Passi
nella solitudine di quel tetro corridoio. Troppo tardi, era
troppo tardi. L’aveva ripetuto all’infinito Lisa, l’aveva
urlato Miky, l’aveva detto a bassa voce Lhu. Solo Marco… era
l’unico che tentava di mantenere la calma. Mani ferme sul
tavolo, sguardo perplesso dietro la frangetta nera.
“E’
colpa tua, è solo colpa tua…”
Inveì
Lisa verso Marco.
Qualche
secondo trascorse senza che nessuno aprisse bocca. Come per
ascoltare i rumori del silenzio.
“Nessuno
vi ha costretto… nessuno, l’avete voluto fare voi!”
“Hai
detto che era sicuro porca puttana, hai detto che sarebbe
filato tutto liscio!”
Ribattè
Miky.
“In
genere è così…”
Rispose
Marco con una freddezza invidiabile.
“… in
genere capita sempre qualche buono, stavolta non so
cos’è successo, e poi Lisa ha tolto le mani, non doveva
toglierle!”
Era
stata la sua spiegazione, la sua giustificazione. Povera,
come la speranza di farcela che si affievoliva ogni secondo
sempre più, come una fiamma la vento.
La luce
abbandonò la stanza, per l’ennesima volta. Nessuno ebbe il
tempo di gridare. Le sedie incominciarono a girare, come
impazzite. Le due finestre addobbavano le quattro mura di
luce lunare, scarsa ma giusta per poter vedere gli sguardi
atterriti dei quattro. Le sedie si fermarono, una cadde a
pochi centimetri da Lisa. Le lacrime scendevano come cascate
sul suo viso colmo di lentiggini. Piangeva e ripeteva di
voler tornare a casa. La porta non si apriva, già provato,
già forzata, già imprecato. Lhu urlò. Un urlo isterico,
tagliente come lama.
“Qualcosa è passato qui vicino, qualcosa mi ha sfiorato!”
Disse in
lacrime.
Marco
guadò la stanza, quello che i suoi occhi riuscivano a
percepire. Lunghe ombre si muovevano lentamente come spinte
dal vento. Vento freddo che di tanto in tanto echeggiava nei
bui corridoi al di là della porta. La luce tornò, d’incanto,
così come era andata via. Quattro sguardi si incrociarono al
centro della stanza. Miky alzò la sedia che era finita in
terra. La tavoletta aveva incominciato a muoversi da sola.
All’inizio era stato un gioco, una sfida. Marco l’aveva
fatto tante volte, gli altri mai. Era stata una questione di
coraggio. La prima ad accettare era stata Lisa, seguita a
ruota libera da Lhu. Miky dovette acconsentire, volente o
nolente, non poteva passare per il fifone, soprattutto di
fronte alle ragazze. Le rassicurazioni si erano sprecate. Il
posto suggestivo. Un vecchio ospedale psichiatrico
abbandonato. Appena fuori città. Appena in mezzo al nulla.
La luce c’era, non era ancora stata tagliata e degli
studenti ne approfittavano dando party sfrenati. Non c’erano
party quella sera. Non c’era confusione e Dio solo sa quanto
ne avrebbero avuto bisogno. L’inizio era stato promettente,
risate e smorfie. Lisa la bionda aveva mosso per un po’ il
puntatore. I volti spaventati si sprecavano, ma subito dopo
sbottavano in grasse risate. Lisa la bella, la chiamavano,
Lisa quella dai capelli lunghi biondi, il fisico asciutto
come quello di una nuotatrice. Poi c’era Lhu, la ragazza
della porta accanto, la ragazza da 8 a scuola e 3 nei
rapporti con la gente. Capelli neri, caschetto, occhi verdi,
smeraldo. Bella, senza trucco, naturale e forse bella anche
per questo. Marco, dark in tutto e per tutto. Narrava di
sedute spiritiche nei cimiteri e conoscendo il tipo c’era da
credergli. Poi Miky, un po’ di pancia, un po’ di calvizie,
un po’ di paura. I sorrisi si smorzarono quando capirono che
il puntatore aveva una vita propria. Marco conduceva.
Dicci chi sei… NO, la risposta della tavola Oiju. Sei
uno spirito buono?... NO, ancora il puntatore sulla
lettera che intendeva una negazione.
“Basta
con queste puttanate!”
Aveva
detto Lisa.
Sempre
una parola di troppo per la bionda. Il puntatore impazzito.
Il sudore sgorgava dai loro volti come se stessero
sostenendo una fatica spaventosa. Era la tensione e il
terrore per quello a cui stavano assistendo. Rallentò, il
puntatore incominciò a comporre una parola, M-O-R-T-E,
morte, la prima parola dello spirito. Non piacque a
nessuno e le lacrime sul viso di Lhu furono le prime a
venire fuori. Cosa vuoi? Il puntatore veloce come un
battito d’ali, P-O-R-T-A-R-V-I, portarvi, C-O-N,
con, M-E, me. Portarvi con me. Dove?
Chiese Marco rimanendo freddo. La tavoletta impazzita.
Lettere velocissime, DOVE IL SOLE NON BATTE PIU’.
Fu
quello il punto di rottura. Lisa tolse le mani dal
puntatore. Il cerchio si ruppe. Marco imprecò e Lisa corse
veloce verso la porta. Pochi metri. La porta si chiuse con
una botta pazzesca. Mani sul pomello. Porta bloccata. Prima
Miky, niente. Stesso risultato per Marco. La porta era
chiusa. La luce andò via, più e più volte. Terrore stampato
sui volti e la corrente era andata e venuta per l’ennesima
volta e ora Marco aveva capito che la situazione era
gravissima. Si sentì osservato, da tutti.
“Non
guardatemi, non posso fare niente, il cerchio s’è rotto, se
non vuole andarsene non possiamo cacciarlo!”
Lisa
avrebbe voluto ribattere, per l’ennesima volta. Ma il
silenzio vinse. Con le mani si copriva gli occhi stanchi,
per le lacrime, troppe, per il trauma, pesante. Si erano
riuniti in un angolo, con le spalle al muro si sentivano più
protetti. Un riflesso nel vetro. Un viso li stava
osservando. Solo un volto, senza occhi. Cavità profonde come
solchi neri fissi su di loro. Il pianto della bionda
aumentò notevolmente seguito da quello di Lhu. I maschi non
piansero, non ancora. Il viso, la forma scheletrica del
cranio, orecchie minute, pelle bianca, testa calva. Quei
pozzi senza fondo immobili a scrutare le loro sagome. Il
riflesso sparì, con la stessa velocità con cui era comparso.
Le mura sembravano pulsare. Sembravano mobili, sul punto di
stringersi. L’aria irrespirabile.
“Ne
usciremo vivi?”
Una
domanda a voce bassa, rotta dalle lacrime. Una domanda di
Lisa. Doveva rispondere Marco. Non c’era un vero motivo, ma
doveva farlo lui. Mano destra tra i capelli. Disordinati e
sudati. Una bugia sarebbe stato l’ideale, la verità forse
troppo cruda. Non disse niente, rimanendo in silenzio. La
luce sparì per l’ennesima volta. Qualcosa si mosse nelle
tenebre che possedevano la vita dentro la stanza. La porta
si aprì, di scatto, come una molla. Lisa partì in quarta,
veloce verso l’uscita. Non ci fu modo di trattenerla o di
farle cambiare idea. Mente chiusa, un solo obbiettivo,
scappare. Gli altri immobili ad osservare quello che
succedeva. La bionda scomparve nel buio del corridoio. Un
tunnel lunghissimo che portava all’esterno. La porta si
richiuse con un movimento fulmineo.
“Dovevamo seguirla… si è richiusa che cazzo facciamo
adesso!”
Stava
sbottando Lhu.
Un urlo
terrificante li zittì, completamente.
Un
corridoio buio come un mare nero. Lungo come sa essere lunga
una vita. Aveva urlato Lisa. Aveva gridato perché qualcosa
si era mostrato appena dietro di lei. Stava correndo da
troppo tempo, dove diamine era l’uscita? All’andata il
corridoio era stato molto meno lungo, possibile? Qualcosa le
afferrò i capelli trascinandola verso l’alto. Corsa
interrotta. Le sue grida arrivarono nella stanza chiusa.
Arrivarono all’esterno, ovunque. Faccia a faccia con un
fantasma. Un esile figura. Non giungeva a contatto con il
terreno. Fermo, a mezz’aria. Mani scheletriche, bianche,
unghie gialle, lunghe, curve. Senza labbra, pelle bianca,
quasi viscida. Occhi neri, color tenebra. Pelle tirata sul
viso come se fosse stata risucchiata dal di dietro. Se di
pelle si poteva parlate. Lisa fu sgozzata. Sangue a fiume
sulle mattonelle bianche del corridoio, il corridoio dei
pazzi. Il corpo inerte cadde dal soffitto. Splash,
accolto tra le braccia di un lago di sangue. Il fantasma si
mosse, immagine per immagine, come una vecchia macchina
fotografica che scattava fotografie a ripetizione. Dopo
appena quattro scatti era davanti alla porta. Respiro caldo,
denso, faticoso, ma i fantasmi non respirano e allora era la
sua presenza che emanava mille suoni raccapriccianti. Porta
spalancata. Il fantasma e davanti rannicchiati in un angolo
Marco testa fra le mani, Lhu occhi lacrimanti e Miky muto
come un pesce. Lo spettro urlò, la bocca a forma di cono si
allungò e ritornò al suo posto più di una volta. Mano destra
lungo il fianco semi-visibile, mano sinistra che si alzava
lentamente. Indicò Marco. Lui scosse la testa, non voleva,
nonvoglio urlava. Qualcosa lo afferrò per le
caviglie. In un lampo al cospetto del fantasma. Gola
sgozzata. L’orrore prese vita sui volti dei due
sopravvissuti. Toccò prima a Miky. Si aggrappò al tavolo,
alle sedie, alla vita che gli sfuggì dalle mani. Due
cadaveri in terra, uno nel corridoio. Solo Lhu. La ragazza
parlò.
“Che
cosa ti abbiamo fatto…”
Disse
piangendo come un’ossessa, tanto da farsi mancare il fiato.
“… che
cosa vuoi!”
Lo
spettro parlò. Labbra immobili. Un suono, seguito da un
altro suono e poi ancora un altro a formulare una frase.
“Il
manicomio ha chiuso… e tutti i pazzi che fine fanno? Quanti
ne sono? Quattro, altrimenti non sarebbe fallito! Famiglia?
No, soli! Documenti? Non se vogliamo! Divertiamoci…
sgozziamoli come capre!”
Un
attimo prima la luce della luna per Lhu, per i suoi occhi.
Un attimo dopo buio e la fine.
L'AUTORE
L'autore
di questo racconto è Francesco
Borrasso
Francesco Borrasso nato a Caserta Nel 1983.
Diplomato alla scuola di cinema napoletana Pigrecoemme, con la
specializzazione in regia cinematografica.
Dirige
sette cortometraggi tra cui Sogni Di Miele,
vincitore premio del pubblico al LES PETITES LUMIERE FILM FESTIVAL,
sezione Horror.
Partecipa ad una moltitudine di manifestazione cinematografiche tra cui
il JOE D’AMATO HORROR FESTIVAL e al PESARO HORROR FESTIVAL.
L’ultimo corto Percezioniè stato recensito
ottimamente sul sito
www.horrormovie.it
Il
corto Percezionie possibile visionarlo nella versione
short sul sito
www.filmhorror.com
Il suo
ultimo lavoro è in fase di pre- produzione.
Il suo
primo libro, De Arcanis è stato pubblicato a cura della
Magnetica Edizioni.