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PANTA REI

 

Fece ritorno da scuola di corsa e con un gran sorriso sulle labbra. Aveva trascorso l'intero pomeriggio del giorno precedente a studiare Eraclito, ma l'otto in filosofia era valso tutto il tempo buttato sui libri. Lo zaino in spalla, aprì il cancello con le mani unite e si precipitò sulla porta con le nocche. Rideva come una pazza e gli occhi brillavano alla luce scintillante del sole di inizio maggio.

La madre arrivò trafelata, borbottando accigliata, e le aprì la porta con le mani bagnate.

“Ho preso otto all'interrogazione!”

Lo sguardo era completamente assente e privo di interesse. 

“Muoviti, il pranzo è pronto.

Ah, voglio che metti immediatamente in ordine la tua camera... sembra sia scoppiata una bomba lì dentro! Vengono i colleghi di tuo padre a cena questa sera e non vorrei dover tenere sigillate le porte di casa per impedirgli di visitare questa o quella stanza.”

“No, scusa, vengono i colleghi di papà e devono entrare in camera mia?”

“Ti ho detto di mettere immediatamente la tua stanza in ordine e non voglio sentire storie!”

“Grazie per i complimenti, comunque.”

“Hai fatto poco più del tuo dovere, Melissa, è ora che cresci.

Matteo, tesoro? Hai finito con i colori? Dai, metti apposto e vai sul divano a vedere i cartoni animati.”

Melissa rimase di sasso a guardare sua madre voltarle le spalle e far ritorno nel suo habitat naturale che era la cucina. Lacrime di cocente delusione allagarono le iridi e le rigarono le guance ancora accaldate dalla corsa. Un nodo alla gola le impedì di deglutire la saliva che, copiosa, si era formata in bocca, assieme alla bile della rabbia che montava. Camminò fremente e risoluta, rossa in volto e le nocche strette a pugno, sbiancate dalla tensione.

Sua madre, intenta a parlottare con suo fratello minore Matteo, aveva una delle sue solite, sdolcinate, espressioni da “mamma deficiente”.

La ragazza osservò sua madre e concluse di odiarla con tutte le proprie forze. Aveva speso i suoi anni nel cercare di renderla fiera di lei e tutto ciò che aveva guadagnato, sempre, erano stati sguardi di pietà e di non sopportazione malcelata.

Era stanca di una situazione logorante come quella, stanca di non avere il conforto di nessuno nella sua famiglia.

Suo padre era inesistente, sua madre una stronza e aveva una vita schifosa.

Le lacrime continuarono a scendere, impietose, e Melissa prese ad ansimare forte.

Fissava sua madre, l'odio negli occhi lucenti, e respirava a fondo, avvertendo i primi giramenti di testa.

Questa volta non si sarebbe fermata, questa volta sarebbe andata fino in fondo.

La madre si voltò e la guardò, seccata, come se solamente la sua presenza le desse fastidio.

“Ti vuoi muovere? Sai cosa ti dico? Per punizione neanche pranzi. Vai direttamente a mettere in ordine la tua camera e uscirai di lì solo quando avrai terminato. Siamo intesi?”

Osservò sua madre afferrare il piatto di pasta e gettarlo nella pattumiera, notò il sorriso infantile e cattivo di suo fratello, avvertì il petto squarciarsi e il fuoco divampare, dilaniandole i polmoni.

 I capelli di Melissa presero a vorticare frustati da improvvise sferzate di gelo, i suoi occhi divennero più grandi e sempre più neri e infossati. La madre, ancora ignara, sorrise a suo figlio mentre afferrava un bicchiere di vetro riempendolo di acqua.

Melissa, irriconoscibile nella sua veste nera, prese a cantilenare una filastrocca che lei stessa aveva ideato giorni prima, le labbra rosso sangue e il sapore della vendetta sulla lingua.

Fu in quel momento che sua madre si voltò e impallidì; fu allora che Matteo cominciò a piangere nel vedere la creatura ritta davanti ai suoi occhi.

 

                                                                            ***

 

Tornò da scuola raggiante, lo zaino in spalla, con il sorriso dipinto sulle labbra martoriate dal nervosismo.

Bussò alla porta con le nocche, le mani erose dalla dermatite.

“Ho preso otto all'interrogazione!”

Rita la guardò, la voce tremolante di pianto.

“Melissa non hai preso le tue pasticche questa mattina. Le ho trovate nell'immondizia.”

L'entusiasmo negli occhi della ragazza si spense e le occhiaie tornarono, vivide, ad affacciarsi sul volto bianco cera.

“Melissa, sai benissimo che devi prendere tutti i giorni la medicina altrimenti...”

La frase rimase sospesa in aria, l'espressione di Melissa contrita e incapace di capire.

“Ho preso otto all'interrogazione, non ti interessa?”

“Melissa, tesoro, non c'è stata nessuna interrogazione. Sei stata al centro...” La donna portò una mano alla bocca, cercando di contenere il pianto che prepotente stava per esploderle nel petto.

Era un'agonia costante vedere Melissa peggiorare di giorno in giorno, ascoltarla inventare mondi e convivere in essi con naturalezza disarmante.

Gli infermieri osservavano la scena dal loro furgoncino con l'espressione in volto della solita, fastidiosa compassione. Rita li guardò, stizzita, e fece cenno loro di poter andare via, a continuare il loro giro di “ riconsegna pacchi”. Tornò a guardare sua figlia, tremante di ansia e collera contro i dottori che non avevano saputo controllare il suo umore.

Non si erano accorti, dai suoi atteggiamenti, che la loro paziente non aveva assunto i medicinali, quella mattina? Che razza di medico è uno sprovveduto che pensa soltanto a sé?

Ma era normale, in una specie di manicomio... perché i dottori credevano che Melissa fosse solo pazza, non immaginando neanche per un momento quanto la situazione fosse diversa.

La ragazza stava cambiando rapidamente e Rita impallidì nell'osservare gli occhi oramai blu oltremare e le labbra rosso magenta.

Esclamò un sospiro carico di paura e prese per un braccio sua figlia conducendola in cucina con forza, spaventata ma ancora perfettamente lucida nei pensieri.

Matteo, suo nipote, stava colorando su un libro di disegni e lo vide sollevare gli occhi, sorridendo a sua cugina.

“Tesoro, perché non vai a vedere i cartoni animati sul divano? Vai, ci penso io a mettere in ordine il tuo libro.”

Aveva sbagliato, non avrebbe dovuto far venire il bambino in casa, non quel giorno che ricorreva l'anniversario della morte di suo marito.

Lanciò un'occhiata verso la foto della sua famiglia, ritratto scattato quattro anni prima, e si rese conto della frattura nel vetro.

Era tardi, era troppo tardi...

“Matteo, dai retta a zia, vai a guardare i cartoni, ti chiamo io, dopo...”

Le lacrime presero a scendere, ma Rita si impose di rimanere calma, mentre la mano di sua figlia nella sua si faceva più fredda e liscia.

Aprì il rubinetto del lavandino riempiendo un bicchiere di vetro, le mani tremanti per l'agitazione, gettando occhiate verso il bambino, ignaro.

“Ecco, prendi la tua pasticca tesoro, prendila prima che sia troppo tardi.”

Nessuno sapeva, e nessuno avrebbe mai saputo.

Ma era oramai troppo tardi, e si leggeva a chiare lettere nell'espressione folle di Melissa che afferrò il bicchiere e lo scaraventò a terra.

Un grido lacerò il silenzio e istintivamente Rita corse da suo nipote, prendendolo tra le braccia; la ragazza prese a mutare nell'essere mostruoso che albergava nel suo corpo, cantilenando una strana e sconosciuta filastrocca.

Odiare è bello

odiare è tutto

odiare è ciò che mi resta

dopo la fuga dell'affetto

Allora vi odio

se è una maniera d'amore

Allora vi odio

e capirete perché

Sempre sola

lacrima che scende

nel vostro sguardo vuoto

annegherete

La ragazza, oramai una creatura infernale, osservava la donna con odio cieco, col suo sguardo nero e nella veste che l'avvolgeva totalmente.

Un vetro si infranse, sotto la pressione del grido lacerante della Furia, e la donna, preda del terrore, afferrò suo nipote per un braccio e si riparò lontano da sua figlia, piangendo e pregando per la loro salvezza.

“Ti prego, tesoro, torna in te... Ti voglio bene amore, ti prego non farti del male.”

La ragazza urlò nuovamente, sporgendo i denti affilati fuori dalle labbra, il corpo arcuato verso l'alto.

La Furia, il fumo tutto intorno, digrignò i denti mentre le braccia materne della donna cingevano il corpicino del bambino; la sua rabbia esplose in un nuovo e rinnovato grido che devastò ogni cristallo e ogni vetro nella casa. I timpani della donna presero a sanguinare, mentre Matteo divenne sordo a ogni rumore.

La creatura si avvicinò lenta e inesorabile, scrutò con i suoi buchi neri i due e si leccò le labbra lucide e carnose, famelica.

“Tuo figlio morirà con te.”

Rita trascolorò e comprese che tutto era perduto.

Il mondo che Melissa aveva creato nella sua mente non sarebbe mutato per nessun motivo, almeno fino alla fine di ogni cosa, e non ci sarebbe stato suo marito, quel giorno, a salvare la famiglia.

Gianfranco era l'unico in grado di contenere i problemi comportamentali di loro figlia, essendone il padre naturale.

“Ti prego amore, torna in te... sono io, mamma.”

“Io non ho madre.”

Volteggiò due dita verso i fornelli, che presero a rilasciare mortale e asfissiante gas; con un semplice battito di ciglia, due corde si mossero dal fondo di un cassetto cominciando a legare stretto i corpi dei prigionieri, lo sguardo della Furia impassibile.

Un silenzio irreale guadagnò tempo per un momento lungo una vita e fu lacerato dal singhiozzo straziante della prigioniera, disperata al pensiero dell'ineluttabile destino.

Questo bastò a scatenare l'ira di Melissa.

Le urla invasero il quartiere ma nessuno se ne rese conto, fuori imperversava l'improvvisa tempesta.

La creature morsicò e dilaniò, inghiottendo sangue a fiumi; leccò il dolce sapore della vendetta e sorrise allo scempio dei suoi familiari finiti.

Si scostò dai corpi gettati in terra esanimi e li contemplò estasiata. Una scintilla prese fuoco dall'unica lacrima sgorgata dai suoi occhi e in un momento lo scempio del genocidio fu cancellato dalla memoria di chiunque.

La casa esplose e la Furia scomparve tra le nubi rosse dell'incendio divampato.

Nessuno trovò mai i resti di Melissa tra le macerie, solo la sua voce è ancora perfettamente udibile nel fluttuare del vento gelido dell'inverno. Tutto scorre.

 

L'autore di questo racconto è Federica d'Ascani

Si chiama D'Ascani Federica ed è un esordiente a tutti gli effetti. Una passione, quella della scrittura, nata assieme l'affinarsi dei sensi e cresciuta leggendo, leggendo, leggendo. E' giovane, è nata nel novembre del 1984 e forse è stato proprio il mese invernale a caratterizzare il suo personale piacere estremo per il paesaggio glaciale e l'aurea del buio mistero... Novembre, in fondo, è il mese di Halloween, dell'irreale che torna a vivere nel mondo e forse il gusto horror dei suoi racconti è legato alla sua nascita. O forse è così solo perchè fortemente disturbata mentalmente. O forse perchè non riesce a rassegnarsi all'idea del "normale".
Ma gli incubi tornano ogni notte a farle compagnia e chiedono di essere raccontati.
E lei assolve al suo compito.