La scritta dorata, intarsiata nel massiccio architrave del
portale di legno da tempo immemorabile, dominava per tutta
la
lunghezza l’ingresso della piccola casa di Dio.
Qualche metro più giù, un motivo decorativo d’incredibile
bellezza, e allo stesso tempo inquietante, effigiava
l’immenso
portale tardo romanico. Grottesche raffigurazioni di animali
ancestrali affiancavano indicibili parodie del genere umano
mentre disegni geometrici in avorio, intagliati ad
intreccio, contornavano il tutto.
Alta sulla sommità del vetusto edifico, campeggiava,
sferzata dal vento e dalla pioggia, il millenario simbolo
della
Cristianità.
Faceva un freddo cane quella sera.
Una di quelle tipiche serate invernali tali da costringere
le persone a rintanarsi nelle proprie case, accanto al
crepitio del
fuoco caldo di un camino, con un bel po’ di caldarroste a
cuocere e un odore acre di pipa nell’aria.
Solo pochi temerari si erano avventurati per le strade a
scambiare le solite quattro chiacchiere bonarie, prima di
ritirarsi
a casa per la cena e poi assopirsi dinanzi ad un buon
bicchiere di vino rosso.
Ma c’era chi, diversamente, freddo o non freddo, aveva altro
cui pensare, quella sera.
Il giovane magrebino, alto, sulla trentina, con una
lunghissima e folta barba, i pochi capelli radi e con un
vistoso taglio
sulla guancia sinistra, aveva da poco fatto visita
all’ennesima abitazione di quella sera.
Aveva portato via ben poco, però. E non gli era andata bene
come le altre volte. Anzi, a dire il vero, quella serata gli
aveva riservato un imprevisto, uno di quelli che talvolta
aveva dovuto fronteggiare. Proprio alla macelleria dei
coniugi
Saberte, infatti, quella che fa ad angolo con la taverna “La
Gioconda”, si era fatto beccare con le mani nel sacco ed era
stato sul punto di farsi catturare. Solo dopo aver
minacciato i due proprietari con un’arma di fortuna, un
ROMPIGHIACCIO appeso ad un gancio accanto alla cella
frigorifera, era riuscito a dileguarsi nel buio, facendo
perdere le
proprie tracce, con uno magro bottino: una manciata di
spiccioli, nell’ordine dei sei, al massimo sette euro.
Fervente musulmano qual era, però, non aveva osato toccare
nessuna prelibatezza culinaria che il destino gli aveva
messo sulla strada.
Benché fosse più che certo che i coniugi Saberte non
l’avessero di certo riconosciuto, una volta rimossa la finta
barba,
convenne che era ora di cambiar totalmente aria.
La sera, tuttavia, non era cominciata sotto i migliori
auspici.
Si diresse con passo spedito, ma allo stesso tempo furtivo,
verso il sentiero che conduceva ad una chiesa, così come
annunciava una logora scritta sbiadita su una vecchia
insegna di legno ormai erosa dai tarli. Ammantato
nell’oscurità delle tenebre, il giovane passò praticamente
inosservato nei viottoli di campagna che conducevano al
piccolo edificio,
posto a qualche chilometro dal centro del piccolo
caseggiato. Addentrandosi nella foresta, si accorse che un
groviglio
intricato di rami ed alberi costituivano una vera e propria
galleria naturale sopra il suo capo. Solo di rado riusciva a
scorgere il chiarore lunare al di là di quella fitta
vegetazione.
Aveva percorso circa mezzo chilometro quando, oltrepassando
una curva, notò il vetusto edifico ritagliato sullo sfondo.
Un sorriso gli si materializzò sulle labbra quando una
brillante idea fece capolino fra i meandri dei suoi
pensieri.
In quell’edificio avrebbe sicuramente trovato qualcosa di
più interessante su cui mettere le mani.
La CHIESA DI CAMPAGNA esternamente si presentava totalmente
spoglia. La facciata a capanna presentava vistose
crepe lungo le mura e il portale, riccamente decorato,
strideva totalmente con lo stato di abbondano in cui
sembrava
versare la struttura.
Grosse sterpaglie erano cresciute ai stipiti delle porte,
mentre una patina fuligginosa ne ricopriva il batacchio.
Sul lato occidentale si estendeva, a perdita d’occhio,
quello che, presumibilmente, costituiva il cimitero locale.
Altrimenti
non si sarebbe proprio spiegata la presenza di centinaia di
lapidi conficcate nella nuda terra.
Si avvicinò alla chiesa con fare furtivo.
Giunto ai margini dell’ingresso, si ritrovò a rimirare la
grossa scritta dorata che troneggiava l’accesso al luogo
sacro.
Pace in terra agli uomini di buona volontà.
“Fanculo gli uomini di buona volontà”, sbraitò divertito, in
un italiano assai incerto.
Poi spinse il batacchio dell’immenso portale dai cardini
arrugginiti.
Non si mosse di un solo millimetro.
Per nulla scoraggiato, provò ad armeggiare con la massiccia
serratura con la punta del rompighiaccio che aveva
sottratto in macelleria.
Ma ogni tentativo si rivelò inutile.
Demoralizzato ma non sconfitto, si ritrovò ad ispezionare il
lato orientale dell’edificio.
Una piccola finestra, dalle dimensioni appena sufficienti a
garantire l’accesso ad una persona piccola di statura,
affacciava sulla navata.
Nel frattempo le nubi, alte nel cielo, avevano cominciato a
diradarsi e la precipitazione, dapprima insistente, era
divenuta una leggera foschia piovigginosa. Riuscì a
scorgere, nel barlume della luce lunare che attraversava i
vetri
opachi della finestra, l’interno della chiesa.
Da quel poco che riuscì a vedere fra le incrostazioni di
polvere, sporco e fuliggine, intuì che la chiesa era tenuta
proprio
bene: l’interno stonava totalmente con quanto era possibile
ammirare all’esterno.
Una decorazione a tarsie policrome, con venature di marmo
verde e bianco, disegnavano magnificamente il pavimento
per tutta la sua lunghezza. Altri ghirigori incredibili
adornavano le nicchie laterali della navata.
Proprio di fronte alla finestrella, addossata alla parete
occidentale, faceva bella mostra una statua dalle dimensioni
umane. Una statua incredibilmente bella, forgiata in una
maniera tale da risultare incredibilmente reale, tanto erano
perfette le fattezze modellate.
Raffigurava l’arcangelo Gabriele alle prese con il demonio.
La creatura alata risplendeva nel suo fulgore, brandendo una
spada argentea levata alta ad indicare il cielo. Un sorriso
serafico le solcava il viso mentre, con il piede destro,
schiacciava una figura decisamente ributtante ed
inquietante. Lunghe corna ricurve ed una oblunga coda
equina,
dannatamente perfette, facevano capolino da quel corpo
informe. Mentre, fra le zampe, quattro piccole figure dai
lineamenti apparentemente umani venivano ghermiti da lunghi
artigli adunchi.
Trovò quella statua decisamente sinistra.
Spaziò con lo sguardo nell’oscurità della stretta navata, a
più riprese.
Poi, finalmente, il suo sguardo riuscì ad individuare quello
che aveva bramato poc’anzi, alla vista della piccola casa di
Dio.
Proprio ai piedi del maligno, infatti, era deposita la
cassetta per le offerte votive.
Non era molto grande, a dire il vero, come si sarebbe
augurato, ma comunque ampia abbastanza da custodire al suo
interno molti più spiccioli di quei sei, SETTE EURO che era
riuscito a sottrarre dalla casa del macellaio.
Si guardò intorno con aria circospetta per accertarsi che
non ci fosse nessuno nei paraggi. Poi applicò un po’ di
nastro
adesivo sul vetro, così come aveva già fatto altre volte
dinanzi ad un simile ostacolo.
Ritrasse la mano destra oltre la manica dello spesso
indumento di lana che indossava e, impugnando il
rompighiaccio,
colpì con un colpo secco il vetro incrostato della finestra,
frantumandolo in mille pezzi. Il nastro adesivo attenuò il
rumore della rottura, impedendo ai grossi frammenti di vetro
di impattare al suolo. Poi, con cura meticolosa, rimosse le
schegge che erano rimaste attaccate all’intelaiatura
dell’infisso ligneo.
Facendosi forza sulle braccia nerborute, si issò sulla
lastra in pietra che costituiva la soglia della finestra,
facendosi leva
con il bacino. Poi introdusse il capo all’interno della
chiesa e lentamente, anche se con non poche difficoltà,
vista
l’esiguità del vano a disposizione, si ritrovò all’interno
dell’edificio.
Il lucore ambrato dei ceri votivi, accanto alle nicchie e
alle varie teche, aureolava la navata di un chiarore
spettrale,
quasi sepolcrale.
Un brivido gelido gli percorse la schiena.
Dall’interno, la chiesa, sembrava molto più grande di quanto
apparisse all’esterno.
E tenuta pure molto bene.
Accanto alla finestra da cui era entrato, troneggiava una
sublime scultura lignea del Cristo Redentore. Sulla stessa
parete, un dipinto mosaicato della Vergine, di una
impressionante nitidezza, richiamava alla memoria
raffigurazioni
bizantine d’altri tempi. Su tutto dominava il colore dorato
di alcuni tasselli, totalmente identico alla scritta che
campeggiava sull’architrave della porta.
Quella stessa scritta che il giovane magrebino, appena
qualche minuto prima, aveva deriso.
Il tempo non aveva intaccato minimamente l’intimo
dell’edificio, ne ancora aveva steso il suo velo di
desolazione sulle
poche panchine in legno pregiato di rovere, una dozzina in
tutto, rivolte verso un magnifico altare marmoreo.
Il pezzo forte, però, bella e terrificante allo stesso
tempo, era la magnifica statua verso cui tutti mostravano
riverenza
e dedizione, frammista ad un po’ di inquietudine, e che
tutti guardavano sempre con un po’ di apprensione: la statua
dell’Arcangelo Gabriele.
Più della figura alata, ad incutere un timore reverenziale
ed una paura irrazionale nei visitatori, era l’essere
deforme
posto ai suoi piedi.
Se i bambini, e non solo, si tenevano ben lontani dalla
quella umile casa di Dio, il motivo era da ricercare solo ed
esclusivamente in quella immonda parodia del genere umano,
posta subito dopo l’atrio d’ingresso.
Sahat si avvicinò alla statua senza alcuna esitazione. La
sua religione non prevedeva immagini sacre da venerare o
idolatrare. Anzi, i simboli religiosi erano totalmente da
biasimare. Per lui, quelle rappresentazioni, di qualsiasi
natura esse
fossero, erano semplicemente oggetti insignificanti del
tutto simili alle panchine o ai ceri che si trovavano in
quel posto.
La cassetta delle offerte votive, invece, era molto più
importante di quelle blasfeme raffigurazioni e, soprattutto,
di
quella maledetta statua. Anzi, più della cassetta, era il
contenuto di essa a risultarne estremamente interessante.
Ma, doveva ammetterlo, quella grande statua un po’ lo
intimoriva, soprattutto le sembianze di quell’essere
deforme.
Convenne che l’inquietudine stava prendendo sempre più il
sopravvento mentre si avvicinava alla scultura lignea.
Sembravano maledettamente reali, le due figure.
Prese la cassetta con entrambe le mani e cercò di forzarla.
Ma ogni tentativo risultò vano.
Poi fu la volta del rompighiaccio.
Gli era tornato utile diverse volte, quella sera.
E pensare che avrebbe voluto sbarazzarsene subito dopo aver
minacciato il macellaio e consorte. Era stato
decisamente astuto a non privarsene. Un sorriso gli si
materializzò sul viso.
Cercò in vari modi di aprire la scatola.
Provò e riprovò, ma non riuscì a scalfirne minimamente il
massiccio lucchetto.
La collera esplose in un baleno, e gli montò dentro simile
ad un’enorme mareggiata.
Alzò lo sguardo e si ritrovò faccia a faccia con l’essere
deforme. A meno di venti centimetri da quel viso
indescrivibilmente ripugnante.
Ebbe un sussulto.
E si ritrovò a rabbrividire.
In preda alla rabbia, spuntò contro quell’indicibile essere
infernale, per poi riprendere ad armeggiare con il
lucchetto.
Quando capì che nessuno beneficio avrebbe fatto seguito a
quei tentativi, scaraventò con violenza la cassetta contro
la
statua.
L’involucro di legno, cadendo rovinosamente a terra, emise
un flebile clic metallico, seguito immediatamente dal
tintinnio di diverse monetine che si riversarono sul
pavimento.
Non ci badò più di tanto.
La sua attenzione era stata catturata da tutt’altra cosa.
La statua di legno, almeno così come aveva ritenuto che
fosse fino a quel momento, aveva subito una sorta di
ammaccatura laddove aveva impattato la cassetta delle
offerte.
Una corna si era staccata dal capo dell’essere deforme,
precipitando sui ceri votivi posti ai piedi della statua.
Celermente aveva iniziato a liquefarsi sotto gli occhi
increduli del giovane magrebino.
Gli ci volle poco per riacquistare il sorriso.
Dopo lo smarrimento iniziale, dovuto allo spavento per
quanto accaduto, ebbe l’accortezza di capire che si trovava
dinanzi ad una statua di cera.
Sputò un grumo catarroso verso la statua, colpendo l’essere
all’altezza dell’unica corna rimasta.
Poi rise mentre si accingeva a raccogliere le monetine.
Constatò che si trattava di una decina di euro, in tutto. E
maledisse quel luogo e tutto quello che conteneva.
Tutto quel da farsi per appena una manciata di spiccioli.
Blaterò veemente nel proprio idioma. E prese a colpire a
calci e pugni i ceri posti ai piedi della statua.
In quel delirio di esternazioni violente ed incomprensibili,
una malsana idea gli accarezzò la mente.
Accostò la mano alla statua, avendo cura di non toccare
alcuna parte del demone ai piedi dell’Arcangelo, trovandolo
maledettamente repulsivo.
La ritrasse all’improvviso. Quasi come se avesse toccato
fiamme ardenti.
Era completamente fredda, la statua. E viscosa.
Umida e viscosa, a dire il vero.
“Bene, bene!”, disse, ansimando a più riprese. “E’
completamente di cera”.
Un sorriso beffardo gli si stampò sulle labbra quando la sua
mente deviata partorì quello che, di lì a poco, avrebbe
messo in pratica.
Vicino alla teca accanto alla statua, quella dove erano
custodite varie reliquie sacre, facevano capolino diverse
candele
votive spente e una SCATOLA DI FIAMMIFERI.
Afferrò quest’ultima con una rabbia sempre più dilagante. Ne
vuotò il contenuto sul pavimento e afferrò un cerino con
la mano destra. Lo strofinò sul pavimento.
Una flebile fiamma, seguita dal tipico odore di zolfo, si
riverberò nell’aria. Danzò innumerevoli volte sulla
capocchia del
piccolo legno, mentre Sahat l’avvicinava premurosamente alla
coda del demone.
Sorrise mentre la fiamma cominciò a lambire la cera.
Dopo qualche secondo, un lento ma cadenzato stillicidio
prese a colare sempre più velocemente, disegnando sul
pavimento pustole rotonde sempre più grandi.
Si congratulò con se stesso per l’incredibile trovata.
Strappò da una nicchia laterale un drappo vellutato del
rivestimento e lo pose con cura sulla statua. Poi accese
varie
candele votive e le avvicinò al drappo.
Alte volute si levarono in un baleno mentre le fiamme
cominciarono a lambire il morbido tessuto.
Si diresse con passo spedito verso la piccola finestra per
allontanarsi il più velocemente possibile da quel luogo.
Aveva appena messo il capo fuori dall’apertura quando ebbe
la netta, tangibile sensazione che qualcosa si stesse
muovendo alle sue spalle.
Avvertiva indistintamente il crepitio della fiamme e il
brusio della cera sciogliersi. Ma aveva il sentore che il
rumore di
sottofondo, simile ad una demoniaca risata infernale, stesse
crescendo sempre più di intensità.
Si tirò celermente fuori dall’apertura nello stesso istante
in cui diverse lingue di fuoco cercarono di ghermirgli le
gambe.
Era sano e salvo.
E aveva fatto proprio un bel lavoro.
Si allontanò con passo spedito dalla piccola casa di Dio.
Di lì a qualche minuto le fiamme avrebbero richiamato gli
abitanti del vicino caseggiato.
Fu proprio mentre passava accanto all’immenso portale
d’ingresso che notò una cosa decisamente strana. Un evento
assolutamente irreale.
Uno strano liquido perlaceo, totalmente simile al rimasuglio
liquefatto di una qualsiasi candela di cera, si riversava
copiosamente
attraverso le sottili fessure della porta.
Ovunque c’era una possibilità di comunicazione fra il dentro
e il fuori, lì, fra quelle strette fessure, esondava
ininterrottamente quel liquido informe dando vita, sul
piazzale, ad un’enorme gora irregolare.
L’inconcepibile, però, doveva ancora rivelarsi in tutto il
suo abominio.
Mentre quell’enorme gozzo incorporeo e viscoso lentamente ma
inesorabilmente si materializzava, ebbe la netta
sensazione che quella deforme massa perlacea pulsasse di
vita proprio.
Restò estasiato e terrorizzato allo stesso tempo, dinanzi a
quello che stava accadendo proprio davanti ai suoi occhi.
Era assolutamente impossibile. Assolutamente incomprensibile
una cosa del genere.
Ma stava accadendo proprio lì, in quel luogo, e lui era
l’unico spettatore, inconsapevole, di un evento così
surreale.
Quell’enorme gozzo incorporeo, palpitante di vita propria,
lentamente crebbe.
Aumentò di volume, si ingrossò ogni oltre dire, e assunse
fattezze via via più chiare e distinte.
Molto, ma molto lentamente, assunse forme e sembianze sempre
più familiari e ripugnanti, rivelandosi totalmente in
tutto la sua abominazione.
Sahat ebbe appena il tempo di intuire cosa stesse realmente
accadendo, prima che l’essere deforme, saettando in un
baleno verso di lui, lo avvolgesse amorevolmente fra le sue
spira, soffocando le sue strazianti grida in un ammasso
perlaceo senza forma.
Il vecchio prelato, il mattino successivo, diede poca
importanza alla presenza di laceri vestiti e di diverse
monetine
abbandonate proprio sullo spiazzo antistante la chiesa.
Inserì le chiave nella toppa e, dopo diverse mandate, aprì
l’immenso portale. Un sinistro cigolio riecheggiò nella
piccola
casa di Dio.
Un leggero spiffero d’aria proveniva dalla sua destra.
Notò subito i segni della finestra rotta e della cassetta
aperta ai piedi della statua dell’Arcangelo Gabriele,
intuendo
celermente che quella notte avevano ricevuto visite.
Fortunatamente, però, non avevano portato via un granché.
E forse le stesse monetine rinvenute all’ingresso erano
state lasciate dallo stesso visitatore, mosso sicuramente da
sincero pentimento. Almeno era quello che si augurava di
cuore.
Mise a posto i vari ceri sparsi alla rinfusa sul pavimento.
Risistemò la cassetta accanto alla statua di cera.
E portò via i cocci di vetro della finestra.
Non fece caso all’assenza del rivestimento della nicchia
della parete occidentale. L’avrebbe notata sicuramente di lì
a
qualche giorno.
Si avvicinò con discrezione alla statua di cera
dell’Arcangelo Gabriele.
La scrutò con attenzione.
Dapprincipio non notò niente di strano: la statua non
presentava niente di anomalo.
Le corna erano al proprio posto, lì dove dovevano essere,
così come l’oblunga coda equina.
Solo ad uno sguardo più attento, minuzioso, il prelato
riuscì a scorgerne una sottile, impercettibile anomalia.
L’essere deforme, ai piedi della figura alata, non stringeva
più fra gli artigli di cera le solite quattro minute forme
dalle
fattezze umane.
C’era una nuova figura a tenerle compagnia…
Nell’attesa di qualche altro individuo poco incline alla
buona volontà.
Un sorriso gli si formò sulle labbra, simile ad un
sogghigno, mentre, con fare affettuoso, accarezzava
dolcemente il
Carmine Cantile, nato
il 08/07/78 a Villaricca (Na), risiede nel piccolo comune di San
nMarcellino (Ce).
Laureato in Scienza dell'Architettura, ha al suo attivo diversi racconti
horror-thriller mai pubblicati.
Da sempre
appassionato al genere horror-thriller, ha partecipato al concorso
"Incubi nel Regno di Horrorlandia" figurando, il suo racconto,
nell'ebook
dall'omonimo titolo e alla 5° edizione del “300 Parole Per Un Incubo”,
figurando il suo
racconto in “Notturno”, ebook di scheletri.com tratto dal concorso.