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SENZA
COLORI
-Corri, corri più veloce-
questo era il suo unico pensiero.
Passava da una camera stagna alla successiva, chiudendo ogni
volta dietro di sé una nuova porta, appena prima che fosse
raggiunto e catturato. Ogni volta che chiudeva una porta,
poteva sentire il rumore della precedente che veniva
sfondata. Aveva ormai perso il conto delle porte già aperte
e chiuse, quando improvvisamente, aprendone una si ritrovò
all'inizio di un cunicolo scavato nella roccia. Il cunicolo
era piuttosto stretto e ripido, le sue pareti erano gelide e
levigate ed appariva sufficientemente illuminato, anche se
non riusciva a capire quale potesse essere la fonte di luce.
Comunque non aveva intenzione di fermarsi a scoprirlo,
doveva scappare ed il più velocemente possibile.
Continuò a correre senza sosta lungo quel cunicolo, sudando
copiosamente e con il respiro che metro dopo metro si faceva
sempre più affannoso. Il cunicolo cominciò ben presto a
ramificarsi in un'intricata rete di tunnel. Ogni volta che
si trovava di fronte ad un bivio non si soffermava a pensare
a quale direzione scegliere, procedeva a caso, non sapeva
dove stava andando, ma solo, vista la costante pendenza del
tunnel, che si stava avvicinando alla superficie. Ed infatti
dopo pochi minuti cominciò ad intravederne l'uscita. Non
sembrava lontana, ma il tunnel era diventato ancora più
ripido e non appariva più scavato nella roccia, bensì in una
terra impregnata d'acqua e sembrava che tutto potesse
crollare da un momento all'altro. I piedi affondavano nel
fango e le mani andavano alla frenetica ricerca di un
qualche appiglio, raggiungere l'uscita si stava rivelando
molto più difficile del previsto, ma sapeva bene che se non
ce l'avesse fatta sarebbe stato certamente catturato. Fece
allora ricorso a tutte le sue forze e continuò a procedere
nel fango, quasi strisciando, fino a raggiungere l'uscita.
Una volta raggiunta la superficie si trovò per contrasto
davanti ad un paesaggio desolato, arido, una specie di
deserto nel quale c'erano solo sabbia, sassi e qualche
grande albero secco, la cui minacciosa sagoma oscura, simile
ad uno scheletro dalle lunghe dita, si stagliava su di un
cielo quasi uniformemente grigio.
La linea dell’orizzonte non
era ben definita, anzi a ben vedere era indistinguibile dal
resto del paesaggio.
Il deserto, che appariva
totalmente privo di colori, in varie tonalità di grigio,
sembrava fondersi in lontananza con il grigio delle nuvole
che coprivano interamente il cielo.
Le nubi di sabbia alzate da
un vento stranamente gelido e costante, completavano
l’opera, privando il ragazzo di qualsiasi punto di
riferimento. D’altra parte non aveva nemmeno idea di dove si
trovasse, perché fosse lì o dove fosse diretto, sapeva
soltanto una cosa con certezza: doveva continuare a
muoversi, a scappare, perché si sentiva ancora braccato, chi
lo aveva inseguito nel sottosuolo avrebbe continuato a farlo
anche in superficie. É terribile e frustrante sentirsi
inseguiti da qualcosa che si percepisce come orribile, ma di
cui si ignora la natura.
Decise di incamminarsi verso
una direzione qualsiasi, con l'intenzione di mantenerla per
quanto possibile in linea retta, nella vana speranza
d’incontrare prima o poi qualcuno che potesse aiutarlo.
Dopo alcune ore di cammino
la fatica ebbe la meglio sulla paura, l’acido lattico si era
accumulato nei muscoli delle gambe rendendoli duri come
marmo di Carrara ed il ragazzo, ormai completamente sfinito
sia nel corpo che nella mente, si fermò e si lasciò cadere a
terra. Seduto sulla sabbia alzò lo sguardo al cielo e si
accorse che le nubi erano divenute improvvisamente molto più
scure ed apparivano ora cariche d‘acqua, anche se, a
giudicare dall'aridità del terreno, quello doveva essere un
posto nel quale pioveva davvero molto raramente.
Dopo qualche minuto si guardò intorno ed iniziò a tremare.
Le sagome scheletriche dei rari alberi del deserto
sembravano scosse da un forte vento, che in quel momento era
però assente, ma soprattutto sembravano avvicinarsi, sempre
più minacciose, davanti al suo sguardo incredulo. Spinto
dalla paura trovò insospettabili energie per rialzarsi in
piedi e nonostante i muscoli ancora doloranti, si rimise in
marcia. Percorse un paio di chilometri molto lentamente e
faticosamente, poi si voltò e vide che gli alberi erano
scomparsi. Stava per crollare nuovamente a terra per la
fatica, ma improvvisamente scorse in lontananza degli
edifici. Rincuorato da quella vista, non si fermò ed
aumentò anzi la velocità del passo fin quasi a correre. Una
volta raggiunto quegli edifici però tutto il suo entusiasmo
si spense immediatamente, si ritrovò infatti in una piccola
cittadina, completamente abbandonata ormai da molto tempo.
Le strade erano completamente deserte ed in parte ormai
ricoperte dalla sabbia del deserto. Non si sentiva alcuna
voce o vedeva alcuna luce artificiale, c’era solo il rumore
del vento che si incanalava tra i palazzi, acquistando
velocità e trasportando la sabbia del deserto, che stava
progressivamente inghiottendo la cittadina. Provò comunque
ad urlare chiedendo aiuto, ma non udì alcuna risposta,
cadendo nello sconforto più assoluto. Continuò allora a
camminare senza meta per le vie deserte della cittadina,
dove oltre agli edifici spogli, ma integri, non vi era nulla
oltre la sabbia che si accumulava contro le pareti dei
palazzi. Quel luogo appariva privo di vita come la
superficie della Luna. Mentre camminava, una nube di sabbia
alzata da una raffica di vento lo investì violentemente in
faccia e mentre penetrava nelle sue vie aeree togliendogli
il respiro e facendogli provare la terribile sensazione di
essere punto da una moltitudine di aghi, cercò di afferrare
un indumento con cui proteggersi la bocca, ma per la prima
volta si accorse con stupore di essere completamente nudo,
con il corpo protetto solo da un po’ di fango rappreso. Si
sentì se possibile ancor più inerme, mentre veniva
completamente avvolto dalla sabbia.
Poi il vento cessò e tutto
si fece ancor più silenzioso. Sulla cittadina abbandonata
calò all’improvviso la notte, ma una luce tetra e diffusa
continuò ad illuminare debolmente quel luogo. Il ragazzo,
ora in ginocchio sulla sabbia, si strinse la testa fra le
mani e cominciò a piangere, ma subito scattò di nuovo in
piedi avvertendo una presenza alle proprie spalle.
Era arrivato. Se ne era
completamente dimenticato, aveva smesso di scappare ed era
stato inesorabilmente raggiunto.
Tremando, il ragazzo si
voltò per vedere il suo inseguitore. Vide una figura
umanoide, completamente ricoperta da una sostanza nera come
la pece e densa come il miele, che come dotata di vita
propria, colò a terra, raggiunse il ragazzo terrorizzato e
lo avvolse completamente. Descrivere che cosa provò, non è
cosa facile a parole. Fu assalito da un panico totale, da un
senso di soffocamento, da un insopportabile dolore fisico e
soprattutto dell’anima, ma fu proprio il dolore a
restituirgli per la prima volta una parte di lucidità.
Prese coscienza in un
istante dell’assurdità di tutto ciò che stava accadendo. La
sostanza densa e nera si polverizzò e scomparve all‘istante,
tanto dal suo corpo quanto da quello dell’essere che aveva
di fronte, che con sconcerto riconobbe. Era come vedersi in
uno specchio, che deformava però la sua immagine, facendolo
apparire molto più vecchio, denutrito, il ventre gonfio, con
il volto in disfacimento e gli occhi spenti.
D’istinto scagliò un potente
pugno contro quella figura, sfondandone con inaspettata
facilità il torace, da cui fuoriuscì un orribile miscuglio
di sangue putrido e lunghi vermi bianchi.
Il ragazzo inorridì a quella
vista e non poté fare a meno di vomitare. Vomitò uno
scroscio di sangue scuro e denso, che a contatto col suolo
si trasformò all’istante in un repellente gomitolo di vermi
neri, che lo avvolsero togliendogli di nuovo il respiro.
Poi, colto da una terribile illuminazione, capì ed i vermi e
il sangue scomparvero. Ciò che vedeva di fronte a sé, non
era altro che se stesso, o ciò che ne rimaneva.
Si sentì sopraffatto
dall'angoscia e dalla tristezza. Gli ci volle qualche
secondo per cominciare a mettere bene a fuoco i propri
ricordi. Fu un processo graduale, ma inarrestabile:
immagini, suoni, sensazioni d'ogni tipo emergevano
dall'oblio, prima confuse, poi sempre più nitide ed intense.
Si ricordò delle montagne, delle scalate e di quel terribile
giorno. Poi quel boato, la valanga e le sensazioni prima di
paura, poi di disperazione, mentre tornava a casa da solo.
Da allora il senso di colpa non lo aveva mai abbandonato e
la vita era divenuta un insopportabile tormento, una
sofferenza che aveva inizio il primo istante dopo il
risveglio e terminava l'ultimo istante prima di
addormentarsi la sera, per poi ripetersi il giorno seguente,
sempre uguale, senza soluzione di continuità e protraendosi
anche nel sonno attraverso i sogni.
Un giorno, dopo mesi, aveva deciso di tornare tra le
montagne, per trovare e recuperare il corpo dell‘amico.
All'improvviso fu distratto dai suoi ricordi da una
sensazione, percepiva nuovamente qualcuno alle proprie
spalle e sentì una voce: -Non sei partito per trovare il mio
corpo, vero?
Il ragazzo allora si voltò e
stupefatto vide l'immagine del suo amico perso tra le
montagne, cercò di avvicinarsi a lui per abbracciarlo, ma
improvvisamente si accorse che l'arido terreno sul quale si
trovava fino a pochi istanti prima era ora divenuto quasi
liquido, una specie di sabbie mobili nelle quali era
sprofondato già fino alle ginocchia. Il suo amico ripeté la
stessa domanda, lui rimase per un attimo in silenzio, poi il
suo volto s’incupì e disse: -Mi sento come una foglia secca
ancora attaccata all'albero. La sopravvivenza fine a stessa
non ha alcun senso- indugiò un istante, poi continuò: - Sono
forse morto?
-Sei su quell‘esile ed incerto confine tra ciò che chiamiamo
vita e ciò che chiamiamo morte- gli rispose l'amico.
-Puoi dirmi almeno come mi
chiamo, per quanto mi sforzi non riesco a ricordarlo.
-Non ha importanza ormai,
importa solo ciò che hai fatto e che farai- rispose
sibillino l’amico.
-Sto vivendo un‘esperienza
soprannaturale, o è solo la complessa allucinazione di una
mente morente- chiese ancora il ragazzo. L’amico sorrise.
All’improvviso il deserto
scomparve e si ritrovarono sulla cima di un pinnacolo di
roccia perso nell’oscurità.
-Ti trovi nella cupa e desertica prigione popolata dai tuoi
demoni, che tu stesso hai creato e nella quale ti sei
imprigionato da solo. Ora sta solo a te decidere, cerca in
te un motivo per vivere ancora, afferra la mia mano,
altrimenti chiudi gli occhi e lasciati andare nell’oscurità.
-Dammi tu un motivo, se
esiste!- urlò con rabbia il ragazzo, poi guardò il suo amico
un'ultima volta e chiuse gli occhi. Pregustò per un attimo
la fine di tutte le sue sofferenze, la pace assoluta. Stava
per lasciarsi andare, poi aprì gli occhi. Vide che si
trovava sdraiato su di un letto e stava stringendo con forza
la mano di un medico. Mollò la presa e si guardò intorno in
uno stato semiconfusionale, gli furono necessari alcuni
istanti per uscirne e capire che si trovava in un ospedale.
Nei minuti che seguirono, il medico, ponendogli numerose
domande, verificò che le sue capacità intellettive e la sua
memoria fossero intatte, poi gli spiegò che cosa gli era
accaduto, ma riuscì ad udire solo a tratti ciò che gli
diceva:
-Non so come, ma è sopravvissuto alla caduta… una grave
emorragia interna… non pensavo ce l'avrebbe fatta. Ha
dimostrato un attaccamento eccezionale alla vita.
Il ragazzo sorrise, sempre
più confuso, poi chiese al medico:
-Potrebbe spingere il mio letto vicino alla finestra, in
modo che possa vedere l'alba? Il medico rimase per un attimo
perplesso, poi il suo volto si distese in un ampio sorriso.
-Certo- rispose e spinse il letto verso la finestra.
Proprio in quel momento il disco solare stava per emergere
dal profilo delle montagne, il cielo e le nubi sopra
l'orizzonte apparivano illuminati con colori
straordinariamente intensi e poco più in alto risplendeva
ancora Venere. Una lacrima rigò il volto di Virgilio, anche
se solo per un istante il mondo era stato di nuovo a colori
e tanto bastava. Chiuse gli occhi e si lasciò cadere dal
pinnacolo di roccia verso l’abisso, ma non si sarebbe
schiantato contro alcunché, ad accoglierlo ci sarebbe stato
solo il soffice abbraccio del Nulla, o chissà che Altro.
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