Polvere. Questo pensai quando riaprii gli occhi, immerso
nella più profonda oscurità. La sentivo sparsa tra i
capelli, sulla
pelle
e persino sulle labbra. Me ne accorsi, quando la lingua mi
scivolò fuori dalla bocca e fu aggredita da un gusto amaro
che la
ricacciò nella sua tana.
Gli
occhi mi bruciavano, mentre mi sentivo serpeggiare tra la
barba dei rivoli caldi. Lasciai correre i polpastrelli sulla
testa,
fin
quando un dolore penetrante mi fece urlare. Era come se
fossi stato addentato dalle fauci di una bestia.
Per un
attimo rimasi senza fiato, poi, strinsi i denti e cercai di
mettermi in piedi. Per tre volte ricaddi al suolo, al quarto
tentativo riuscii a muovere alcuni passi e mi addentrai nel
buio pesto, con le mani protese alla ricerca di un punto di
riferimento.
Il
terreno era friabile e il rumore dei miei passi echeggiava,
prima di assopirsi definitivamente.
- Dove
diavolo sono? – mi domandai, ma la memoria era troppo
annebbiata per fornirmi una risposta. Non ricordavo
neppure come mi chiamassi. Un rumore metallico mi sottrasse
dalla meditazione: avevo sbattuto contro qualcosa.
Mi
chinai e tastai in quella che sembrava esser sabbia, fin
quando non afferrai un oggetto tubolare. Una torcia
elettrica,
per la
precisione.
L’accesi, dopo averla scrollata per alcune volte, ma,
anziché provare sollievo per non essere più prigioniero
dell’ignoto,
caddi
vittima di un incubo terrificante.
Ero
circondato da quattro pareti, avvolte da ragnatele e da
piante rampicanti, mentre il cielo era celato da un soffitto
al
cui
centro si apriva uno squarcio, da cui verosimilmente ero
precipitato. Il pavimento era coperto da un tappeto di
ceneri
umane
con ossa di varia grandezza che spuntavano in ogni dove e
teschi che mi osservavano con la loro indifferenza.
- Ma
che ci faccio qui? - mi chiesi dopo aver superato l’iniziale
smarrimento. Trovai la risposta quando rinvenni nascosta
nelle
ceneri una Colt Python, un taccuino tascabile. Su di esso vi
erano riportate alcune note relative a Caiano, un piccolo
paese
sperduto nella campagna fiorentina, e a una serie di reati
che vi erano stati denunciati. Si parlava di macabri
rituali,
profanazioni di tombe e necrofagia.
Stavo
sfogliando quelle pagine, quando una cantilena, recitata in
una lingua sconosciuta, frantumò la quiete notturna.
Era un
ritornello cantato da una voce appena sussurrata.
Per
farmi coraggio, presi la pistola e ne controllai il tamburo.
Era carica, almeno questo… pensai. Posi il ferro sotto la
cintura, con la canna infilata nei pantaloni, e iniziai a
tastarmi tra i vestiti. Quello che cercavo era un documento,
un
tesserino o qualsiasi altra cosa che mi facesse capire chi
fossi. Trovai un mazzo di chiavi e, poi, finalmente, un
portafoglio con dentro una tessera plastificata. Su di essa
vi era un nome: Luc Falconetti, di professione detective
privato.
Ricollegai il tutto o quasi. Ero stato contattato dal Sig.
Sergio Mattei per fare luce sulla sparizione del cadavere di
suo
figlio. Sul taccuino, infatti, era annotato quel nome
accanto a un orario e a quello che doveva esser il resoconto
di un
appuntamento Vi era scritto che la polizia aveva archiviato
la pratica per impossibilità di identificare gli autori del
gesto
sacrilego. Il signor Mattei, però, affermava di aver sentito
mormorare che alcuni agenti impegnati nelle indagini
avessero
improvvisamente perso la ragione, mentre che altri fossero
misteriosamente scomparsi dopo aver raccontato storie che
andavano oltre i confini della realtà. C’era persino chi
narrava che una congrega di streghe avesse lanciato un
maleficio,
per
fare riemergere i demoni sprofondati nelle fiamme
dell’inferno.
La
cantilena, intanto, si fece sempre più forte e cominciò a
essere accompagnata da rumori di passi striscianti che
risuonavano nella notte oscura, in un turbine di versi
indefiniti. Dovevo assolutamente uscire da quel buco.
Cominciai così a proiettare il fascio di luce sulle pareti
sino a quando non illuminai una piccola scala. Era divorata
dalla
ruggine, tuttavia, i gradini non erano marci e potei così
risalire.
Raggiunsi la cima del soffitto e allungai una mano per fare
presa sul bordo dello squarcio che vi si apriva. Avevo il
terrore
di
ripiombare in quell’orrore, ma la base a cui mi ero
aggrappato sembrava resistente, così vi portai anche l’altra
mano.
Un
piccolo crepitio riecheggiò, subito seguito dal crollo di un
pezzo di intonaco e dal relativo rumore delle macerie che
colavano a picco nel mare di ceneri. Rimasi attaccato con la
sola mano sinistra, con una sensazione di vuoto che mi
mordeva la bocca dello stomaco. Il braccio mi faceva male,
mentre gli addominali erano tesi al punto di esplodere.
Dovetti fare ricorso alle energie più remote per riuscire a
tirarmi fuori da quell’orrore, non sapendo però che quello
che mi
attendeva avrebbe per sempre cambiato la mia vita.
Appena
uscito, mi rotolai nell’erba, con un vento fresco che mi
salutò accarezzandomi i capelli. Rimasi sdraiato per
riprendere fiato e quando riaprii gli occhi mi ritrovai
immerso in una selva di lapidi dalla superficie di pietra
chiara e dalla
forma
arcuata. Tutto attorno regnava un’oscurità dalla quale
sfuggivano solo delle imponenti statue di granito
raffiguranti
arcangeli dallo sguardo severo e dalle ali distese. L’aria
era intrisa da un’aroma di terra umida mista a un odore
dolciastro
piuttosto sgradevole, mentre nel cielo un sudario di nubi
impediva alla luna di contemplare le nefandezze di quella
serata.
- Non
c’è tempo da perdere -, mi dissi, cominciando ad avanzare
con circospezione con la torcia puntata nelle tenebre.
Fu
così che mi imbattei in alcuni particolari inquietanti.
Alcune tombe erano state divelte. La cosa più bizzarra,
però, e che
confermava quanto avessi letto in precedenza, era costituita
dal fatto che nelle bare sottostanti non vi era traccia di
cadaveri!
La
cantilena, intanto, proseguiva incessante, intervallata da
muggiti abominevoli difficilmente riconducibili a creature
di
questo
mondo. Come un bambino timoroso del buio e dei rumori che vi
trovano dimora, fui travolto dal terrore che
qualche mano putrescente potesse emergere dall’abisso, per
artigliarmi con le sue flaccide dita. Mi ritrovai così a
errare
senza
meta, come un cavallo imbizzarrito, fino a quando, dietro a
una siepe, vidi filtrare una tenue luce brulicante.
Con
passo incerto, gattonai lungo la vegetazione, deglutendo
fiumi di saliva per trovare il coraggio. Poi, mi affacciai
sull’abominio. Premetto che quello che osservai è rimasto
per mesi sepolto nel mio sub-inconscio e solo alcuni giorni
fa è
emerso
durante una seduta ipnotica.
Parzialmente celata dal mantello della notte, vidi una
giovane completamente nuda con al collo un amuleto dalla
forma
trapezoidale che le danzava in mezzo alle mammelle. Le sue
membra poggiavano sul marmo di una tomba ed erano
illuminate da numerose candele, disposte circolarmente.
Teneva le gambe incrociate e le braccia stese
orizzontalmente,
con i
palmi delle mani rivolti verso il firmamento. Il ventre le
si muoveva soavemente facendole ondeggiare lentamente
gli
arti. Credetemi, c’era da restarne ipnotizzati!
Lasciai correre gli occhi sulla sua figura. Sorvolai il pube
e i capezzoli, poi, vidi le due esili spalle, accarezzate
dai capelli
nero
pece. Scivolai sulle due carnose labbra violacee, da cui le
sfuggivano i versi della cantilena che tanto mi aveva
inquietato. Un orrore primordiale, poi, mi investì, come
un’onda increspata sotto la spinta del maestrale.
Quegli
occhi, santo Iddio…quegli occhi! Rimasi paralizzato. Erano
completamente ribaltati nelle orbite, senza traccia
alcuna
di pupille né di iride.
-
No…no… - urlai, - non può essere!
La
ragazza interruppe il suo canto e iniziò a sorridere con la
testa inclinata all’indietro. Badate bene, però, non era una
risata
normale, ma un gracchio stridente. Sarei voluto fuggire di
corsa, ma avevo le gambe intorpidite. Fu allora che un
sibilo
cominciò a farsi largo dall’abisso. Non capivo cosa fosse né
da dove provenisse. Ho ancora nelle orecchio quel
suono
e vorrei non averlo mai udito, soprattutto per ciò che si
manifestò sotto il mio sguardo. Vidi emergere dalla vagina
della
donna la testa di un pitone e la sua lingua biforcuta in
bella mostra. Il corpo tozzo della bestia stava nascendo dal
ventre
di quella strega, serpeggiando nel mondo.
Un
urlo disumano tuonò alle mie spalle: alcune lapidi esplosero
in mille pezzi sotto la spinta di mani melmose che
emergevano dal profondo della terra. Decine di occhi
fluorescenti si materializzarono attorno a me, nell’ombra.
Estrassi la Python più per istinto che per un consapevole
impulso cerebrale, fiondandomi verso il cancello del
cimitero.
Prima
di scavalcare il portone, mi voltai e vidi la ragazza
avvinghiata da una creatura bipede alata.
L’essere era alle spalle della giovane e con le mani palmate
le scorreva lungo la pelle, sino giungere a sfiorarle
l’ombelico.
Gli
occhi del demone scintillavano come due fari nella notte,
mentre dalla sua deformata bocca piovevano dei latrati
simili
a un
ringhio di un feroce cane da guardia. Altre creature erano
ammassate sopra alcuni cadaveri intente a staccare
brandelli di carne putrefatta. Le vidi solo per un attimo,
ma rabbrividisco ancora nel ricordare la lunga cresta ossea
che
fuoriusciva dalla loro schiena.
Balzai
come un gatto sull’inferriata e la sorvolai senza badare
alle ferite che mi sarei potuto procurare.
A
bordo strada c’era un auto, probabilmente la mia auto,
pensai. Corsi come un dannato alla portiera e caccia le mani
nelle
tasche. Le urla imperversavano ancora nella notte
accompagnate da un rumore indefinito che inizialmente pensai
provenire dall’interno del cimitero. Era un suono che
aumentava progressivamente di intensità, come se si fosse
trattato
di una
serie di rulli di tamburo o di colpi scagliati su una
superficie rigida.
Recuperai le chiavi e, dopo alcuni tentativi, partii,
facendo stridere le gomme. Imboccai una strada sterrata con
la mente
rintanata in chissà quale angolo della scatola cranica.
Percorsi alcune centinaia di metri, poi, la mia corsa finì
su un platano
secolare. Fu uno scontro fortissimo. Per alcuni minuti caddi
in uno stato di semi-incoscienza, poi, naufragai nell’oblio.
Quando
ripresi possesso delle mie piene capacità mentali, mi
ritrovai ricoverato in una stanza dell’ospedale Careggi di
Firenze, non particolarmente convinto sulla veridicità
dell’esperienza che avevo vissuto. La speranza, però, che si
trattasse tutto di un incubo la persi non appena presi
visione di una copia de “Il Tirreno” che trovai poggiata su
un
comodino. In prima pagina era scritto: “Orrore a Caiano: un
aereo merci contenente sostanze radioattive si schianta
sulla
popolazione”.
Dalle
pagine interne appresi che, secondo le fonti ufficiali, vi
era stato un vasto incendio con fuga di sostanze tossiche e
decesso di buona parte degli abitanti della cittadina.
L’articolo proseguiva dicendo che i militari avevano isolato
la zona
per
ragioni di sicurezza, impedendo a chiunque di penetrarvi.
Interruppi improvvisamente la lettura assalito da una
sensazione di angoscia.
La
parola “incendio” aveva fatto riaffiorare nella mia mente
l’immagine sbiadita di alcuni bagliori che avanzavano
velocemente nel cielo nero e, poi, di un fiume di lava
incandescente vomitato dal firmamento.
Mentre
queste strane immagini correvano nel mio cervello, un grido
di sofferenza e disperazione le accompagnava.
Si
trattava di un verso simile alle urla di una grossa orca
trafitta dall’elica di un peschereccio. Quel suono risuonava
nelle
mie
orecchie come una sirena impazzita, mentre tutto attorno
vedevo danzare delle distorte lingue di fuoco che
divoravano l’ambiente circostante. Tuttora, non so dire se
fui vittima di un delirio allucinatorio o se effettivamente
avessi
assistito a una delle più plateali azioni di insabbiamento
operate dagli agenti segreti.
Forse
quella sera ebbi un incontro ravvicinato con un qualcosa di
mostruoso che ci attende oltre al varco che separa i
vivi
dai morti. Una sorta di proiezione spazio temporale delle
sofferenze che saranno riservate al nostro spirito, per
punire
l’atteggiamento formalistico che impera nella nostra
società. Inutile sperare che l’autorità rivelino ciò che si
nasconde sotto la normalità, perché ciò comporterebbe il
soffocamento delle illusioni ed eliminerebbe ogni freno
inibitore
alle
condotte umane. Meglio quindi sacrificare alcuni sfortunati,
rei di esser venuti a conoscenza di indizi compromettenti,
piuttosto che fare scoppiare l’anarchia.
Io,
però, ho visto e sentito e ho bisogno di sapere che cosa
pulluli nell’abisso. Sono convinto che esistano esseri
innominabili che si aggirano nei posti più isolati del
pianeta, passando da una dimensione all’altra. Forze
stimolate dalle
arti
magiche di qualche santone bramoso di stringere patti con
ancestrali creature dell’oltre tomba. Non so ancora quale
sia il
loro fine, so solo che si cibano di corpi umani.
Adesso,
con rammarico, devo salutarvi. Sento già i passi
dell’infermiera che schioccano nel corridoio.
Viene
per portarmi quella merda che ogni giorno sono costretto a
ingerire. Vorrebbero farmi dimenticare,
ma io
non mi piegherò alla loro arroganza. È per questo, miei cari
amici, che ho scritto questa lettera…
E’ ora
che la gente sappia!
State in
guardia amici miei e ricordate che qualcosa, là nel buio, vi
osserva ed è pronta a condurvi in
infernali gironi da cui non è più ammesso ritorno.
Con
affetto,
il
vostro Luc Falconetti.