LA MORTE HA
SORRISO ALL’ASSASSINO
Produzione: ITA,
1973
Regia: Joe
D’Amato (Aristide Massaccesi)
Sceneggiatura: Aristide Massaccesi, Romano
Scandariato, Claudio Bernabei
Interpreti: Ewa Aulin, Angela Bo, Sergio Doria,
Giacomo Rossi Stuart, Luciano Rossi, Klaus Kinski.
Durata: 92 min.
RECENSIONE
“La morte ha
sorriso all’assassino” è, ad avviso di chi scrive, la miglior
pellicola diretta dall’artigiano Aristide Massaccesi, meglio conosciuto
col suo nome d’arte Joe D’Amato. Sceneggiata a sei mani, dallo stesso
regista con Claudio Bernabei e Romano Scandariato (“Emanuelle e gli
ultimi cannibali”, “Zombi Holocaust”), l’opera propone una
storia che rielabora il “germe” partorito da Mary Shelley per “Frankenstein”,
senza però scopiazzare.
Devo dire che di
idee buone ce ne sono, tanto che alcune di esse ispireranno, in seguito,
i nostri più grandi registi del genere. Alcuni aspetti, infatti, saranno
ripresi da Pupi Avati, per il suo “Zeder” (idea del “morto” che
viene fatto risorgere per amore da un caro, ma che si rivela un
assassino furioso, del tutto diverso da ciò che era in precedenza), da
Lucio Fulci, per “Black Cat”, e Dario Argento, per “Due occhi
diabolici”(entrambi riprenderanno l’idea della donna murata, a loro
insaputa con un gatto nero, che fuoriesce quando il protagonista, in
tutti e tre i casi un assassino, si trova a faccia a faccia con i suoi
crimini) e ancora da Lucio Fulci (la scena con Luciano Rossi massacrato
da un gatto nero che gli strazia il volto a colpi di artiglio sarà
citata in una delle poche sequenze pregevoli di “Demonia”).
Interessante anche
il connubio tra horror gotico e thrilling, soprattutto per
l’incastonatura in un’affascinante ambientazione dei primi ‘900.
Purtroppo non è
tutto “rosa e fiori”. Difatti, specie nella prima parte, ci sono alcuni
momenti (quelli con Luciano Rossi che gira per la magione dei
protagonisti) il cui senso mi è parso incomprensibile (o quanto meno non
spiegato a dovere).
Abbastanza forzata
la presenza del personaggio interpretato da Klaus Kinski (attore che non
necessita presentazioni), il quale pare esser stato inserito più per far
leva sul suo nome che per un’esigenza di copione.
Passando alla
“confezione del prodotto”, inteso come giudizio complessivo sul
pacchetto fotografia-regia-colonna sonora-effetti speciali, penso di
poter affermare con assoluta certezza che si tratti - di gran lunga -
dell’opera più curata del regista.
Nonostante si
registrino tempi dilatati, forse anche troppo, il taglio scelto da
Massaccesi è assai gustoso. Grande abbondanza di soggettive, carrellate,
ma anche di continue inquadrature sugli occhi (quasi in stile Fulci o
Richard Donner nel successivo “Omen - Il Presagio”, direi). A
differenza del suo solito, poi, il buon Aristide riesce a essere poetico
anche laddove spesso finiva con il divenire volgare. Si hanno così una
paio di ottime sequenze erotiche che sfiorano la poesia.
Ma il merito del
regista non finisce certo qui. Ci sono almeno altre tre-quattro sequenze
meritevoli di menzione per il loro contenuto onirico (inseguimento a
opera di Luciano Rossi ai danni di una cameriera che cerca di fuggire
dalla magione, con MDP mobile inclinata dal basso verso l’alto a
riprendere i volti stagliati nel cielo) ovvero per il contenuto
spiccatamente horror (sequenza al cimitero, con Rossi-Stuart braccato
dalla protagonista; o, ancora, quella – forse un tantino lunga - con
Luciano Rossi aggredito da un gatto).
In palla gli
attori, tra i quali la brava Ewa Aulin nelle vesti di protagonista.
Piccoli ruoli per il glaciale Klaus Kinski (qui non al top), Giacomo
Rossi Stuart e Luciano Rossi (che tutti ricorderanno nei panni di Timido
in “Lo chiamavano Trinità”, ma che, in verità, è un volto assai noto nel
“circuito spaghetti thriller”).
La fotografia
(dello stesso Massaccesi) è di spessore, a differenza, invece, di quanto
era solito confezionare.
Curati, per
l’epoca, gli effetti gore e, nonostante non sia un “horror da
macelleria”, vi assicuro che ce ne sono diversi, persino splatter, degni
di rispetto (su tutti una donna a cui viene sparato con una doppietta in
pieno volto).
Gradevolissima la
morriconeggiante colonna sonora firmata Berto Pisano.
Senz’altro da
vedere per gli appassionati del genere, si astengano i divoratori di
opere blockbuster. Bene, anche se c’è qualche difettuccio.
Voto: 7.5
(Matteo Mancini)
ALCUNE
IMMAGINI DAL FILM

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