Cast: George Hilton, Edwige
Fenech, Ivan Rassimov, Cristina Airoldi, Manuel Gill, Brizio
Montinaro
TRAMA
Julie Wardh, una
donna dalle tendenze sado-masochiste, dopo avere interrotto una morbosa
relazione allacciata con il perverso Jean, cerca di condurre
un'esistenza tranquilla accanto al marito Neil. Successivamente,
trascurata dal marito e ricattata da Jean, Julie accetta la corte del
giovane George, nella speranza di trovare nel nuovo legame sicurezza e
tranquillita'. Le sue speranze sono pero' deluse: Jean continua a
terrorizzarla, sino a condurla alle soglie della follia...
RECENSIONE
Coproduzione italo-spagnola datata 1970,
“Lo strano vizio della signora Wardh” è, con molta probabilità, il
thriller più famoso di Sergio Martino, ma, ad avviso di chi scrive,
sicuramente non il migliore. Sceneggiato a sei mani da E.M.Brochero,
V.Caronia e, dal ben più famoso e fido sceneggiatore delle opere di
Martino, E.Gastaldi (suoi, tra gli altri, gli script di opere come “2019
dopo la caduta di New York”, “Tutti i colori del buio”, “I corpi
presentano tracce di violenza carnale” e anche altri importanti opere
dirette da altri registi come “Milano odia”, “Il mio nome è Nessuno” e
“Il cinico, l’infame e il violento”), il film è strutturato in un modo
assai simile ad alcune opere di Umberto Lenzi (che, tra l’altro, lo
citerà palesemente nel successivo “Spasmo”). Non siamo quindi alle prese
con uno spaghetti thriller in stile Dario Argento, bensì con una trama
intricatissima che vede al centro un macchinoso (e poco credibile)
complotto, ordito dai parenti e da alcuni spasimanti della protagonista,
per portare la medesima alla pazzia e successivamente alla morte con il
fine di ereditare i suoi ingenti capitali. La sceneggiatura regge
piuttosto bene per la prima ora (con un pazzo omicida in azione e altri
assassini che sfruttano la situazione per mascherare i loro assassinii
utilizzando un modus operandi conforme a quello del serial killer), poi,
si sfilaccia progressivamente con personaggi che tengono condotte
inverosimili comportandosi in un modo tale da non fare immaginare
minimamente allo spettatore cosa vi sia sotto alla storia. Ne deriva,
quindi, un senso di presa di giro e di occasione sprecata. Finale,
seppur cinematograficamente di effetto, poco chiaro e altamente illogico
(non si capisce come la polizia deduca chi ci sia dietro la
macchinazione e soprattutto non si capisce perché i colpevoli si diano
alla fuga sebbene non vi sia, in concreto, alcuna prova contro di
loro!?).
Aldilà dello script, si segnala una
regia un po’ altalenante (c’è qualche piccola caduta di ritmo), ma con
dei momenti assai qualitativi (movimenti di macchina dinamici e uso
dell’obbiettivo a tratti psichedelico) e frangenti in cui la tensione
sfiora vette da pellicola dell’orrore (vedi la sequenza all’interno
dell’abitazione di Jean). Da segnalare un paio di sequenze oniriche
tendenti al delirante (il sogno della Fenech su tutti e la scena in cui
la stessa amoreggia coperta da schegge di vetro) e un aggressione nel
parcheggio che sarà citata da “La Polizia Chiede Aiuto” di Dallamano.
Ovviamente come in ogni spaghetti
thriller che si rispetti non mancano nudi e scene omaggianti opere
classiche come “Psyco” (omicidio sotto la doccia).
Buono il cast a disposizione con attori
conosciutissimi dagli appassionati del genere come George Hilton (“Tutti
i colori del buio”, Mio caro assassino”, “I predatori di Atlantide”), ma
soprattutto due icone come Ivan Rassimov e Edwige Fenech che sortiscono
prove decorose e credibili. Si segnala, peraltro, che il trio citato
sarà riconfermato nel successivo e più qualitativo “Tutti i colori del
buio”.
Poco curate la fotografia (cosa
piuttosto strana per un film di Martino) di E.Foriscot e le scenografie
di J.L.Galicia; ottima, invece, la variegata colonna sonora di Nora
Orlandi con, tra gli altri, un tema (quello della scena con Hilton e la
Fenech impegnati in una pesca subacquea) che sembra aver ispirato John
Williams per una delle musiche secondarie del celebre “Lo Squalo”.
In definitiva, “Lo strano vizio della
signora Wardh” è un’opera che si assesta a metà strada tra il c.d. psyco
thriller argentiano e il thriller con ambientazione borghese tanto caro
a Umberto Lenzi in cui si mette in scena il materialismo proprio di un
certo contesto sociale. Consiglio la visione a tutti i cultori di
B-Movies italiani soprattutto perché il film in questione sarà citato da
vari registi, come già detto precedentemente, compreso Martino che
utilizzerà una frase inserita in un biglietto dell’assassino (“Il tuo
vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave”) per intitolare una
sua pellicola successiva. Cult seppure con vari difetti.
(Matteo Mancini)
ALCUNE
IMMAGINI DAL FILM

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