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  1. La Voce Nella Notte
  2. Vigilanza Notturna
  3. Un Gran Brutto Natale
  4. Per Amore Dei Figli

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Gabriele Lattanzio

  1. Il Primo Caso Di Willard & Sanderson

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Marco Milani

  1. Notte Chiara

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Andrea Laprovitera

  1. Il Mio Nemico

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Simone Corà

  1. Luciano E Il Fantasma

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Giacomo Ilacqua

  1. Terrore A New York

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Andrea Carbone

  1. Per Sempre

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Carmine Cantile

  1. Prima Colazione

 

 

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LUCIANO E IL FANTASMA

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PER AMORE DEI FIGLI

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TERRORE A NEW YORK

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LA STATUA DI CERA

 

Pace in terra agli uomini di buona volontà.

La scritta dorata, intarsiata nel massiccio architrave del portale di legno da tempo immemorabile, dominava per tutta la

lunghezza l’ingresso della piccola casa di Dio.

Qualche metro più giù, un motivo decorativo d’incredibile bellezza, e allo stesso tempo inquietante, effigiava l’immenso

portale tardo romanico. Grottesche raffigurazioni di animali ancestrali affiancavano indicibili parodie del genere umano

mentre disegni geometrici in avorio, intagliati ad intreccio, contornavano il tutto.

Alta sulla sommità del vetusto edifico, campeggiava, sferzata dal vento e dalla pioggia, il millenario simbolo della

Cristianità.

Faceva un freddo cane quella sera.

Una di quelle tipiche serate invernali tali da costringere le persone a rintanarsi nelle proprie case, accanto al crepitio del

fuoco caldo di un camino, con un bel po’ di caldarroste a cuocere e un odore acre di pipa nell’aria.

Solo pochi temerari si erano avventurati per le strade a scambiare le solite quattro chiacchiere bonarie, prima di ritirarsi

a casa per la cena e poi assopirsi dinanzi ad un buon bicchiere di vino rosso.

Ma c’era chi, diversamente, freddo o non freddo, aveva altro cui pensare, quella sera.

Il giovane magrebino, alto, sulla trentina, con una lunghissima e folta barba, i pochi capelli radi e con un vistoso taglio

sulla guancia sinistra, aveva da poco fatto visita all’ennesima abitazione di quella sera.

Aveva portato via ben poco, però. E non gli era andata bene come le altre volte. Anzi, a dire il vero, quella serata gli

aveva riservato un imprevisto, uno di quelli che talvolta aveva dovuto fronteggiare. Proprio alla macelleria dei coniugi

Saberte, infatti, quella che fa ad angolo con la taverna “La Gioconda”, si era fatto beccare con le mani nel sacco ed era

stato sul punto di farsi catturare. Solo dopo aver minacciato i due proprietari con un’arma di fortuna, un

ROMPIGHIACCIO appeso ad un gancio accanto alla cella frigorifera, era riuscito a dileguarsi nel buio, facendo perdere le

proprie tracce, con uno magro bottino: una manciata di spiccioli, nell’ordine dei sei, al massimo sette euro.

Fervente musulmano qual era, però, non aveva osato toccare nessuna prelibatezza culinaria che il destino gli aveva

messo sulla strada.

Benché fosse più che certo che i coniugi Saberte non l’avessero di certo riconosciuto, una volta rimossa la finta barba,

convenne che era ora di cambiar totalmente aria.

La sera, tuttavia, non era cominciata sotto i migliori auspici.

Si diresse con passo spedito, ma allo stesso tempo furtivo, verso il sentiero che conduceva ad una chiesa, così come

annunciava una logora scritta sbiadita su una vecchia insegna di legno ormai erosa dai tarli. Ammantato nell’oscurità delle tenebre, il giovane passò praticamente inosservato nei viottoli di campagna che conducevano al piccolo edificio,

posto a qualche chilometro dal centro del piccolo caseggiato. Addentrandosi nella foresta, si accorse che un groviglio

intricato di rami ed alberi costituivano una vera e propria galleria naturale sopra il suo capo. Solo di rado riusciva a

scorgere il chiarore lunare al di là di quella fitta vegetazione.

Aveva percorso circa mezzo chilometro quando, oltrepassando una curva, notò il vetusto edifico ritagliato sullo sfondo.

Un sorriso gli si materializzò sulle labbra quando una brillante idea fece capolino fra i meandri dei suoi pensieri.

In quell’edificio avrebbe sicuramente trovato qualcosa di più interessante su cui mettere le mani.

La CHIESA DI CAMPAGNA esternamente si presentava totalmente spoglia. La facciata a capanna presentava vistose

crepe lungo le mura e il portale, riccamente decorato, strideva totalmente con lo stato di abbondano in cui sembrava

versare la struttura.

Grosse sterpaglie erano cresciute ai stipiti delle porte, mentre una patina fuligginosa ne ricopriva il batacchio. 

Sul lato occidentale si estendeva, a perdita d’occhio, quello che, presumibilmente, costituiva il cimitero locale. Altrimenti

non si sarebbe proprio spiegata la presenza di centinaia di lapidi conficcate nella nuda terra.

Si avvicinò alla chiesa con fare furtivo.

Giunto ai margini dell’ingresso, si ritrovò a rimirare la grossa scritta dorata che troneggiava  l’accesso al luogo sacro.

Pace in terra agli uomini di buona volontà.

“Fanculo gli uomini di buona volontà”, sbraitò divertito, in un italiano assai incerto.

Poi spinse il batacchio dell’immenso portale dai cardini arrugginiti.

Non si mosse di un solo millimetro.

Per nulla scoraggiato, provò ad armeggiare con la massiccia serratura con la punta del rompighiaccio che aveva

sottratto in macelleria.

Ma ogni tentativo si rivelò inutile.

Demoralizzato ma non sconfitto, si ritrovò ad ispezionare il lato orientale dell’edificio.

Una piccola finestra, dalle dimensioni appena sufficienti a garantire l’accesso ad una persona piccola di statura,

affacciava sulla navata.

Nel frattempo le nubi, alte nel cielo, avevano cominciato a diradarsi e la precipitazione, dapprima insistente, era

divenuta una leggera foschia piovigginosa. Riuscì a scorgere, nel barlume della luce lunare che attraversava i vetri

opachi della finestra, l’interno della chiesa.

Da quel poco che riuscì a vedere fra le incrostazioni di polvere, sporco e fuliggine, intuì che la chiesa era tenuta proprio

bene: l’interno stonava totalmente con quanto era possibile ammirare all’esterno.

Una decorazione a tarsie policrome, con venature di marmo verde e bianco, disegnavano  magnificamente il pavimento

per tutta la sua lunghezza. Altri ghirigori incredibili adornavano le nicchie laterali della navata.

Proprio di fronte alla finestrella, addossata alla parete occidentale, faceva bella mostra una statua dalle dimensioni

umane. Una statua incredibilmente bella, forgiata in una maniera tale da risultare incredibilmente reale, tanto erano

perfette le fattezze modellate.

Raffigurava l’arcangelo Gabriele alle prese con il demonio. La creatura alata risplendeva nel suo fulgore, brandendo una

spada argentea levata alta ad indicare il cielo. Un sorriso serafico le solcava il viso mentre, con il piede destro,

schiacciava una figura decisamente ributtante ed inquietante. Lunghe corna ricurve ed una oblunga coda equina,

dannatamente perfette, facevano capolino da quel corpo informe. Mentre, fra le zampe, quattro piccole figure dai

lineamenti apparentemente umani venivano ghermiti da lunghi artigli adunchi.

Trovò quella statua decisamente sinistra.

Spaziò con lo sguardo nell’oscurità della stretta navata, a più riprese.

Poi, finalmente, il suo sguardo riuscì ad individuare quello che aveva bramato poc’anzi, alla vista della piccola casa di

Dio.

Proprio ai piedi del maligno, infatti, era deposita la cassetta per le offerte votive.

Non era molto grande, a dire il vero, come si sarebbe augurato, ma comunque ampia abbastanza da custodire al suo

interno molti più spiccioli di quei sei, SETTE EURO che era riuscito a sottrarre dalla casa del macellaio.

Si guardò intorno con aria circospetta per accertarsi che non ci fosse nessuno nei paraggi. Poi applicò un po’ di nastro

adesivo sul vetro, così come aveva già fatto altre volte dinanzi ad un simile ostacolo.

Ritrasse la mano destra oltre la manica dello spesso indumento di lana che indossava e, impugnando il rompighiaccio,

colpì con un colpo secco il vetro incrostato della finestra, frantumandolo in mille pezzi. Il nastro adesivo attenuò il

rumore della rottura, impedendo ai grossi frammenti di vetro di impattare al suolo. Poi, con cura meticolosa, rimosse le

schegge che erano rimaste attaccate all’intelaiatura dell’infisso ligneo.  

Facendosi forza sulle braccia nerborute, si issò sulla lastra in pietra che costituiva la soglia della finestra, facendosi leva

con il bacino. Poi introdusse il capo all’interno della chiesa e lentamente, anche se con non poche difficoltà, vista

l’esiguità del vano a disposizione, si ritrovò all’interno dell’edificio.

Il lucore ambrato dei ceri votivi, accanto alle nicchie e alle varie teche, aureolava la navata di un chiarore spettrale,

quasi sepolcrale.

Un brivido gelido gli percorse la schiena.

Dall’interno, la chiesa, sembrava molto più grande di quanto apparisse all’esterno.

E tenuta pure molto bene.

Accanto alla finestra da cui era entrato, troneggiava una sublime scultura lignea del Cristo Redentore. Sulla stessa

parete, un dipinto mosaicato della Vergine, di una impressionante nitidezza, richiamava alla memoria raffigurazioni

bizantine d’altri tempi. Su tutto dominava il colore dorato di alcuni tasselli, totalmente identico alla scritta che

campeggiava sull’architrave della porta.

Quella stessa scritta che il giovane magrebino, appena qualche minuto prima, aveva deriso.

Il tempo non aveva intaccato minimamente l’intimo dell’edificio, ne ancora aveva steso il suo velo di desolazione sulle

poche panchine in legno pregiato di rovere,  una dozzina in tutto, rivolte verso un magnifico altare marmoreo.

Il pezzo forte, però, bella e terrificante allo stesso tempo, era la magnifica statua verso cui tutti mostravano riverenza

e dedizione, frammista ad un po’ di inquietudine, e che tutti guardavano sempre con un po’ di apprensione: la statua

dell’Arcangelo Gabriele.

Più della figura alata, ad incutere un timore reverenziale ed una paura irrazionale nei visitatori, era l’essere deforme

posto ai suoi piedi.

Se i bambini, e non solo, si tenevano ben lontani dalla quella umile casa di Dio, il motivo era da ricercare solo ed

esclusivamente in quella immonda parodia del genere umano, posta subito dopo l’atrio d’ingresso.

Sahat si avvicinò alla statua senza alcuna esitazione. La sua religione non prevedeva immagini sacre da venerare o

idolatrare. Anzi, i simboli religiosi erano totalmente da biasimare. Per lui, quelle rappresentazioni, di qualsiasi natura esse

fossero, erano semplicemente oggetti insignificanti del tutto simili alle panchine o ai ceri che si trovavano in quel posto.

La cassetta delle offerte votive, invece, era molto più importante di quelle blasfeme raffigurazioni e, soprattutto, di

quella maledetta statua. Anzi, più della cassetta, era il contenuto di essa a risultarne estremamente interessante.

Ma, doveva ammetterlo, quella grande statua un po’ lo intimoriva, soprattutto le sembianze di quell’essere deforme.

Convenne che l’inquietudine stava prendendo sempre più il sopravvento mentre si avvicinava alla scultura lignea.

Sembravano maledettamente reali, le due figure.

Prese la cassetta con entrambe le mani e cercò di forzarla.

Ma ogni tentativo risultò vano.

Poi fu la volta del rompighiaccio.

Gli era tornato utile diverse volte, quella sera.

E pensare che avrebbe voluto sbarazzarsene subito dopo aver minacciato il macellaio e consorte. Era stato

decisamente astuto a non privarsene. Un sorriso gli si materializzò sul viso.

Cercò in vari modi di aprire la scatola.

Provò e riprovò, ma non riuscì a scalfirne minimamente il massiccio lucchetto.

La collera esplose in un baleno, e gli montò dentro simile ad un’enorme mareggiata.

Alzò lo sguardo e si ritrovò faccia a faccia con l’essere deforme. A meno di venti centimetri da quel viso

indescrivibilmente ripugnante.

Ebbe un sussulto.

E si ritrovò a rabbrividire.  

In preda alla rabbia, spuntò contro quell’indicibile essere infernale, per poi riprendere ad armeggiare con il lucchetto.

Quando capì che nessuno beneficio avrebbe fatto seguito a quei tentativi, scaraventò con violenza la cassetta contro la

statua.

L’involucro di legno, cadendo rovinosamente a terra, emise un flebile clic metallico, seguito immediatamente dal

tintinnio di diverse monetine che si riversarono sul pavimento.

Non ci badò più di tanto.

La sua attenzione era stata catturata da tutt’altra cosa.

La statua di legno, almeno così come aveva ritenuto che fosse fino a quel momento, aveva subito una sorta di

ammaccatura laddove aveva impattato la cassetta delle offerte.

Una corna si era staccata dal capo dell’essere deforme, precipitando sui ceri votivi posti ai piedi della statua.

Celermente aveva iniziato a liquefarsi sotto gli occhi increduli del giovane magrebino.

Gli ci volle poco per riacquistare il sorriso.

Dopo lo smarrimento iniziale, dovuto allo spavento per quanto accaduto, ebbe l’accortezza di capire che si trovava

dinanzi ad una statua di cera.

Sputò un grumo catarroso verso la statua, colpendo l’essere all’altezza dell’unica corna rimasta.

Poi rise mentre si accingeva a raccogliere le monetine.

Constatò che si trattava di una decina di euro, in tutto. E maledisse quel luogo e tutto quello che conteneva.

Tutto quel da farsi per appena una manciata di spiccioli.

Blaterò veemente nel proprio idioma. E prese a colpire a calci e pugni i ceri posti ai piedi della statua.

In quel delirio di esternazioni violente ed incomprensibili, una malsana idea gli accarezzò la mente.

Accostò la mano alla statua, avendo cura di non toccare alcuna parte del demone ai piedi dell’Arcangelo, trovandolo

maledettamente repulsivo.

La ritrasse all’improvviso. Quasi come se avesse toccato fiamme ardenti.  

Era completamente fredda, la statua. E viscosa.

Umida e viscosa, a dire il vero.

“Bene, bene!”, disse, ansimando a più riprese. “E’ completamente di cera”.

Un sorriso beffardo gli si stampò sulle labbra quando la sua mente deviata partorì quello che, di lì a poco, avrebbe

messo in pratica.

Vicino alla teca accanto alla statua, quella dove erano custodite varie reliquie sacre, facevano capolino diverse candele

votive spente e una SCATOLA DI FIAMMIFERI.

Afferrò quest’ultima con una rabbia sempre più dilagante. Ne vuotò il contenuto sul pavimento e afferrò un cerino con

la mano destra. Lo strofinò sul pavimento.

Una flebile fiamma, seguita dal tipico odore di zolfo, si riverberò nell’aria. Danzò innumerevoli volte sulla capocchia del

piccolo legno, mentre Sahat l’avvicinava premurosamente alla coda del demone.

Sorrise mentre la fiamma cominciò a lambire la cera.

Dopo qualche secondo, un lento ma cadenzato stillicidio prese a colare sempre più velocemente, disegnando sul

pavimento pustole rotonde sempre più grandi.

Si congratulò con se stesso per l’incredibile trovata.

Strappò da una nicchia laterale un drappo vellutato del rivestimento e lo pose con cura sulla statua. Poi accese varie

candele votive e le avvicinò al drappo.

Alte volute si levarono in un baleno mentre le fiamme cominciarono a lambire il morbido tessuto.

Si diresse con passo spedito verso la piccola finestra per allontanarsi il più velocemente possibile da quel luogo.  

Aveva appena messo il capo fuori dall’apertura quando ebbe la netta, tangibile sensazione che qualcosa si stesse

muovendo alle sue spalle.

Avvertiva indistintamente il crepitio della fiamme e il brusio della cera sciogliersi.  Ma aveva il sentore che il rumore di

sottofondo, simile ad una demoniaca risata infernale, stesse crescendo sempre più di intensità.

Si tirò celermente fuori dall’apertura nello stesso istante in cui diverse lingue di fuoco cercarono di ghermirgli le gambe.

Era sano e salvo.

E aveva fatto proprio un bel lavoro.

Si allontanò con passo spedito dalla piccola casa di Dio.

Di lì a qualche minuto le fiamme avrebbero richiamato gli abitanti del vicino caseggiato.

Fu proprio mentre passava accanto all’immenso portale d’ingresso che notò una cosa decisamente strana. Un evento

assolutamente irreale.

Uno strano liquido perlaceo, totalmente simile al rimasuglio liquefatto di una qualsiasi candela di cera, si riversava

 copiosamente attraverso le sottili fessure della porta.

Ovunque c’era una possibilità di comunicazione fra il dentro e il fuori, lì, fra quelle strette fessure, esondava

ininterrottamente quel liquido informe dando vita, sul piazzale, ad un’enorme gora irregolare.

L’inconcepibile, però, doveva ancora rivelarsi in tutto il suo abominio.

Mentre quell’enorme gozzo incorporeo e viscoso lentamente ma inesorabilmente si materializzava, ebbe la netta

sensazione che quella deforme massa perlacea pulsasse di vita proprio.

Restò estasiato e terrorizzato allo stesso tempo, dinanzi a quello che stava accadendo proprio davanti ai suoi occhi.

Era assolutamente impossibile. Assolutamente incomprensibile una cosa del genere.

Ma stava accadendo proprio lì, in quel luogo, e lui era l’unico spettatore, inconsapevole, di un evento così surreale.

Quell’enorme gozzo incorporeo, palpitante di vita propria, lentamente crebbe.

Aumentò di volume, si ingrossò ogni oltre dire, e assunse fattezze via via più chiare e distinte.

Molto, ma molto lentamente, assunse forme e sembianze sempre più familiari e ripugnanti, rivelandosi totalmente in

tutto la sua abominazione.

Sahat ebbe appena il tempo di intuire cosa stesse realmente accadendo, prima che l’essere deforme, saettando in un

baleno verso di lui, lo avvolgesse amorevolmente fra le sue spira, soffocando le sue strazianti grida in un ammasso

perlaceo senza forma.

Il vecchio prelato, il mattino successivo, diede poca importanza alla presenza di laceri vestiti e di diverse monetine

abbandonate proprio sullo spiazzo antistante la chiesa.

Inserì le chiave nella toppa e, dopo diverse mandate, aprì l’immenso portale. Un sinistro cigolio riecheggiò nella piccola

casa di Dio.

Un leggero spiffero d’aria proveniva dalla sua destra.

Notò subito i segni della finestra rotta e della cassetta aperta ai piedi della statua dell’Arcangelo Gabriele, intuendo

celermente che quella notte avevano ricevuto visite.

Fortunatamente, però, non avevano portato via un granché.

E forse le stesse monetine rinvenute all’ingresso erano state lasciate dallo stesso visitatore, mosso sicuramente da

sincero pentimento. Almeno era quello che si augurava di cuore.

Mise a posto i vari ceri sparsi alla rinfusa sul pavimento.

Risistemò la cassetta accanto alla statua di cera.

E portò via i cocci di vetro della finestra.

Non fece caso all’assenza del rivestimento della nicchia della parete occidentale. L’avrebbe notata sicuramente di lì a

qualche giorno.

Si avvicinò con discrezione alla statua di cera dell’Arcangelo Gabriele.

La scrutò con attenzione.

Dapprincipio non notò niente di strano: la statua non presentava niente di anomalo.

Le corna erano al proprio posto, lì dove dovevano essere, così come l’oblunga coda equina.   

Solo ad uno sguardo più attento, minuzioso, il prelato riuscì a scorgerne una sottile, impercettibile anomalia.

L’essere deforme, ai piedi della figura alata, non stringeva più fra gli artigli di cera le solite quattro minute forme dalle

fattezze umane.

C’era una nuova figura a tenerle compagnia…

Nell’attesa di qualche altro individuo poco incline alla buona volontà.

Un sorriso gli si formò sulle labbra, simile ad un sogghigno, mentre, con fare affettuoso, accarezzava dolcemente il

capo dell’essere deforme.

 

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Questo racconto è presente anche all'interno dell'e-book speciale halloween 2007

 

 


 L'AUTORE

 

L'autore di questo racconto è Carmine Cantile

                                    

Carmine Cantile, nato il 08/07/78 a Villaricca (Na), risiede nel piccolo comune di San nMarcellino (Ce).
Laureato in Scienza dell'Architettura, ha al suo attivo diversi racconti horror-thriller mai pubblicati.

Da sempre appassionato al genere horror-thriller, ha partecipato al concorso "Incubi nel Regno di Horrorlandia" figurando, il suo racconto,

nell'ebook dall'omonimo titolo e alla 5° edizione del “300 Parole Per Un Incubo”,

figurando il suo racconto in “Notturno”, ebook di scheletri.com tratto dal concorso.

 
 

 

inviasognihorror@yahoo.it

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