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Regia:
Dario Argento
Cast:
Leopoldo Ma stelloni, Veronica Lazar, Irene Miracle, Daria Nicolodi,
Gabriele Lavia, Eloenora Giorgi,
Alida Valli, Anja
Pieroni
Sceneggiatura:
Dario Argento
Soggetto:
Dario Argento
Musiche:
Keith Emerson
Produzione:
Italia
Anno: 1980
Durata: 106
minuti
TRAMA
Secondo un vecchio
trattato di alchimia, a Friburgo, Roma e New York, esistono tre case
nelle quali abitano le "Tre Madri" dell'inferno. La giovane Rose,
leggendo il libro, si convince che la sua casa sia costruita
sull'abisso: la scoperta le costa la vita. Aveva però fatto in tempo ad
avvertire il fratello, che farà luce sulla vicenda.
RECENSIONE
Secondo capitolo
della saga “Le Tre Madri” considerato dal alcuni (soprattutto in
Francia) come il capolavoro di Argento. Visivamente il film è
un’autentica opera d’arte con continue tonalità rosa-blu che proseguono
per la via tracciata in “Suspiria” da Luciano Tovoli, qui sostituito
dall’allievo Romano Albani. Favolose anche le scenografie (del
confermato Giuseppe Bassan), forse, addirittura superiori a quelle del
primo episodio, con un palazzo labirintico e una visione particolarmente
onirica di New York (vedere la sequenza con l’eclisse lunare).
Aldilà degli
aspetti visivi, però, la pellicola, ad avviso di chi scrive, non è da
annoverarsi tra le migliori tra quelle dirette da Dario Argento. La
sceneggiatura (dello stesso Argento), infatti, è molto lacunosa ed è
costellata da troppi punti oscuri. Il regista romano giustifica tale
scelta sostenendo che “tutto il film è un indovinello o meglio quaranta
indovinelli concatenati e che in ogni scena c’è un’enigma che solo lo
spettatore deve poter sciogliere”. Il risultato finale, però, è una
serie di omicidi ottimamente messi in scena, ma piuttosto scollegati tra
loro a causa dell’assenza di una trama che possa esser definita tale. Lo
script non propone una storia chiara e comprensibile, ma un tripi
visionario in cui si riesce a capire poco se non a intuire un omaggio al
male (vedi la scena del macellaio) e alla morte (vedi la scena con Mater
Tenebrarum che si trasforma nella morte).
La regia, come al
solito, è notevole e propone varie scene memorabili (vedi la sequenza
dell’immersione subacquea, quella ambientata nella biblioteca di Roma
con la Giorgi protagonista e soprattutto quella dell’omicidio di
Kazanian).
Discreti gli
effetti speciali curati, tra gli altri, dal maestro Mario Bava
(omaggiato anche per il tipo di fotografia adottata). La scena più
truce, dal punto di vista del make up, propone un maggiordomo
(interpretato da Leopoldo Mastelloni) con gli occhi estirpati dalle
orbite, ma sono presenti anche accoltellamenti e strangolamenti. Per
concludere, relativamente al cast tecnico, occorre spendere due parole
sulla colonna sonora di Keith Emerson. Voluto fortemente da Dario
Argento, già dai tempi di “Quattro mosche di velluto grigio”, l’autore
non riesce a tenere il confronto con il sound dei Goblin, se non per il
main theme “Mater Tenebrarum” che è da ricordare come uno dei più bei
pezzi utilizzati in un film horror.
Passando al cast
artistico si nota la presenza di molti attori validi impegnati in ruoli
secondari (Gabriele Lavia, Alida Valli, Daria Nicolodi) e di una
Eleonora Giorgi (conosciutissima dagli amanti del genere comico)
impegnata curiosamente in un horror; mancano, invece, attori di peso nei
ruoli da protagonista. Tra i peggiori Leigh McCluskey chiamato
all’ultimo per sostituire niente meno che James Woods (“Cera una volta
in America”, “Videodrome”, “Vampires”) - che abbandonò il progetto
preferendo il progetto de “Il campo di cipolle” - la cui presenza
avrebbe sicuramente dato maggior peso all’opera.
In conclusione,
siamo al cospetto di un’opera onirica ottimamente messa in scena, ma
costruita su una sceneggiatura traballante.
recensione a cura di
(Matteo Mancini)
ALCUNE
IMMAGINI DAL FILM


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