SOGNI HORROR

 
   
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 AUTORI PUBBLICATI

 

 Emanuele Mattana

  1. La Voce Nella Notte
  2. Vigilanza Notturna
  3. Un Gran Brutto Natale
  4. Per Amore Dei Figli

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Gabriele Lattanzio

  1. Il Primo Caso Di Willard & Sanderson

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Marco Milani

  1. Notte Chiara

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Andrea Laprovitera

  1. Il Mio Nemico

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Simone Corà

  1. Luciano E Il Fantasma

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Giacomo Ilacqua

  1. Terrore A New York

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Andrea Carbone

  1. Per Sempre

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Matteo Mancini

  1. Occhi Dall'Ignoto

 

 

VIDEO DI PRESENTAZIONE

 

Per vedere i video di presentazione dei racconti

LUCIANO E IL FANTASMA

*

PER AMORE DEI FIGLI

*

TERRORE A NEW YORK

*

PER SEMPRE

*

OCCHI DALL'IGNOTO

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 OCCHI DALL'IGNOTO

 

Polvere. Questo pensai quando riaprii gli occhi, immerso nella più profonda oscurità. La sentivo sparsa tra i capelli, sulla

 

pelle e persino sulle labbra. Me ne accorsi, quando la lingua mi scivolò fuori dalla bocca e fu aggredita da un gusto amaro

 

che la ricacciò nella sua tana.

 

Gli occhi mi bruciavano, mentre mi sentivo serpeggiare tra la barba dei rivoli caldi. Lasciai correre i polpastrelli sulla testa,

 

fin quando un dolore penetrante mi fece urlare. Era come se fossi stato addentato dalle fauci di una bestia.

 

Per un attimo rimasi senza fiato, poi, strinsi i denti e cercai di mettermi in piedi. Per tre volte ricaddi al suolo, al quarto

 

tentativo riuscii a muovere alcuni passi e mi addentrai nel buio pesto, con le mani protese alla ricerca di un punto di

 

riferimento.

 

Il terreno era friabile e il rumore dei miei passi echeggiava, prima di assopirsi definitivamente.

 

 

- Dove diavolo sono? – mi domandai, ma la memoria era troppo annebbiata per fornirmi una risposta. Non ricordavo

 

neppure come mi chiamassi. Un rumore metallico mi sottrasse dalla meditazione: avevo sbattuto contro qualcosa.

 

Mi chinai e tastai in quella che sembrava esser sabbia, fin quando non afferrai un oggetto tubolare. Una torcia elettrica,

 

per la precisione.

 

L’accesi, dopo averla scrollata per alcune volte, ma, anziché provare sollievo per non essere più prigioniero dell’ignoto,

 

caddi vittima di un incubo terrificante.

 

Ero circondato da quattro pareti, avvolte da ragnatele e da piante rampicanti, mentre il cielo era celato da un soffitto al

 

cui centro si apriva uno squarcio, da cui verosimilmente ero precipitato. Il pavimento era coperto da un tappeto di ceneri

 

umane con ossa di varia grandezza che spuntavano in ogni dove e teschi che mi osservavano con la loro indifferenza.

 

- Ma che ci faccio qui? - mi chiesi dopo aver superato l’iniziale smarrimento. Trovai la risposta quando rinvenni nascosta

 

nelle ceneri una Colt Python, un taccuino tascabile. Su di esso vi erano riportate alcune note relative a Caiano, un piccolo

 

paese sperduto nella campagna fiorentina, e a una serie di reati che vi erano stati denunciati. Si parlava di macabri rituali,

 

profanazioni di tombe e necrofagia.

 

Stavo sfogliando quelle pagine, quando una cantilena, recitata in una lingua sconosciuta, frantumò la quiete notturna.

 

Era un ritornello cantato da una voce appena sussurrata.

 

Per farmi coraggio, presi la pistola e ne controllai il tamburo. Era carica, almeno questo… pensai. Posi il ferro sotto la

 

cintura, con la canna infilata nei pantaloni, e iniziai a tastarmi tra i vestiti. Quello che cercavo era un documento, un

 

tesserino o qualsiasi altra cosa che mi facesse capire chi fossi. Trovai un mazzo di chiavi e, poi, finalmente, un

 

portafoglio con dentro una tessera plastificata. Su di essa vi era un nome: Luc Falconetti, di professione detective

 

privato.

 

Ricollegai il tutto o quasi. Ero stato contattato dal Sig. Sergio Mattei per fare luce sulla sparizione del cadavere di suo

 

figlio. Sul taccuino, infatti, era annotato quel nome accanto a un orario e a quello che doveva esser il resoconto di un

 

appuntamento Vi era scritto che la polizia aveva archiviato la pratica per impossibilità di identificare gli autori del gesto

 

sacrilego. Il signor Mattei, però, affermava di aver sentito mormorare che alcuni agenti impegnati nelle indagini avessero

 

improvvisamente perso la ragione, mentre che altri fossero misteriosamente scomparsi dopo aver raccontato storie che

 

andavano oltre i confini della realtà. C’era persino chi narrava che una congrega di streghe avesse lanciato un maleficio,

 

per fare riemergere i demoni sprofondati nelle fiamme dell’inferno.

 

La cantilena, intanto, si fece sempre più forte e cominciò a essere accompagnata da rumori di passi striscianti che

 

risuonavano nella notte oscura, in un turbine di versi indefiniti. Dovevo assolutamente uscire da quel buco.

 

Cominciai così a proiettare il fascio di luce sulle pareti sino a quando non illuminai una piccola scala. Era divorata dalla

 

ruggine, tuttavia, i gradini non erano marci e potei così risalire.

 

Raggiunsi la cima del soffitto e allungai una mano per fare presa sul bordo dello squarcio che vi si apriva. Avevo il terrore

 

di ripiombare in quell’orrore, ma la base a cui mi ero aggrappato sembrava resistente, così vi portai anche l’altra mano.

 

Un piccolo crepitio riecheggiò, subito seguito dal crollo di un pezzo di intonaco e dal relativo rumore delle macerie che

 

colavano a picco nel mare di ceneri. Rimasi attaccato con la sola mano sinistra, con una sensazione di vuoto che mi

 

mordeva la bocca dello stomaco. Il braccio mi faceva male, mentre gli addominali erano tesi al punto di esplodere.

 

Dovetti fare ricorso alle energie più remote per riuscire a tirarmi fuori da quell’orrore, non sapendo però che quello che mi

 

attendeva avrebbe per sempre cambiato la mia vita.

 

Appena uscito, mi rotolai nell’erba, con un vento fresco che mi salutò accarezzandomi i capelli. Rimasi sdraiato per

 

riprendere fiato e quando riaprii gli occhi mi ritrovai immerso in una selva di lapidi dalla superficie di pietra chiara e dalla

 

forma arcuata. Tutto attorno regnava un’oscurità dalla quale sfuggivano solo delle imponenti statue di granito raffiguranti

 

arcangeli dallo sguardo severo e dalle ali distese. L’aria era intrisa da un’aroma di terra umida mista a un odore dolciastro

 

piuttosto sgradevole, mentre nel cielo un sudario di nubi impediva alla luna di contemplare le nefandezze di quella serata.

 

- Non c’è tempo da perdere -, mi dissi, cominciando ad avanzare con circospezione con la torcia puntata nelle tenebre.

 

Fu così che mi imbattei in alcuni particolari inquietanti. Alcune tombe erano state divelte. La cosa più bizzarra, però, e che

 

confermava quanto avessi letto in precedenza, era costituita dal fatto che nelle bare sottostanti non vi era traccia di

 

cadaveri!

 

La cantilena, intanto, proseguiva incessante, intervallata da muggiti abominevoli difficilmente riconducibili a creature di

 

questo mondo. Come un bambino timoroso del buio e dei rumori che vi trovano dimora, fui travolto dal terrore che

 

qualche mano putrescente potesse emergere dall’abisso, per artigliarmi con le sue flaccide dita. Mi ritrovai così a errare

 

senza meta, come un cavallo imbizzarrito, fino a quando, dietro a una siepe, vidi filtrare una tenue luce brulicante.

Con passo incerto, gattonai lungo la vegetazione, deglutendo fiumi di saliva per trovare il coraggio. Poi, mi affacciai

sull’abominio. Premetto che quello che osservai è rimasto per mesi sepolto nel mio sub-inconscio e solo alcuni giorni fa è

emerso durante una seduta ipnotica.

Parzialmente celata dal mantello della notte, vidi una giovane completamente nuda con al collo un amuleto dalla forma

trapezoidale che le danzava in mezzo alle mammelle. Le sue membra poggiavano sul marmo di una tomba ed erano

illuminate da numerose candele, disposte circolarmente. Teneva le gambe incrociate e le braccia stese orizzontalmente,

con i palmi delle mani rivolti verso il firmamento. Il ventre le si muoveva soavemente facendole ondeggiare lentamente

gli arti. Credetemi, c’era da restarne ipnotizzati!

Lasciai correre gli occhi sulla sua figura. Sorvolai il pube e i capezzoli, poi, vidi le due esili spalle, accarezzate dai capelli

nero pece. Scivolai sulle due carnose labbra violacee,  da cui le sfuggivano i versi della cantilena che tanto mi aveva

inquietato. Un orrore primordiale, poi, mi investì, come un’onda increspata sotto la spinta del maestrale.

Quegli occhi, santo Iddio…quegli occhi! Rimasi paralizzato. Erano completamente ribaltati nelle orbite, senza traccia

alcuna di pupille né di iride. 

- No…no… - urlai, - non può essere!

La ragazza interruppe il suo canto e iniziò a sorridere con la testa inclinata all’indietro. Badate bene, però, non era una

risata normale, ma un gracchio stridente. Sarei voluto fuggire di corsa, ma avevo le gambe intorpidite. Fu allora che un

sibilo cominciò a farsi largo dall’abisso. Non capivo cosa fosse né da dove provenisse. Ho ancora nelle orecchio quel

suono e vorrei non averlo mai udito, soprattutto per ciò che si manifestò sotto il mio sguardo. Vidi emergere dalla vagina

della donna la testa di un pitone e la sua lingua biforcuta in bella mostra. Il corpo tozzo della bestia stava nascendo dal

ventre di quella strega, serpeggiando nel mondo.

Un urlo disumano tuonò alle mie spalle: alcune lapidi esplosero in mille pezzi sotto la spinta di mani melmose che

emergevano dal profondo della terra. Decine di occhi fluorescenti si materializzarono attorno a me, nell’ombra.

Estrassi la Python più per istinto che per un consapevole impulso cerebrale, fiondandomi verso il cancello del cimitero.

Prima di scavalcare il portone, mi voltai e vidi la ragazza avvinghiata da una creatura bipede alata.

L’essere era alle spalle della giovane e con le mani palmate le scorreva lungo la pelle, sino giungere a sfiorarle l’ombelico.

Gli occhi del demone scintillavano come due fari nella notte, mentre dalla sua deformata bocca piovevano dei latrati simili

a un ringhio di un feroce cane da guardia. Altre creature erano ammassate sopra alcuni cadaveri intente a staccare

brandelli di carne putrefatta. Le vidi solo per un attimo, ma rabbrividisco ancora nel ricordare la lunga cresta ossea che

fuoriusciva dalla loro schiena.               

Balzai come un gatto sull’inferriata e la sorvolai senza badare alle ferite che mi sarei potuto procurare.

A bordo strada c’era un auto, probabilmente la mia auto, pensai. Corsi come un dannato alla portiera e caccia le mani

nelle tasche. Le urla imperversavano ancora nella notte accompagnate da un rumore indefinito che inizialmente pensai

provenire dall’interno del cimitero. Era un suono che aumentava progressivamente di intensità, come se si fosse trattato

di una serie di rulli di tamburo o di colpi scagliati su una superficie rigida.

Recuperai le chiavi e, dopo alcuni tentativi, partii, facendo stridere le gomme. Imboccai una strada sterrata con la mente

rintanata in chissà quale angolo della scatola cranica. Percorsi alcune centinaia di metri, poi, la mia corsa finì su un platano

secolare. Fu uno scontro fortissimo. Per alcuni minuti caddi in uno stato di semi-incoscienza, poi, naufragai nell’oblio.

Quando ripresi possesso delle mie piene capacità mentali, mi ritrovai ricoverato in una stanza dell’ospedale Careggi di

Firenze, non particolarmente convinto sulla veridicità dell’esperienza che avevo vissuto. La speranza, però, che si

trattasse tutto di un incubo la persi non appena presi visione di una copia de “Il Tirreno” che trovai poggiata su un

comodino. In prima pagina era scritto: “Orrore a Caiano: un aereo merci contenente sostanze radioattive si schianta

sulla popolazione”.

Dalle pagine interne appresi che, secondo le fonti ufficiali, vi era stato un vasto incendio con fuga di sostanze tossiche e

decesso di buona parte degli abitanti della cittadina. L’articolo proseguiva dicendo che i militari avevano isolato la zona

per ragioni di sicurezza, impedendo a chiunque di penetrarvi. Interruppi improvvisamente la lettura assalito da una

sensazione di angoscia.

La parola “incendio” aveva fatto riaffiorare nella mia mente l’immagine sbiadita di alcuni bagliori che avanzavano

velocemente nel cielo nero e, poi, di un fiume di lava incandescente vomitato dal firmamento.

Mentre queste strane immagini correvano nel mio cervello, un grido di sofferenza e disperazione le accompagnava.

Si trattava di un verso simile alle urla di una grossa orca trafitta dall’elica di un peschereccio. Quel suono risuonava nelle

mie orecchie come una sirena impazzita, mentre tutto attorno vedevo danzare delle distorte lingue di fuoco che

divoravano l’ambiente circostante. Tuttora, non so dire se fui vittima di un delirio allucinatorio o se effettivamente avessi

assistito a una delle più plateali azioni di insabbiamento operate dagli agenti segreti.

Forse quella sera ebbi un incontro ravvicinato con un qualcosa di mostruoso che ci attende oltre al varco che separa i

vivi dai morti. Una sorta di proiezione spazio temporale delle sofferenze che saranno riservate al nostro spirito, per

punire l’atteggiamento formalistico che impera nella nostra società. Inutile sperare che l’autorità rivelino ciò che si

nasconde sotto la normalità, perché ciò comporterebbe il soffocamento delle illusioni ed eliminerebbe ogni freno inibitore

alle condotte umane. Meglio quindi sacrificare alcuni sfortunati, rei di esser venuti a conoscenza di indizi compromettenti,

piuttosto che fare scoppiare l’anarchia.

Io, però, ho visto e sentito e ho bisogno di sapere che cosa pulluli nell’abisso. Sono convinto che esistano esseri

innominabili che si aggirano nei posti più isolati del pianeta, passando da una dimensione all’altra. Forze stimolate dalle

arti magiche di qualche santone bramoso di stringere patti con ancestrali creature dell’oltre tomba. Non so ancora quale

sia il loro fine, so solo che si cibano di corpi umani.

Adesso, con rammarico, devo salutarvi. Sento già i passi dell’infermiera che schioccano nel corridoio.

Viene per portarmi quella merda che ogni giorno sono costretto a ingerire. Vorrebbero farmi dimenticare,

ma io non mi piegherò alla loro arroganza. È per questo, miei cari amici, che ho scritto questa lettera…

E’ ora che la gente sappia!

State in guardia amici miei e ricordate che qualcosa, là nel buio, vi osserva ed è pronta a condurvi in

infernali gironi da cui non è più ammesso ritorno.

Con affetto,

       

il vostro Luc Falconetti.

 

  

 


 L'AUTORE

 

L'autore di questo racconto è Matteo Mancini

Matteo Mancini nasce a Pisa il 15.07.1981 e vive praticamente da sempre a Tirrenia (PI).

Laureatosi in giurisprudenza nell’ottobre del 2005 è attualmente impeganto nel compimento della pratica legale, in vista dell’esame per l’iscirizione all’albo degli avvocati.


Appasionato di criminologia nonché di cinema e letteratura di genere, trascorre molte ore in compagnia dei saggi dei vari Picozzi e De Luca,

alternandoli con letterature di intrattenimento firmate dai vari H.P. Lovecraft, E.A.Poe, ma anche da scrittori contemporanei come C.Lucarelli e C.Barker.

Inizia a scrivere partendo con la stesura di saggi di criminolgia, passando presto alla redazione di recensioni e commenti dei films visionati,

come dimostra il numeroso materiale pubblicato in giro per la rete sotto lo pseudonimo di giurista81. Si dedica, poi, alla stesura di mini sceneggiature,

per giungere, infine, nel dicembre 2006, dopo l’iscrizione al forum del sito www.latelanera.com, alla redazione del suo primo racconto.

Tra i migliori risultati raggiunti in ambito narrativo si segnala il terzo posto nel concorso “La Strategia della tensione”,

indetto dal quotidiano “Il Tirreno” con la collaborazione del duo Lucarelli-Bortolotti,

e la pubblicazione di un racconto fantascientifico nell’antologia “N.A.S.F.3 - Robot vs. Alien” curata dai gestori del sito www.nuoviautori.org.

 Collaboro col sito www.sognihorror.com in qualità di recensore delle pellicole horror.

 

 

 

 
 

 

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