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di Zack Snyder

 

 


LA TERZA MADRE

 

TRAMA

 Il ritrovamento nei pressi del cimitero di Viterbo di un'antica urna incatenata a una bara scatena una serie di eventi misteriosi. L'urna contiene infatti la tunica della Terza Madre, la Mater Lachrimarum, unica sopravvissuta di una potentissima triade di leggendarie streghe.La giovane restauratrice Sarah Mendy, assistente del professor Pierce, che è anche il suo compagno e dirige il Museo di Arte antica di Roma, viene coinvolta nell'escalation di violenza, non sospettando che i motivi del suo coinvolgimento riguardano direttamente la sua storia familiare.

 

***

RECENSIONE

 

Capitolo di chiusura, dopo più di un quarto di secolo di attesa, della saga argentiana dedicata alla stregoneria. Dario Argento abbandona il taglio onirico-visionario che aveva contraddistinto i primi due episodi (“Suspiria” e “Inferno”) e opta per una regia più essenziale e commerciale. Lo script, firmato dallo stesso Argento oltre a Simona Simonetti (sorella del compositore Simonetti), Walter Fasano (montatore di diverse opere del regista romano, tra le quali “Il Cartaio” e “Do You Like Hichcock?) e i due americani Adam Girasch e Jace Anderson (collaboratori di Tobe Hooper in recenti pellicole di dubbio valore come “Il Custode”), presenta vari spunti interessanti, ma anche gravi cadute di stile e dialoghi spesso banali. Analizziamo quindi nel dettaglio la sceneggiatura.

Innanzitutto, giova subito dire che si è cercato di intessere una storia che comprendesse maggiori aspetti esoterici rispetto ai due capitoli precedenti. Questo lo si nota da subito con degli splendidi titoli di testa con raffigurazioni molto suggestive, peraltro, esaltate da uno splendido commento sonoro di Claudio Simonetti in versione Jerry Goldsmith (la citazione  al main theme di “Omen – Il Presagio” è evidente), ma lo si vede anche dalle incisioni particolari, dalle tuniche e dai vari amuleti magici. Interessanti, poi, alcune trovate come la pazzia che scende su Roma (peccato al riguardo per la mancanza dei fondi che sarebbero stati necessari per dare una visione maggiormente apocalittica della città, magari con incendi curati sul set) o le pertinentissime scene orgiastiche che si consumano nel covo delle streghe. Mancano, purtroppo, scene realmente blasfeme (magari con inserimento esplicito di riferimenti religiosi) e di adorazione del demonio (si sarebbe potuto inserire il caprone che compare durante il sabba pretendendo che gli sia leccato il deretano, in classico stile stregonesco) che, a mio avviso, non possono mancare in un’opera che parla di stregoneria con intenti seri. Se questi sono gli aspetti positivi, dunque quali sono quelli negativi?

In primo luogo ci sono alcune “trovate” che stonano clamorosamente con il contesto e con la piega seriosa che si sarebbe voluto garantire. Fuori luogo, infatti, la presenza di uno spirito benevolo (rappresentato da un’irriconoscibile Daria Nicolodi) che aleggia nell’etere come un grillo parlante, ma anche la caratterizzazione delle nuove streghe che attorniano Mater Lacrimorum (sembrano uscite direttamente da un teen movie americano come “BW 2”) è alquanto banale e offensiva nei riguardi dell’argomento che si sta trattando (pensate, ad esempio, a un racconto del fantastico dei primi del ‘900 con simili soggetti protagonisti). Presenza, poi, di varie americanate con porte che si animano stile ghost story hollywoodiano ed eccessivo utilizzo di una computer grafica di terza fascia anche in scene che si potevano girare in vecchio stile (vedi il tipo che prende fuoco). Il fondo, poi, lo si tocca con dei dialoghi spesso banali (vedi Asia Argento che dopo aver visto una serie di stregonerie dice al suo compagno: “stasera mi è successa UNA cosa strana…”) e controproducenti allo sforzo che si è cercato di compiere nella stesura di monologhi adeguati al caso specifico.

Passando alla regia, come già detto, Argento sceglie uno stile meno virtuoso, ma comunque gradevole anche se non minimamente paragonabile con quanto sia capace di fare. Non ci sono quindi sequenze particolarmente magistrali, però almeno un paio sono degne di nota (vedi la sequenza del primo omicidio e la discesa di Asia Argento nelle catacombe). Bene anche la ripresa sul treno con carrellata sulle luci interne, per rendere ancora più serrato l’inseguimento, e il curioso inserimento di una sorta di fumetto horror relativo a una vecchia storia raccontata da un prete (trovata che rende più coinvolgente il monologo). Si segnala, infine, un’autocitazione, precisamente a “Phenomena” (scena con protagonista immersa in mezzo a cadaveri).

Se l’estro visionario del maestro romano sembra essersi affievolito, lo stesso non si può dire della sua furia nella rappresentazione degli omicidi che qui sono di una brutalità da fare invidia a Lucio Fulci e Umberto Lenzi (entrambi citati, non so quanto volutamente, il primo con un’estirpazione degli occhi e con un uomo che lacrima gocce di sangue dagli occhi; il secondo con un impalamento stile cannibal movie). Al riguardo molto bello il primo omicidio con un inquietante babbuino a dirigere un gruppo di essere deformi che sventrano una donna e la strangolano con le sue stesse viscere. Al riguardo c’è da segnalare un Sergio Stivaletti in gran spolvero capace di un make up da segnalare tra i più belli e terrificanti di sempre.

Oltre a questa fortissima componente splatter (che ricorda i compianti anni ’80)  è presente in dosi più che accennate una componente erotica con molti nudi femminili e un nudo integrale (nonché qualche scena di “amore lesbico”) della show girl israeliana Moran Atias (so very good) nei panni di una prosperosa Mater Lacrimarum.  

Note tristemente dolenti si registrano nelle interpretazioni e nel doppiaggio che, a dispetto di quanto detto da altri, toccano il fondo della filmografia argentiana. Asia Argento è imbarazzante e probabilmente inadatta alla parte, che guarda caso, all’origine, doveva essere affidata a un attore maschile nei panni di un seminarista proveniente da una missione umanitaria in Iraq. Ma, oltre alla figlia illustre, anche gli altri non scherzano (compresi i veterano Leroy e Kier) e a salvarsi alla fine restano in pochi (direi Valeria Cavali). Il migliore, per intenderci, è il babbuino davvero inquietante con i suoi urli e le sue movenze.

Sufficienti fotografia (sarebbe stato preferibile utilizzare luci più tenebrose), scenografie (le location sono buone, ma si potevano massimizzare con nebbie e con ambienti meno soleggiati) e costumi (le streghe con le scollature o con i corpetti attillati che si vedono alla fine sono “tanta roba”).

Bene la colonna sonora di Claudio Simonetti che propone molti temi interessanti e adeguati, ma che probabilmente soffre dell’assenza di un main theme capace di imprimersi nella mente degli spettatori.

Un’ultima battuta sul finale (che ovviamente non svelo, ma che, vi anticipo, poteva esser curato meglio), con degli effetti talmente retrogradi dal punto di vista visivo da farmi venire in mente il finale di un vecchio film fantascientifico italiano degli anni ’60 intitolato “2+5 Missione Hydra”.

In definitiva, siamo al cospetto di un prodotto non tipicamente argentiano contaminato da idee d’oltreoceano (streghe new age, porte che si animano, fate che aleggiano nell’aria) e da altre tipicamente italiane anni ’70 – ’80 (violenza estrema, nudi femminili) condite da una regia passabile, ma non virtuosa. Tra alti e bassi. Sufficiente.

 


recensione a cura di
(Matteo Mancini)

 

 

 

 
 

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