Melanie si
svegliò di soprassalto a causa di un incubo che tuttavia aveva già rimosso.
Aprendo gli occhi, notò di trovarsi in un luogo particolarmente buio, insolito.
Si voltò a
destra, dove solitamente dalla finestra filtravano piccoli bagliori provenienti
dalla strada, ma non vide niente,
nessuno
spiraglio di luce. La stanza appariva completamente all’oscuro.
Inoltre
c’era qualcos’altro che non andava. Non aveva il cuscino. Lei che era abituata a
dormire con il suo soffice
cuscino
imbottito, lo notò subito e si meravigliò, dato che non le era mai capitato di
svegliarsi senza.
La testa sembrava poggiare direttamente nel duro materasso. Con la destra si
andò a grattare la pancia, e anche in
questo caso
percepì qualcosa di diverso dal solito.
Anziché
affondare sul suo morbido pigiama azzurro, accarezzò qualcosa di più
leggero,delicato, qualcosa simile alla
seta. Pensò
dovesse trattarsi di una momentanea confusione dovuta alla sbronza presa la
scorsa sera in spiaggia.
Eppure la
testa non faceva male.
Decise di alzarsi per andare a bere dell’acqua, e scostò entrambe le gambe a
destra, in modo da farle scendere da
letto, ma le
dita dei piedi andarono a sbattere su qualcosa di solido. Si fece male
all’alluce, ma non ci pensò nemmeno
al dolore.
Si chiese infatti cosa vi fosse sul letto che le aveva impedito di spostare le
gambe.
In preda a
un certo smarrimento, provò a mettersi seduta, ma anche questa volta non vi
riuscì.
La testa
andò a sbattere contro qualcosa di solido che si trovava a circa dieci
centimetri dal suo naso.
Fu allora che il cuore iniziò ad aumentare il battito.
Le mani si portarono verso l’alto, verso quella cosa che le impediva di alzarsi,
e riuscirono a toccare una parete solida,
legnosa, che
la copriva. Poi portò le stesse mani ai suoi lati, prima a destra, e poi a
sinistra, ma anche in questo caso i
gomiti
sbatterono contro delle pareti ben solide e robuste. Non riusciva a capire cosa
stesse accadendo.
Il suo letto
era solitamente al centro della stanza, e di certo non aveva pareti che si
potessero chiudere, avvolgendola!
Solo ora
iniziava a capire a cosa era dovuta quella fitta oscurità.
-Ehi! Mamma!
La sua voce fu amplificata dentro il luogo in cui si trovava e rimbombò alle sue
orecchie tanto da dar fastidio ai timpani.
Le mani
andarono verso la parete di legno che era sopra il suo viso e provarono a
spingere verso l’alto, ma quella non
sembrava
spostarsi di un solo millimetro. Allora alzò le ginocchia fin dove poteva, e
iniziò a spingere anche con quelle,
ma pure il
secondo tentativo fu vano. Il respiro iniziava a farsi pesante, e l’aria
sembrava mancare.
Lanciò un
altro urlo, per poi colpire violentemente il legno sopra di lei con pugni
ripetuti. Si fermò solo quando le nocche
iniziarono a
far male. Il petto si alzava ed abbassava in un ritmo frenetico, il viso era già
sudato, così come il resto del
corpo.
Una vampata di calore l’attraversò, facendole lanciare un altro urlo che ritornò
amplificato alle sue orecchie.
Non aveva
mai provato un caldo simile, e persino il suo stesso respiro divenne udibile a
tal punto da rendersi fastidioso.
Scivolò di
poco verso il basso, in modo da andare a toccare la parete vicino ai piedi, con
la pianta di questi.
Quindi colpì
violentemente quel muro con i talloni nudi, imprimendo quanta più forza riusciva
a dare, ma fu costretta a
fermarsi
poiché era rimasta quasi senza fiato. Delle lacrime iniziarono a sgorgare dai
suoi occhi, occhi che si chiusero
per alcuni
secondi, nella speranza che una volta riaperti, tutto sarebbe tornato alla
normalità. Ma ciò non accadde.
Si morse le
labbra, per poi puntare le dita sul legno sopra di lei. Graffiò forte, facendo
strisciare le unghia su quella
parete con
un rumore graffiante.
-Papà!
Gridò ancora, iniziando a graffiare più velocemente, come un cane che vorrebbe
scavare una buca per poter
nascondere
il suo osso. L’unghia dell’indice si spezzo con un rumore secco e Melanie lanciò
un altro urlo, questa volta di
dolore,
accompagnato da altri singhiozzi. La testa girava, sembrava quasi vorticare
dentro quelle mura nere che si
stringevano
sempre di più, quasi volessero inghiottirla. Fu allora che iniziò a dimenarsi.
Le braccia e
le gambe si mossero spasmodicamente come in preda ad una crisi epilettica, così
come la testa ed il resto
del corpo.
Sbatteva ad ogni movimento, tremava, e nel frattempo piangeva per il terrore.
Andò avanti per alcuni lunghi
secondi, fin
quando per l’ennesima volta, il suo corpo stanco la costrinse a fermarsi.
Capì che non c’era molto da fare… lasciò ricadere le mani lungo i fianchi, e
distese meglio le gambe.
Smise di
singhiozzare, ma il respiro pesante era ancora ben udibile. Chiuse ancora gli
occhi, nella speranza di poter
almeno
capire come si fosse trovata in quella situazione. Cercò di far tornare alla
mente i suoi ultimi ricordi.
Ed ecco, l’immagine notturna di una spiaggia, seguita da quella di un bar.
Musica assordante, amici, il suo ragazzo,
Christine,
Cameron, e poi ancora altre birre. A quelle immagini, si aggiunse quella di una
barca, sembrò quasi sentire il
vento e gli
schizzi d’acqua che la colpirono quando vi fu sopra… sentiva i baci di John
sulle sue labbra… ogni cosa era
confusa,
sfocata, anche le voci erano lontane… come appartenenti ad un vecchio film che
stava guardando con freddo
distacco.
Poi un urlo, e sembrò sentirlo come se fosse accanto a se, accanto al suo
orecchio. Qualcuno che gridava,
che diceva
qualcosa, una parola, una parola sola… scoglio… scoglio!
-Lo scoglio!
Melanie aprì gli occhi all’improvviso, rendendosi conto che era stata lei a
gridare. Era stata lei a vedere per prima quello
scoglio.
Aveva provato ad avvisare gli altri, ma nessuno l’aveva ascoltata. Il resto,
solo ora capì, faceva parte di
quell’incubo.
Nel frattempo, in un vecchio cimitero alla periferia di una città, un ragazzo
era immobile davanti ad una lapide.
La pioggia
battente lo aveva reso fradicio, rovinando anche quei pochi fiori che aveva
portato. Li posò dentro ad un
vaso,
sostituendoli con quelli vecchi.
I movimenti
erano lenti, causati dal braccio ingessato. Una leggera fitta al gomito gli fece
ricordare dell’incidente sulla
barca, di
quelle urla di terrore, dell’esplosione del motore. E poi il volto sconsolato
del medico del pronto soccorso che
aveva smesso
di rianimare la sua ragazza dopo numerosi tentativi, coprendole il volto. Rimase
quindi a fissare la foto di
Melanie che
le sorrideva. Sembrava proprio essere felice, sembrava che dicesse che ora stava
bene, che stava in un
posto
migliore. John sorrise di rimando. Voleva credere in quel sorriso, e pensare che
la sua ragazza avesse realmente
trovato la
pace eterna, che ora lo guardava dall’alto.
Non poteva ovviamente immaginare che in quello stesso istante lei avesse ripreso
a graffiare la copertura interna della
bara, là,
qualche metro sotto terra.