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RECENSIONE
Ennesima e ultima
fatica tratta da un racconto (contenuto in “Tutto è fatidico”) del
sopravvalutato, non smetterò mai di dirlo, Stephen King.
Alla regia troviamo
un regista svedese, classe 1960, sbarcato a Hollywood da pochi anni e al
suo secondo prodotto in terra d’oltreoceano – il primo era stato il
thriller “Derailed”.
Fin da subito,
“1408” appare un prodotto che sfoggia una “cura visiva” sopra alla media
dei prodotti di ultima generazione. Fotografia ottima, confezione
patinata, scenografie studiate in modo da risaltare a colpo d’occhio.
Si nota anche un
certo impegno nella sceneggiatura, firmata dal trio
M.Greenberg-S.Alexander-L.Karaszewski. Gli autori, infatti, cercano di
caratterizzare nel miglior modo possibile il protagonista (un uomo
carico dal rimorso a seguito della morte della figlia) e soprattutto
introducono un’interminabile sequela di colpi di scena.
Vi chiederete,
quindi, se “1408” sia un capolavoro.
A mio avviso, si
tratta di un’opera furba che maschera abbastanza bene un soggetto trito
e ritrito (una storia in cui il protagonista, per scommessa o per altro
movente, sfida le dicerie e passa la notte in un ambiente chiuso e
maledetto si è già vista decine di volte, a partire dagli anni ’60 con
opere firmate – se non vado errato - dal prolifico Roger Corman),
cercando di spiazzare di continuo lo spettatore.
Non mancano scene
piuttosto crude, anche se non truci (mi riferisco alla scena in cui il
padre abbraccia la figlia e questa si… non faccio SPOILER, non
preoccupatevi), e altre, a dir poco, visivamente spettacolose (sequenza
con i quadri che si animano o quelle con la stanza ricoperta di
ghiaccio).
Belle, nonché
inquietanti, le trovate registiche con MDP a riprendere in campo
lunghissimo il protagonista, mentre questo apre porte o si inoltra lungo
i cornicioni.
Da segnalare,
infine, alcune palesi citazioni a opere quali “La Sindrome di Stendhal”
(a dimostrazione che il Maestro - e lo scrivo con la “M” maiuscola -
qualcosa di buono lo tira sempre fuori), “Amityville Horror” (muro che
versa sangue) e “Shining” (si respira, in parte, quell’atmosfera).
Meno brillanti le
interpretazioni. John Cusack, nonostante la sua lungimirante esperienza
(“La sottile linea rossa”, ”Identità”, nonché
collaborazioni con Clint Eastwood e Altman) mi è parso decisamente
monocorde. Ruolo marginale per tutti gli altri, con un Samuel L.
Jackson, purtroppo, poco impiegato (peccato).
In definitiva,
“1408” è un horror, ascrivibile al sottogenere delle “case stregate”,
capace di tenere sulle spine lo spettatore, ma che, andando a scavare a
fondo, si rivela poco originale e, di fatto, incapace di aggiungere
qualcosa al vasto panorama del genere.
Vale un noleggio.
Voto: 6.5
(Matteo Mancini)
ALCUNE
IMMAGINI DAL FILM

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