Sul
fatto che Luciano fosse matto, nessuno avrebbe mai avuto
niente da obiettare.
Ma
quel giorno, quando fece irruzione alle Poste con un muso
che avrebbe potuto turbare anche il dr Frankenstein,
ci
preoccupammo tutti quanti.
Era un
sabato mezzogiorno, e stavo maledicendo mia moglie per la
bolletta che mi accingevo a pagare.
Me ne
stavo lì, in coda, a cercare di trovare qualcosa di
interessante nelle piastrelle azzurrognole del pavimento,
quando
Luciano si presentò con il suo carico di espressioni
facciali, così ostili da chiedersi se era il caso di
chiamare i
Carabinieri o direttamente l’esorcista.
«Non
ne posso più», urlò. Di solito lui urlava sempre, quando
parlava. Il cervello doveva avere qualche problema con la
manopola dell’audio, evidentemente. Ma quel sabato pareva
avesse il jack di un amplificatore infilato su per il culo.
Non so
come mai scelse proprio l’Ufficio postale per presentare le
sue lamentele, anzi, ero piuttosto contrariato che
avesse
interrotto la mia noiosissima sottrazione di denaro, ma
visto che nessuno faceva niente, decisi di
accompagnarlo fuori.
Lì, mi
raccontò tutto.
«Il
fantasma», bofonchiò, infilandosi le dita in bocca. Tutte e
dieci. «Adriano… il fantasma… non mi lascia in pace…»
Un
fantasma. Tutto qua. A dir la verità, pensavo si trattasse
di qualcosa di più grave.
«Uno
spettro? Sicuro?», gli domandai.
Luciano annuì, con così tanta foga che mi chiesi come fosse
possibile che la testa gli rimanesse ancora attaccata al
collo.
Poi,
tra un urlo, un ripensamento e un paio di testate al muro,
mi parlò di un uomo incatenato che lo perseguitava.
E di
alcune lettere che aveva ritrovato in casa.
Quando
riuscii a calmarlo, mi accorsi che quelli che prima erano in
coda con me se ne stavano ora appiccicati alla
vetrata d’ingresso, gustandosi la scena. Probabilmente erano
rammaricati per non avere del pop corn.
Li
rassicurai con un cenno di mano, anche se mi sarebbe
piaciuto tranquillizzarli con una mazza da baseball.
È
maleducazione spiare la gente.
A ogni
modo, visto che era sabato, e il sabato mia moglie fa
l’orario continuato al supermercato, decisi di prendere la
macchina e accompagnare a casa Luciano. Anche perché, dal
discorso che mi aveva fatto, si notavano chiaramente
due
cose: la prima era la pazzia, e su questo non c’era niente
da dire; la seconda, invece, era la paura.
Poveraccio, si era fatto una decina di chilometri a piedi,
per chiedere aiuto. Il fantasma doveva avere un udito
davvero
buono,
se Luciano si era spinto così lontano
Viveva
assieme alla madre Linda in una piccola casetta nella
periferia del paese. Vent’anni prima, quando era ancora un
adolescente e nella sua testa c’erano posto solo per i
motori e le tette, era stato investito da un pirata della
strada, che
era
sparito senza lasciare tracce. Il premio per essere
sopravissuto era stato un rifiuto del suo cervello di
lavorare a
pieno
regime. Luciano era diventato matto. E anche Linda, vedova
da poco, era prossima a entrare nel prestigioso
circolo dei pazzi.
Non
appena varcammo l’ingresso, Luciano mi portò in camera sua –
dove faceva bella mostra di sé un’enorme
gigantografia di una foto di classe, risalente agli anni in
cui lui era un pacifico sbarbatello – per prendere una
scatola di
scarpe, che conteneva decine di lettere.
«Guarda queste!», esclamò.
Colpito da tanta apprensione, mi incuriosii, e notai subito
che le varie missive erano scritte da una certa Cristina e
indirizzate a un tale Stefano. Ne lessi un paio, ma si
trattava di roba sdolcinata che sarebbe piaciuta a mia
moglie,
qualcosa tipo «ti amo, perdonami, ti chiedo scusa». Sì,
insomma, niente di particolarmente fantasioso.
Luciano mi disse che non conosceva quei due. Sembrava
sincero. Gli sorrisi e rimisi a posto la scatola. Se le
lettere
c’entravano qualcosa con il fantasma, allora questo doveva
essere un tipo davvero romantico.
«Non
c’è tua mamma?», gli chiesi poi, disinteressandomi delle
missive.
«No,
non c’è», rispose svogliatamente. Non era quello che avrebbe
voluto sentire.
«Bene,
dov’è?» Credevo che questa domanda fosse sottointesa. Avevo
ritenuto Luciano troppo intelligente. E mi sentii
uno
schifo per aver fatto un simile ragionamento.
«È
andata da un’amica», sbuffò, col suo solito tono che
infrangeva qualsiasi classificazione in decibel.
Poi
sembrò illuminarsi. «Vuoi mangiare con me? Mamma mi ha
preparato dei panini, visto che tornerà solo stasera».
Annuii
volentieri. Meglio che mangiare da solo. Andammo in cucina,
dove, effettivamente, sul tavolo c’era una quantità
tale
di panini che avrebbe potuto sfamare la legione sanguinaria
di Gengis Khan. E poteva avanzare ancora qualcosa per
rifocillare i suoi nemici moribondi.
Mentre
mangiavamo dei macigni al formaggio che avrebbero fatto
arrabbiare il mio stomaco, Luciano mi raccontò
ancora
delle lettere che aveva trovato in un vecchio mobile in
taverna, e del fantasma che era apparso subito dopo.
Ogni
tanto, mentre mi parlava, si alzava in piedi, si infilava in
bocca un paio di dita, spostava e rimetteva in ordine le
sedie.
E urlava. Mi chiesi come avesse resistito sua madre in
queste condizioni, per ben vent’anni. Avrebbero dovuto
farla
santa. O farle vincere la lotteria, come minimo.
Le
sue, comunque, restavano parole. Parole di una persona con
seri problemi cerebrali.
Sarebbero divenute immagini solo qualche minuto dopo.
Guardavo Luciano e i suoi complicati modi di mettersi le
dita in bocca, ma non avevo più voglia di parlare con lui,
anche
perché
non avrei risolto niente. Tanto valeva chiedere
delucidazioni ai muri di casa.
Pensai
che dovevo dare un’occhiata più scrupolosa alle lettere di
quella Cristina. In effetti, non avevo molto di meglio da
fare.
Le presi e ne divorai avidamente una decina.
In
sintesi, il succo era questo: Cristina aveva un altro. Che
troia. Attraverso quei fogli, cercava di farsi comprendere
dal
marito, ma lui somigliava a un gerarca nazista, in quanto a
perdono. Non ne voleva sapere. Cristina doveva scegliere.
Nessuno sconto, nessuna via di scampo. Non c’era scritto
com’era finita, ma dalle parole usate nell’ultima lettera,
non
era
difficile capire cos’era successo: Cristina aveva donato il
suo cuore all’amante, convinta che Stefano se la sarebbe
cavata
anche da solo. E magari un coltello piantato nella sua
schiena avrebbe aiutato tutti e tre.
Nella
scatola trovai anche una foto che ritraeva una felice coppia
innamorata. O, almeno, dall’immagine non si notavano
delle
corna che sbucavano dalla testa di Stefano – che portava un
ciclopico crocefisso al collo.
Forse
aveva un bravo barbiere che gliele aveva nascoste con un
virtuoso riporto.
Scovai
inoltre anche alcuni ritagli di giornale, che parlavano
dell’incidente di Luciano. La cosa singolare era la data dei
brandelli di carta, che risultava essere il giorno
successivo a quello dell’ultima lettera scritta da Cristina.
Non
osai formulare nessuna ipotesi.
Non ne
ebbi il tempo.
Perché
un grido proveniente dal seminterrato mi fece sussultare e
allo stesso tempo pensare, per l’ennesima volta, che
quelli
non erano fatti miei.
«Cos’era?», chiesi a Luciano.
Lui,
in risposta si mise a correre da una parte all’altra della
cucina, cercando di emulare quel grido.
Ci
riuscì con successo. Poi cercò di infilarsi in bocca una
quantità spropositata di dita. Riuscì anche in questo.
Dovevamo andare a vedere giù dabbasso, per forza, posto
sempre che il fantasma fosse d’accordo.
Quando
sopraggiunse un nuovo urlo, meditai che, se fossi stato
Luciano, sarei corso ben più lontano, quella mattina.
E poi
avrei preso la tangenziale per Giove. ‘Fanculo a tutti.
Respirai a fondo. Ero intimorito dal racconto dello spettro
e dalla tragica storia di quelle lettere, e il cuore mi
martellava
in
petto chiedendo un’udienza per uscire da quel posto.
Io
invece implorai Luciano di smetterla di urlare. Supplicai
anche che entrasse in scena qualcuno che avrebbe potuto
sbrogliare il casino e proteggermi le spalle. Qualcuno tipo
Batman.
Non
arrivò nessuno, e così mi feci forza. Seguito da Luciano e
da tutte le sue dita, scesi le scale che portavano allo
scantinato, con il fiato così corto che se i vigili mi
avessero fatto l’alcol test si sarebbero ritenuti presi per
in giro.
In
fondo alla rampa c’era un porta e, nonostante sapessi che
fare dietro front e scappare da lì sarebbe stata la cosa più
intelligente da fare, inspirai profondamente e l’aprii.
Una
taverna. C’era una normalissima taverna del cazzo, con tanto
di caminetto e tavola chilometrica per i detestabili
pranzi
coi parenti. La cosa strana era un’ulteriore porta, vicino
alla cesta ricolma di legna. Era spalancata, e lasciava
intravedere ciò che racchiudeva al suo interno. Mi
avvicinai, usufruendo di tutta la cautela che mi avevano
fornito i miei
genitori, e scoprii che là dentro c’erano un letto, una
piccola cucina e un minuscolo water.
Posto
davvero inusuale per una camera degli ospiti.
Contemplai Luciano, cercando di adottare lo sguardo più
confuso di cui disponevo, ma lui mi rispose dicendomi di
essere
in
pensiero per i panini in cucina. Non voleva che il fantasma
glieli mangiasse. Gli assicurai che se lo spettro avesse
ingurgitato quei mattoni non si sarebbe più ripresentato.
Chi
aveva urlato non tornò a rallegrarci la giornata, e così noi
ci avviammo di nuovo verso la cucina.
Avevo
voglia di stendermi cinque minuti e fare mente locale. Una
coppia di sposini allo sfascio.
Lei
tradisce il marito e poi forse lo uccide. In più scappa e
investe Luciano. Questi, vent’anni dopo, trova le sue
lettere e
parla
di fantasmi. Quindi quel grido. E la stanza accanto alla
taverna. E quella donna, Cristina, dove l’avevo già vista?
Rimuginando su quei pensieri, mi accorsi di qualcosa di
strano sulle scale: prima mi era sfuggito.
Quelle
macchie di sangue, infatti, poco s’intonavano con il resto
dell’arredamento.
Soprattutto quella grossa chiazza che ancora si intravedeva
nel muro, che qualcuno aveva cercato di cancellare.
Poi
qualcosa mi colpì in testa, ed ebbi una gran voglia di
svenire.
Fu una
secchiata d’acqua a risvegliarmi. Avrei preferito i sali, ma
evidentemente chi mi aveva ridestato aveva optato
per la
semplicità. Non appena aprii gli occhi, il cervello venne
bombardato da un esercito di informazioni.
Feci
una gran fatica a proteggerlo.
Ero
seduto su un divanetto fabbricato probabilmente ai tempi di
Aristotele, in compagnia di due mummie.
Alla
mia sinistra c’era Stefano, il marito cornuto. Certo, la
decomposizione aveva lavorato dando il meglio di se stessa,
ma le
catene che gli legavano polsi e piedi mi diedero la dritta
che cercavo: non poteva essere che lo sposo di Cristina.
Il
grosso crocefisso che ancora gli adornava il collo mi tolse
poi qualsiasi dubbio.
Alla
mia destra, invece, c’era la mamma di Luciano. Anche lei non
se la passava bene. Aveva un ematoma in fronte
grande
quanto la Luna, e quel sorriso di sangue fresco che gli
incorniciava la gola era sintomo di una visita prematura a
San
Pietro. E di sicuro un cattivo presagio per il sottoscritto.
«Ciao
Adriano», disse una voce maschile. Una voce che conoscevo
benissimo. Solo che non l’avevo mai sentita parlare
con un
tono così quieto. Di solito urlava. E c’era sempre qualche
dito in mezzo che la intralciava.
«Mi
spiace per il pugno di prima, ma sai, non sapevo come altro
fare».
Cercai
di respirare a fondo, ma riuscii solo a tossire. Il cuore mi
rimproverò di non averlo ascoltato.
«Non
mi presenti la tua amichetta, Luciano?», dissi, sorpreso e
arrabbiato, adocchiando la donna accanto a lui.
In
realtà sapevo già chi era. L’avevo riconosciuta non appena
mi ero risvegliato, grazie a un qualche procedimento
mentale di cui ignoravo l’esistenza. Era Cristina. Con
qualche ruga in più. La stessa Cristina che aveva tradito
Stefano,
che
aveva ammazzato Stefano, che aveva investito Luciano,
e che sorrideva nella foto di classe targata 1987, nelle
vesti
di professoressa.
In
quel momento capii che il fantasma non era mai esistito. Che
arguzia, eh?
Ora
avevo solo una gran voglia di staccare a morsi le palle di
Luciano. A quanto pareva, non era per niente matto,
e
avrebbe di sicuro afferrato il significato profondo di quel
gesto.
«Credo
tu voglia delle spiegazioni», mi disse Cristina, abbozzando
un sorriso. Distese di rughe entrarono in scena
mostrando che, tirando la pelle della donna, si sarebbe
potuto fare un vestito da sposa.
«Sarebbe gentile da parte vostra. E non mi dispiacerebbe
venire slegato».
«Acconsentiamo alla prima richiesta», disse Luciano. «Per la
seconda, invece, temo che dovrai rivolgerti ai sindacati».
Quindi
mi spiegò come stavano le cose. Fu un fiume in piena, di
quelli che ti travolgono e ti convincono che soffocare è
la
soluzione migliore.
Vent’anni fa, era stato lui, Luciano, l’irresistibile amore
di Cristina. Morso dai sensi di colpa, però, lei aveva
tentato di
risistemare il proprio matrimonio, ma alla fine si era resa
conto che il suo cuore apparteneva a un ragazzo di quindici
anni,
e che era disposta a infischiarsene della differenza d’età,
nonostante avesse già superato i trenta.
Per
fare in modo che la loro storia funzionasse, avevano
organizzato tutto nel minimo dettaglio.
Avevano rapito Stefano, lo avevano incatenato e infine
rinchiuso nella casa di Luciano, nella vecchia cantina,
lasciandolo
morire
di stenti. Poi avevano simulato sia l’incidente stradale che
la pazzia del mio amico. Che attori, avrebbero
meritato l’oscar. O cento frustate per la colossale presa in
giro.
Cristina non era mai stata catturata dai Carabinieri,
semplicemente perché non era mai fuggita.
Era
andata ad abitare a casa del suo Casanova, in quella piccola
stanza adiacente alla taverna.
In
realtà era una sorta di ripostiglio, ma lì dentro si era
impiccato il padre di Luciano, quando gli avevano
diagnosticato
l’incurabilità del suo tumore, e mamma non ci aveva più
messo piede. Così, dopo essere stato dimesso dall’ospedale,
Luciano aveva a poco a poco trasformato quello sgabuzzino
nella casaper Cristina.
Anche
fare il matto era stato reso facile da mamma, visto che lei
non riponeva nessuna fiducia nei medici, colpevoli della
morte
del marito. Luciano infatti sapeva che, fingendo una
malattia che non aveva, i dottori avrebbero azzardato
ipotesi diverse, e sua madre li avrebbe mandati presto tutti
a cagare, portandosi il figlio in casa e curandolo a modo
suo.
Vivendo così insieme, al costo di qualche piccolo
sacrificio, Luciano e Cristina avrebbero potuto amarsi per
il resto della
vita,
senza che nessuno venisse a conoscenza di quello che era
successo in realtà
Un
piano magari macchinoso, ma davvero niente male, devo
ammetterlo.
«Peccato per mia mamma».
La
povera Linda, infatti, era incappata per sbaglio nelle
lettere di Cristina. Era stata lei a scoprirle, non Luciano!
«Così
l’abbiamo ammazzata», disse Cristina.
«Lo
vedo anch’io».
«Giusto qualche minuto fa. Non doveva gridare in quel modo».
Ed è a
questo punto che entravo in scena io.
«Ci
serviva un capro espiatorio a cui imputare l’omicidio. Uno
qualsiasi. Con una scusa qualsiasi.
Tu sei
andato benissimo».
«Mi fa
felice».
Ecco,
mi sembrava strano che fossi capitato lì per caso.
«E voi
due?», domandai loro.
«Scapperemo», rispose Cristina. «Nessuno baderà a un matto e
a una persona che non esiste».
«Nessuno saprà niente», le fece eco Luciano.
Quello
che non sapevano, invece, era la presenza dei due diretti
interessati che avevano ancora qualcosa da dire.
Il
primo a protestare fu Stefano. In fondo, lui non era a
conoscenza di tutta la verità, e un motivo valido per
porgere i
suoi
reclami ce l’aveva, eccome. Si alzò di colpo, come se un
topo gli avesse morso i resti polverosi delle chiappe.
Mosse
un piede, ma le catene che lo intrappolavano gli
consentirono solo di franare addosso a Cristina, la quale
non
aveva
avuto tempo nemmeno per gridare.
Poi
toccò a Linda. Nonostante la gola le fosse stata recisa in
maniera così profonda da farle cadere la testa all’indietro,
nelle
sue mani si vedeva chiaramente la voglia di sculacciare il
figlio. Si gettò addosso a un Luciano troppo sbalordito per
permettersi di scappare.
E
mentre i due mostri masticavano le carni delle persone che
avevano amato a tal punto da immolare a loro la propria
vita,
desiderai ardentemente di tornare a fare la fila alle Poste.
Invece mi feci coraggio e cercai di raggiungere il rasoio
che
era caduto dalle mani guantate di Cristina.
Caddi
dal divanetto, e con un complicato susseguirsi di sbuffi e
imprecazioni, riuscii a tagliare le corde che mi legavano i
polsi.
Poi lasciai Luciano e Cristina al loro destino, e mi misi a
correre. Dalla cantina mi ritrovai nell’“abitazione” di
Cristina
e da
lì mi fiondai su per le scale. Ma scivolai, battei la testa,
e la mia fuga si trasformò in un lungo sonno.
Sarebbe bello poter dire che tornai a casa da mia moglie e
facemmo l’amore tutta la notte, in almeno quindici posizioni
diverse. Ma non andò così.
Allarmati dalle grida disumane – niente a che vedere con
quelle consuete di Luciano – i vicini avevano chiamato i
carabinieri. Vi lascio immaginare cosa trovarono. E le facce
che fecero.
Io ero
l’unico sopravissuto. Sul rasoio che aveva reciso la gola di
Linda – e che mi aveva liberato, ma questo alle forze
dell’ordine sembrò non interessare – c’erano solamente le
mie impronte.
Cazzo.
Quando
mi portarono all’ospedale e mi misero al corrente di questa
inaspettata versione dei fatti, pensai sul serio di
imitare Luciano e fingere la pazzia. Ma non ne ebbi il
coraggio. Mia moglie, invece, considerandomi un assassino,
non si
fece
scrupoli a lasciarmi.
Puttana.
Il
modo in cui vogliono incolparmi per quattro omicidi è così
intricato che credo di non averlo ancora capito bene.
E le
lettere – unica mia ancora di salvezza – sono sparite. Forse
è stato il fantasma di Stefano a portarsele via.
Ora
sono qui, che scrivo le mie memorie, mentre aspetto il
processo. So che non servirà a niente, ma almeno posso
sfogarmi su un foglio di carta, che non ha niente in
contrario alla mia versione dei fatti.
Però
sono nervoso. La mia storia è finita, e non so cosa
inventarmi per smettere di pensare a quanto è successo.
Sono
stupido a rimuginarci sopra, ma vorrei avere mia moglie, qui
con me. Invece c’è solo la mia penna.
E non
so più cosa raccontarle.
L'AUTORE
L'autore
di questo racconto è Simone Corà
Nato nell’anno di Blade Runner, Simone Corà ha trovato la
via dello scrittore soltanto nel 2004, dopo innumerevoli tentativi a
vuoto di musicista, pittore e quant’altro
potesse distrarlo dalla sua vera passione. Rubando il
tempo allo studio universitario (comunque un successo dietro l’altro a
Scienze dell’Educazione),
passa le notti insonni a battere sulla tastiera e alla
ricerca di colli da mordere.
Finalista, podista e vincitore in diversi concorsi,
alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie. Inoltre,
una buona vagonata di scarabocchi la si può trovare
sparsa nel mare mostrum del web.
Collabora con il sito
scheletri.com (e saltuariamente con latelanera.com) in qualità di
recensore di qualsiasi cosa possa interessare al multiverso orrorifico.
È un bravo ragazzo, in
fondo. Ma sacrifica i gatti al dimonio. E ha un’insana passione per il
ketchup. Abbondante, grazie, e su qualsiasi cibo.