la testa, ma non ero in grado di farlo. Un
gusto amarognolo mi penetrò nel palato: era il sapore del
sangue. Impossibile spiegare quello che provai: un misto di
terrore e di eccitazione si impadronì del mio cervello. La
lingua della bestia si attorcigliò con la mia in un valzer
di sapori indefinibili che mi portarono ad avere un
erezione. Stavo assaporando un’aroma unica, peccaminosa: la
perversa essenza del male, suppongo.
Una
serie di schiamazzi mi impedirono di eiaculare, cancellando
le sensazioni e le scene in cui ero immerso. Ripiombai così
nelle visioni inafferrabili di cui vi dicevo a inizio
racconto, schiavo di un dolore insopportabile che mi
addentava il petto. I brusii si erano trasformati in un
vocio che risuonava nei miei orecchi, simile al rumore
rallentato di un’audiocassetta difettosa. Mi sforzai di
vedere oltre a quel baluginare di colori e colsi alcuni
dettagli che prima mi erano sfuggiti. C’erano delle sagome
verdi attorno a me che si muovevano in ogni direzione, come
schegge impazzite. Pareti bianche mi circondavano, mentre
sul soffitto vi doveva essere un grosso riflettore, perché
un’intesa luce inondava la stanza. Contemplavo quello che
stava succedendo con lo stesso sguardo di chi cerca di
scrutare il mondo dall’interno di una vasca colma d’acqua. A
un tratto, ogni sagoma scomparve dalla mia visuale. Per
alcuni istanti regnò il silenzio, poi, percepii un flebile
ronzio che si fece sempre più forte, sin quando una
superficie morbida e calda si strofinò sul dorso della mia
mano. Che fosse ancora quel maledetto gatto? Non sapevo cosa
pensare: ero confinato in una realtà che tale non poteva
definirsi. Riuscii a piegare la testa verso l’alto e
un’ultima immagine si impresse nelle mie cellule cerebrali.
Sul petto avevo un enorme ferita circolare ricoperta da
sangue rappreso, mentre sull’ombelico un bisturi luccicante
era poggiato in attesa di esser utilizzato. Travolto
dall’orrore, precipitai nell’oblio.
Quando
ripresi possesso delle mie facoltà mentali mi ritrovai in
una stanza angusta, dove tutt’ora sono rinchiuso. Non ci
sono comfort qui dentro, non c’è luce. Passo il tempo a
contare i passi che separano un muro dall’altro, mentre
tengo d’occhio il biancore che filtra dal disco che ho di
fronte.
Il
pensiero di quella bestia e di quel sangue che solcava il
candido piastrellato mi consuma l’animo. Vorrei battere la
testa al muro per scuotere i ricordi che sono sommersi nei
meandri della mia mente, ma ne otterrei dei risultati
veramente apprezzabili? Francamente non lo credo.
Ho
urlato e implorato molte volte, ma solo la solitudine ha
risposto alle mie suppliche, fornendomi altri dubbi e nuovi
misteri da sciogliere. Qualche giorno fa mi è stata concessa
una penna e un vecchio quaderno stropicciato sul quale sto
scrivendo queste righe, per evitare che quel poco che
ricordo svanisca col tempo.
Un
momento, ci sono dei rumori adesso… E’ la prima volta che li
capto. Stanno riecheggiando aldilà del cerchio. Sembrano
passi e catene ciondolanti. Adesso si fanno più marcati,
stanno venendo nella mia direzione… Si, è così, ora sento
anche il rimbombare di una serratura che scatta…
Un
bagliore accecante mi avvolge; cerco di penetrare con lo
sguardo oltre la nebbia di luce, ma i miei occhi sono
ciechi. Sposto la testa verso il basso e… c’è qualcosa che
filtra dal biancore; è una piccola sagoma scura… No, non può
essere…Nooo!
-
Dunque, questa è la lettera che avete trovato? – disse il
Procuratore Nero, rivolgendosi al professor Testi, dopo
averne letto il contenuto ad alta voce.
-
Proprio così, dottore -, rispose il Professore, togliendosi
la pipa dalla bocca. – Deve sapere che il signor Cassinelli
era stato ricoverato in questa struttura dopo aver subito
una delicata operazione chirurgica e…
-
Conosco la storia -, lo interruppe il Procuratore. -
Cassinelli fu ferito alla testa da un poliziotto nei pressi
di un autogril dopo aver ucciso una giovane donna con un
rasoio. Non processato per incapacità di sostenere un
processo, fu rinchiuso in questo ospedale psichiatrico dove
ha vissuto sino a pochi giorni fa.
- Vedo
che sa fare bene il suo lavoro -, sorrise Testi, immerso da
una nuvola di fumo grigio.
-
Gentile da parte sua -, sogghignò il procuratore, -
piuttosto mi dica, ritiene anche lei che il paziente si
possa esser reciso la carotide con una penna stilografica?
- Non
vorrà forse dirmi che quelle ferite siano state provocate
dagli artigli di un gatto, spero? – ridacchiò il
professore.
Il
Procuratore lo guardò di traverso, con un espressione di
rimprovero dipinta in faccia.
Dalla
finestra, intanto, filtravano i timidi raggi dell’autunno
romano, mentre sullo sfondo svettavano i tetti dei palazzi
capitolini. Proprio su uno di essi, a pochi metri di
distanza dall’ufficio di Testi, un gatto nero incrociava, a
ogni passo, una zampa con l’altra, facendo l’equilibrista
tra le tegole color mattone…
Matteo Mancini nasce a
Pisa il 15.07.1981 e vive praticamente da sempre a Tirrenia (PI).
Laureatosi in
giurisprudenza nell’ottobre del 2005 è attualmente impeganto nel compimento
della pratica legale, in vista dell’esame per l’iscirizione all’albo degli
avvocati.
Appasionato di criminologia nonché di cinema e letteratura di genere,
trascorre molte ore in compagnia dei saggi dei vari Picozzi e De Luca,
alternandoli con
letterature di intrattenimento firmate dai vari H.P. Lovecraft, E.A.Poe, ma
anche da scrittori contemporanei come C.Lucarelli e C.Barker.
Inizia a scrivere
partendo con la stesura di saggi di criminolgia, passando presto alla
redazione di recensioni e commenti dei films visionati,
come dimostra il
numeroso materiale pubblicato in giro per la rete sotto lo pseudonimo di
giurista81. Si dedica, poi, alla stesura di mini sceneggiature,
per giungere, infine,
nel dicembre 2006, dopo l’iscrizione al forum del sito
www.latelanera.com, alla redazione del suo primo racconto.
Tra i migliori
risultati raggiunti in ambito narrativo si segnala il terzo posto nel
concorso “La Strategia della tensione”,
indetto dal quotidiano
“Il Tirreno” con la collaborazione del duo Lucarelli-Bortolotti,
e la pubblicazione di
un racconto fantascientifico nell’antologia “N.A.S.F.3 - Robot vs. Alien”
curata dai gestori del sito
www.nuoviautori.org.
Collaboro
col sito www.sognihorror.com in
qualità di recensore delle pellicole horror.