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 Emanuele Mattana

  1. La Voce Nella Notte
  2. Vigilanza Notturna
  3. Un Gran Brutto Natale
  4. Per Amore Dei Figli

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Gabriele Lattanzio

  1. Il Primo Caso Di Willard & Sanderson

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Marco Milani

  1. Notte Chiara

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Andrea Laprovitera

  1. Il Mio Nemico

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Simone Corà

  1. Luciano E Il Fantasma

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Giacomo Ilacqua

  1. Terrore A New York

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Andrea Carbone

  1. Per Sempre

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Matteo Mancini

  1. Occhi Dall'Ignoto

 

 

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LUCIANO E IL FANTASMA

*

PER AMORE DEI FIGLI

*

TERRORE A NEW YORK

*

PER SEMPRE

*

OCCHI DALL'IGNOTO

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LUCIANO E IL FANTASMA

 

Sul fatto che Luciano fosse matto, nessuno avrebbe mai avuto niente da obiettare.

Ma quel giorno, quando fece irruzione alle Poste con un muso che avrebbe potuto turbare anche il dr Frankenstein,

ci preoccupammo tutti quanti.

Era un sabato mezzogiorno, e stavo maledicendo mia moglie per la bolletta che mi accingevo a pagare.

Me ne stavo lì, in coda, a cercare di trovare qualcosa di interessante nelle piastrelle azzurrognole del pavimento,

quando Luciano si presentò con il suo carico di espressioni facciali, così ostili da chiedersi se era il caso di chiamare i

 Carabinieri o direttamente l’esorcista.  

«Non ne posso più», urlò. Di solito lui urlava sempre, quando parlava. Il cervello doveva avere qualche problema con la

manopola dell’audio, evidentemente. Ma quel sabato pareva avesse il jack di un amplificatore infilato su per il culo.

Non so come mai scelse proprio l’Ufficio postale per presentare le sue lamentele, anzi, ero piuttosto contrariato che

avesse interrotto la mia noiosissima sottrazione di denaro, ma visto che nessuno faceva niente, decisi di

accompagnarlo fuori.

Lì, mi raccontò tutto.

«Il fantasma», bofonchiò, infilandosi le dita in bocca. Tutte e dieci. «Adriano… il fantasma… non mi lascia in pace…»

Un fantasma. Tutto qua. A dir la verità, pensavo si trattasse di qualcosa di più grave.

«Uno spettro? Sicuro?», gli domandai.

Luciano annuì, con così tanta foga che mi chiesi come fosse possibile che la testa gli rimanesse ancora attaccata al

collo.

Poi, tra un urlo, un ripensamento e un paio di testate al muro, mi parlò di un uomo incatenato che lo perseguitava.

E di alcune lettere che aveva ritrovato in casa.

Quando riuscii a calmarlo, mi accorsi che quelli che prima erano in coda con me se ne stavano ora appiccicati alla

vetrata d’ingresso, gustandosi la scena. Probabilmente erano rammaricati per non avere del pop corn.

Li rassicurai con un cenno di mano, anche se mi sarebbe piaciuto tranquillizzarli con una mazza da baseball.

È maleducazione spiare la gente.

A ogni modo, visto che era sabato, e il sabato mia moglie fa l’orario continuato al supermercato, decisi di prendere la

macchina e accompagnare a casa Luciano. Anche perché, dal discorso che mi aveva fatto, si notavano chiaramente

due cose: la prima era la pazzia, e su questo non c’era niente da dire; la seconda, invece, era la paura.

Poveraccio, si era fatto una decina di chilometri a piedi, per chiedere aiuto. Il fantasma doveva avere un udito davvero

buono, se Luciano si era spinto così lontano

Viveva assieme alla madre Linda in una piccola casetta nella periferia del paese. Vent’anni prima, quando era ancora un

adolescente e nella sua testa c’erano posto solo per i motori e le tette, era stato investito da un pirata della strada, che

era sparito senza lasciare tracce. Il premio per essere sopravissuto era stato un rifiuto del suo cervello di lavorare a

pieno regime. Luciano era diventato matto. E anche Linda, vedova da poco, era prossima a entrare nel prestigioso

circolo dei pazzi.

Non appena varcammo l’ingresso, Luciano mi portò in camera sua – dove faceva bella mostra di sé un’enorme

gigantografia di una foto di classe, risalente agli anni in cui lui era un pacifico sbarbatello – per prendere una scatola di

 scarpe, che conteneva decine di lettere.

«Guarda queste!», esclamò.

Colpito da tanta apprensione, mi incuriosii, e notai subito che le varie missive erano scritte da una certa Cristina e

indirizzate a un tale Stefano. Ne lessi un paio, ma si trattava di roba sdolcinata che sarebbe piaciuta a mia moglie,

qualcosa tipo «ti amo, perdonami, ti chiedo scusa». Sì, insomma, niente di particolarmente fantasioso.

Luciano mi disse che non conosceva quei due. Sembrava sincero. Gli sorrisi e rimisi a posto la scatola. Se le lettere

c’entravano qualcosa con il fantasma, allora questo doveva essere un tipo davvero romantico.

«Non c’è tua mamma?», gli chiesi poi, disinteressandomi delle missive.

«No, non c’è», rispose svogliatamente. Non era quello che avrebbe voluto sentire.

«Bene, dov’è?» Credevo che questa domanda fosse sottointesa. Avevo ritenuto Luciano troppo intelligente. E mi sentii

uno schifo per aver fatto un simile ragionamento.

«È andata da un’amica», sbuffò, col suo solito tono che infrangeva qualsiasi classificazione in decibel.

Poi sembrò illuminarsi. «Vuoi mangiare con me? Mamma mi ha preparato dei panini, visto che tornerà solo stasera».

Annuii volentieri. Meglio che mangiare da solo. Andammo in cucina, dove, effettivamente, sul tavolo c’era una quantità

tale di panini che avrebbe potuto sfamare la legione sanguinaria di Gengis Khan. E poteva avanzare ancora qualcosa per

rifocillare i suoi nemici moribondi.

Mentre mangiavamo dei macigni al formaggio che avrebbero fatto arrabbiare il mio stomaco, Luciano mi raccontò

ancora delle lettere che aveva trovato in un vecchio mobile in taverna, e del fantasma che era apparso subito dopo.

Ogni tanto, mentre mi parlava, si alzava in piedi, si infilava in bocca un paio di dita, spostava e rimetteva in ordine le

sedie. E urlava. Mi chiesi come avesse resistito sua madre in queste condizioni, per ben vent’anni. Avrebbero dovuto

farla santa. O farle vincere la lotteria, come minimo.

Le sue, comunque, restavano parole. Parole di una persona con seri problemi cerebrali.

Sarebbero divenute immagini solo qualche minuto dopo.

Guardavo Luciano e i suoi complicati modi di mettersi le dita in bocca, ma non avevo più voglia di parlare con lui, anche

perché non avrei risolto niente. Tanto valeva chiedere delucidazioni ai muri di casa.

Pensai che dovevo dare un’occhiata più scrupolosa alle lettere di quella Cristina. In effetti, non avevo molto di meglio da

fare. Le presi e ne divorai avidamente una decina.

In sintesi, il succo era questo: Cristina aveva un altro. Che troia. Attraverso quei fogli, cercava di farsi comprendere dal

marito, ma lui somigliava a un gerarca nazista, in quanto a perdono. Non ne voleva sapere. Cristina doveva scegliere.

Nessuno sconto, nessuna via di scampo. Non c’era scritto com’era finita, ma dalle parole usate nell’ultima lettera, non

era difficile capire cos’era successo: Cristina aveva donato il suo cuore all’amante, convinta che Stefano se la sarebbe

cavata anche da solo. E magari un coltello piantato nella sua schiena avrebbe aiutato tutti e tre.

Nella scatola trovai anche una foto che ritraeva una felice coppia innamorata. O, almeno, dall’immagine non si notavano

delle corna che sbucavano dalla testa di Stefano – che portava un ciclopico crocefisso al collo.

Forse aveva un bravo barbiere che gliele aveva nascoste con un virtuoso riporto.

Scovai inoltre anche alcuni ritagli di giornale, che parlavano dell’incidente di Luciano. La cosa singolare era la data dei

brandelli di carta, che risultava essere il giorno successivo a quello dell’ultima lettera scritta da Cristina.

Non osai formulare nessuna ipotesi.

Non ne ebbi il tempo.

Perché un grido proveniente dal seminterrato mi fece sussultare e allo stesso tempo pensare, per l’ennesima volta, che

quelli non erano fatti miei.

«Cos’era?», chiesi a Luciano.

Lui, in risposta si mise a correre da una parte all’altra della cucina, cercando di emulare quel grido.

Ci riuscì con successo. Poi cercò di infilarsi in bocca una quantità spropositata di dita. Riuscì anche in questo.

Dovevamo andare a vedere giù dabbasso, per forza, posto sempre che il fantasma fosse d’accordo.

Quando sopraggiunse un nuovo urlo, meditai che, se fossi stato Luciano, sarei corso ben più lontano, quella mattina.

E poi avrei preso la tangenziale per Giove. ‘Fanculo a tutti.

Respirai a fondo. Ero intimorito dal racconto dello spettro e dalla tragica storia di quelle lettere, e il cuore mi martellava

in petto chiedendo un’udienza per uscire da quel posto.

Io invece implorai Luciano di smetterla di urlare. Supplicai anche che entrasse in scena qualcuno che avrebbe potuto

sbrogliare il casino e proteggermi le spalle. Qualcuno tipo Batman.

Non arrivò nessuno, e così mi feci forza. Seguito da Luciano e da tutte le sue dita, scesi le scale che portavano allo

scantinato, con il fiato così corto che se i vigili mi avessero fatto l’alcol test si sarebbero ritenuti presi per in giro.

In fondo alla rampa c’era un porta e, nonostante sapessi che fare dietro front e scappare da lì sarebbe stata la cosa più

intelligente da fare, inspirai profondamente e l’aprii.

Una taverna. C’era una normalissima taverna del cazzo, con tanto di caminetto e tavola chilometrica per i detestabili

pranzi coi parenti. La cosa strana era un’ulteriore porta, vicino alla cesta ricolma di legna. Era spalancata, e lasciava

intravedere ciò che racchiudeva al suo interno. Mi avvicinai, usufruendo di tutta la cautela che mi avevano fornito i miei

genitori, e scoprii che là dentro c’erano un letto, una piccola cucina e un minuscolo water.

Posto davvero inusuale per una camera degli ospiti.

Contemplai Luciano, cercando di adottare lo sguardo più confuso di cui disponevo, ma lui mi rispose dicendomi di essere

in pensiero per i panini in cucina. Non voleva che il fantasma glieli mangiasse. Gli assicurai che se lo spettro avesse

ingurgitato quei mattoni non si sarebbe più ripresentato.

Chi aveva urlato non tornò a rallegrarci la giornata, e così noi ci avviammo di nuovo verso la cucina.

Avevo voglia di stendermi cinque minuti e fare mente locale. Una coppia di sposini allo sfascio.

Lei tradisce il marito e poi forse lo uccide. In più scappa e investe Luciano. Questi, vent’anni dopo, trova le sue lettere e

parla di fantasmi. Quindi quel grido. E la stanza accanto alla taverna. E quella donna, Cristina, dove l’avevo già vista?

Rimuginando su quei pensieri, mi accorsi di qualcosa di strano sulle scale: prima mi era sfuggito.

Quelle macchie di sangue, infatti, poco s’intonavano con il resto dell’arredamento.

Soprattutto quella grossa chiazza che ancora si intravedeva nel muro, che qualcuno aveva cercato di cancellare.

Poi qualcosa mi colpì in testa, ed ebbi una gran voglia di svenire.

Fu una secchiata d’acqua a risvegliarmi. Avrei preferito i sali, ma evidentemente chi mi aveva ridestato aveva optato

per la semplicità. Non appena aprii gli occhi, il cervello venne bombardato da un esercito di informazioni.

Feci una gran fatica a proteggerlo.

Ero seduto su un divanetto fabbricato probabilmente ai tempi di Aristotele, in compagnia di due mummie.

Alla mia sinistra c’era Stefano, il marito cornuto. Certo, la decomposizione aveva lavorato dando il meglio di se stessa,

ma le catene che gli legavano polsi e piedi mi diedero la dritta che cercavo: non poteva essere che lo sposo di Cristina.

Il grosso crocefisso che ancora gli adornava il collo mi tolse poi qualsiasi dubbio.

Alla mia destra, invece, c’era la mamma di Luciano. Anche lei non se la passava bene. Aveva un ematoma in fronte

grande quanto la Luna, e quel sorriso di sangue fresco che gli incorniciava la gola era sintomo di una visita prematura a

San Pietro. E di sicuro un cattivo presagio per il sottoscritto.

«Ciao Adriano», disse una voce maschile. Una voce che conoscevo benissimo. Solo che non l’avevo mai sentita parlare

con un tono così quieto. Di solito urlava. E c’era sempre qualche dito in mezzo che la intralciava.

«Mi spiace per il pugno di prima, ma sai, non sapevo come altro fare».

Cercai di respirare a fondo, ma riuscii solo a tossire. Il cuore mi rimproverò di non averlo ascoltato.

«Non mi presenti la tua amichetta, Luciano?», dissi, sorpreso e arrabbiato, adocchiando la donna accanto a lui.

In realtà sapevo già chi era. L’avevo riconosciuta non appena mi ero risvegliato, grazie a un qualche procedimento

mentale di cui ignoravo l’esistenza. Era Cristina. Con qualche ruga in più. La stessa Cristina che aveva tradito Stefano,

che aveva ammazzato Stefano, che aveva investito Luciano, e che sorrideva nella foto di classe targata 1987, nelle

vesti di professoressa.

In quel momento capii che il fantasma non era mai esistito. Che arguzia, eh?

Ora avevo solo una gran voglia di staccare a morsi le palle di Luciano. A quanto pareva, non era per niente matto,

e avrebbe di sicuro afferrato il significato profondo di quel gesto.

«Credo tu voglia delle spiegazioni», mi disse Cristina, abbozzando un sorriso. Distese di rughe entrarono in scena

mostrando che, tirando la pelle della donna, si sarebbe potuto fare un vestito da sposa.

«Sarebbe gentile da parte vostra. E non mi dispiacerebbe venire slegato».

«Acconsentiamo alla prima richiesta», disse Luciano. «Per la seconda, invece, temo che dovrai rivolgerti ai sindacati».

Quindi mi spiegò come stavano le cose. Fu un fiume in piena, di quelli che ti travolgono e ti convincono che soffocare è

la soluzione migliore.

Vent’anni fa, era stato lui, Luciano, l’irresistibile amore di Cristina. Morso dai sensi di colpa, però, lei aveva tentato di

risistemare il proprio matrimonio, ma alla fine si era resa conto che il suo cuore apparteneva a un ragazzo di quindici

anni, e che era disposta a infischiarsene della differenza d’età, nonostante avesse già superato i trenta.

Per fare in modo che la loro storia funzionasse, avevano organizzato tutto nel minimo dettaglio.

Avevano rapito Stefano, lo avevano incatenato e infine rinchiuso nella casa di Luciano, nella vecchia cantina, lasciandolo

morire di stenti. Poi avevano simulato sia l’incidente stradale che la pazzia del mio amico. Che attori, avrebbero

meritato l’oscar. O cento frustate per la colossale presa in giro.

Cristina non era mai stata catturata dai Carabinieri, semplicemente perché non era mai fuggita.

Era andata ad abitare a casa del suo Casanova, in quella piccola stanza adiacente alla taverna.

In realtà era una sorta di ripostiglio, ma lì dentro si era impiccato il padre di Luciano, quando gli avevano diagnosticato

l’incurabilità del suo tumore, e mamma non ci aveva più messo piede. Così, dopo essere stato dimesso dall’ospedale,

Luciano aveva a poco a poco trasformato quello sgabuzzino nella casa per Cristina.

Anche fare il matto era stato reso facile da mamma, visto che lei non riponeva nessuna fiducia nei medici, colpevoli della

morte del marito. Luciano infatti sapeva che, fingendo una malattia che non aveva, i dottori avrebbero azzardato

ipotesi diverse, e sua madre li avrebbe mandati presto tutti a cagare, portandosi il figlio in casa e curandolo a modo

suo.

Vivendo così insieme, al costo di qualche piccolo sacrificio, Luciano e Cristina avrebbero potuto amarsi per il resto della

vita, senza che nessuno venisse a conoscenza di quello che era successo in realtà

Un piano magari macchinoso, ma davvero niente male, devo ammetterlo.

«Peccato per mia mamma».

La povera Linda, infatti, era incappata per sbaglio nelle lettere di Cristina. Era stata lei a scoprirle, non Luciano!

«Così l’abbiamo ammazzata», disse Cristina.

«Lo vedo anch’io».

«Giusto qualche minuto fa. Non doveva gridare in quel modo».

Ed è a questo punto che entravo in scena io.

«Ci serviva un capro espiatorio a cui imputare l’omicidio. Uno qualsiasi. Con una scusa qualsiasi.

Tu sei andato benissimo».

«Mi fa felice».

Ecco, mi sembrava strano che fossi capitato lì per caso.

«E voi due?», domandai loro.

«Scapperemo», rispose Cristina. «Nessuno baderà a un matto e a una persona che non esiste».

«Nessuno saprà niente», le fece eco Luciano.

Quello che non sapevano, invece, era la presenza dei due diretti interessati che avevano ancora qualcosa da dire.

Il primo a protestare fu Stefano. In fondo, lui non era a conoscenza di tutta la verità, e un motivo valido per porgere i

suoi reclami ce l’aveva, eccome. Si alzò di colpo, come se un topo gli avesse morso i resti polverosi delle chiappe.

Mosse un piede, ma le catene che lo intrappolavano gli consentirono solo di franare addosso a Cristina, la quale non

aveva avuto tempo nemmeno per gridare.

Poi toccò a Linda. Nonostante la gola le fosse stata recisa in maniera così profonda da farle cadere la testa all’indietro,

nelle sue mani si vedeva chiaramente la voglia di sculacciare il figlio. Si gettò addosso a un Luciano troppo sbalordito per

permettersi di scappare.

E mentre i due mostri masticavano le carni delle persone che avevano amato a tal punto da immolare a loro la propria

vita, desiderai ardentemente di tornare a fare la fila alle Poste. Invece mi feci coraggio e cercai di raggiungere il rasoio

che era caduto dalle mani guantate di Cristina.

Caddi dal divanetto, e con un complicato susseguirsi di sbuffi e imprecazioni, riuscii a tagliare le corde che mi legavano i

polsi. Poi lasciai Luciano e Cristina al loro destino, e mi misi a correre. Dalla cantina mi ritrovai nell’“abitazione” di Cristina

e da lì mi fiondai su per le scale. Ma scivolai, battei la testa, e la mia fuga si trasformò in un lungo sonno.

Sarebbe bello poter dire che tornai a casa da mia moglie e facemmo l’amore tutta la notte, in almeno quindici posizioni

diverse. Ma non andò così.

Allarmati dalle grida disumane – niente a che vedere con quelle consuete di Luciano – i vicini avevano chiamato i

carabinieri. Vi lascio immaginare cosa trovarono. E le facce che fecero.

Io ero l’unico sopravissuto. Sul rasoio che aveva reciso la gola di Linda – e che mi aveva liberato, ma questo alle forze

dell’ordine sembrò non interessare – c’erano solamente le mie impronte. 

Cazzo.

Quando mi portarono all’ospedale e mi misero al corrente di questa inaspettata versione dei fatti, pensai sul serio di

imitare Luciano e fingere la pazzia. Ma non ne ebbi il coraggio. Mia moglie, invece, considerandomi un assassino, non si

fece scrupoli a lasciarmi.

Puttana.

Il modo in cui vogliono incolparmi per quattro omicidi è così intricato che credo di non averlo ancora capito bene.

E le lettere – unica mia ancora di salvezza – sono sparite. Forse è stato il fantasma di Stefano a portarsele via.

Ora sono qui, che scrivo le mie memorie, mentre aspetto il processo. So che non servirà a niente, ma almeno posso

sfogarmi su un foglio di carta, che non ha niente in contrario alla mia versione dei fatti.

Però sono nervoso. La mia storia è finita, e non so cosa inventarmi per smettere di pensare a quanto è successo.

Sono stupido a rimuginarci sopra, ma vorrei avere mia moglie, qui con me. Invece c’è solo la mia penna.

E non so più cosa raccontarle.

 

 


 L'AUTORE

 

L'autore di questo racconto è Simone Corà

Nato nell’anno di Blade Runner, Simone Corà ha trovato la via dello scrittore soltanto nel 2004, dopo innumerevoli tentativi a vuoto di musicista, pittore e quant’altro

 potesse distrarlo dalla sua vera passione. Rubando il tempo allo studio universitario (comunque un successo dietro l’altro a Scienze dell’Educazione),

passa le notti insonni a battere sulla tastiera e alla ricerca di colli da mordere.

Finalista, podista e vincitore in diversi concorsi, alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie. Inoltre, una buona vagonata di scarabocchi la si può trovare

 sparsa nel mare mostrum del web.

Collabora con il sito scheletri.com (e saltuariamente con latelanera.com) in qualità di recensore di qualsiasi cosa possa interessare al multiverso orrorifico.

È un bravo ragazzo, in fondo. Ma sacrifica i gatti al dimonio. E ha un’insana passione per il ketchup. Abbondante, grazie, e su qualsiasi cibo.

 

 

 
 

 

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