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31 ottobre 2007.

Il nonno aveva sonno.

I suoi 89 anni si facevano sentire molto bene, soprattutto dopo due bei bicchierini di distillato di mirtilli.

Nonno Adelio stava seduto sulla sua comoda poltrona, con una bel plaid di lana a coprirgli le gambe sino a scendere sui piedi, e con

Anselmo, il suo gattone persiano, tra l’altro castrato, raggomitolato sulle sue cosce, che dormiva comodamente scaldandogli anche la

parte superiore delle gambe.

Il fuoco scoppiettava malinconico, proiettando sulle pareti della casa, delle ombre che danzavano aritmicamente come fosse una danza

improvvisata.

Mattia e Marina, i suoi nipotini gemelli di 5 anni, stavano seduti sul comodo tappeto che copriva il gelido pavimento, posti frontalmente al

loro caro nonno e lo guardavano con fare dolcissimo e lo imploravano.

-         Dai nonno, raccontaci un’altra storia di quelle che mettono paura, dai! Anche mamma e papà, prima di uscire hanno detto che ce le

puoi raccontare, non abbiamo mica paura! E poi lo sappiamo bene che questa è la notte delle streghe!  - diceva il piccolo con occhi

affettuosi rivolti al caro nonno.

-         Mattia… sono stanco e ho gli occhi che si chiudono da soli…

-         Ma nonno! Non puoi aver sonno adesso! Abbiamo appena finito di mangiare, saranno le otto e mezza al massimo… dai! – esclamò

in tono vivace la piccolina.

-         Per me un’ora vale l’altra, piccolina… alla mia età un’ora vale una vita… bisogna sapersela godere al massimo… ecco, intanto mi

faccio un altro bicchierino…!  

-         Ho detto di no! – disse con tono imperativo l’anziano.

A quella esclamazione, persino il gatto si destò dal riposo.

Successivamente, Adelio spalancò la sua bocca aprendola all’inverosimile, mostrando i suoi pochi denti rimasti. Piccole gocce di saliva gli

intrisero la folta barba grigia. Uno sbadiglio da antologia.

I piccoli risero di gusto. Adoravano vedere il loro nonno sbadigliare di gusto.

- Hai proprio sonno, vero, nonno? – chiese con tono pacato la piccina.

- Un sonno mostruoso, piccola mia.

- Dai, una soltanto… ti prego.

- E va bene… mi avete convinto!

- Hurrà! Evviva!

- Piccoli miei, avete sentito anche voi questo rumore?

- Quale rumore, nonno?

- Non so qualcosa di strano, come una vibrazione…

- Nonno, noi non abbiamo sentito niente. Non c’è stato niente.

- Piccoli miei, vi sbagliate… io l’ho sentita benissimo… sembrava una scossa di terremoto…

 

 

 

 

 

 

 

IL POZZO

 (di Simone Babini)

 

 

 

 

- L’ennesima scossa di terremoto aveva completamente distrutto la parete della navata centrale. Piazza dei

Miracoli, una delle più belle opere dell’uomo, era stata semidistrutta dal più forte dei terremoti mai

avvenuti a Pisa. Ma, incredibilmente, quello straordinario campanile pendente aveva retto alle scosse.

Questa avrebbe dovuto essere una magnifica occasione, il caos e l’emergenza erano più che propizi per

me, ma non riuscivo a smettere di piangere e le mie lacrime non erano per le tante vittime, ma solo per

quel magnifico luogo, violentato dalle forze della natura.

Odio me stesso, quello che sono, non per mia scelta, ma per un orribile scherzo del destino. Per

sopravvivere ho bisogno di sangue, costantemente ed in gran quantità. Ho provato più volte a resistere

alla “fame”, ma ho sempre fallito. Dopo tre giorni di astinenza perdo oltre un terzo del mio peso

corporeo, tremo, la pelle diviene bianco latte ed inizio ad urlare, incapace di resistere, al di là di ogni

possibilità… umana, mi verrebbe da dire. Una volta mi recai in uno STUDIO DENTISTICO, per farmi

togliere quelli che il dentista considerò solo come una curiosa anomalia e che si rifiutò di asportare, in

quanto perfettamente sani. Me li tolsi da solo, con una pinza, ma ricrebbero nell’arco di una sola notte.

Quello che più odio di me stesso è che come mie vittime devo necessariamente scegliere i più deboli,

come senzatetto e prostitute, per non attirare troppo l’attenzione della gente “normale”. Già m’immagino i

titoli dei giornali altrimenti…

Un giorno decisi che il suicidio era l’unica possibile soluzione. Scelsi una notte senza luna e come luogo

lo scenario a me tanto caro della Piazza dei Miracoli. Riuscii ad introdurmi nella torre, salii per la SCALA A

CHIOCCIOLA più veloce che potevo e giunto in cima ansimante, mi gettai subito nel vuoto. La mia

speranza durò solo pochi istanti. Mi schiantai a terra, completamente illeso, scoprendo con stupore e

disperazione che sono immortale, almeno finché ci sarà sangue umano disponibile ed al mondo ci sono

miliardi di umani “disponibili”. 


Provai di tutto, un colpo di fucile alla testa, paletti di frassino nel cuore, perfino una croce appuntita nel

petto… gran parte delle cose che si dicono sui vampiri sono incredibili balle, normalmente ho perfino la

pelle abbronzata, cazzo!

Il sangue animale non placa in alcun modo la mia fame e comunque non voglio più uccidere.

Vagando la notte nelle campagne intorno alla città, ho avuto all’improvviso un’idea, che forse funzionerà.

Lo spero con tutto il cuore, almeno. Ho trovato un pozzo abbandonato, in un luogo abbastanza isolato e

mi ci sono gettato dentro. L’impatto con il fondo del pozzo non ha ovviamente prodotto risultati, ma ora

sono intrappolato, in questo luogo buio ed umido e per quanto possa soffrire, per quanto possa essere

forte la mia fame, non potrò uscire da questo posto. Vi posso infatti assicurare che anche quella dei

pipistrelli è una grossa balla. Ora so quel che mi aspetta, una sofferenza, un dolore atroce ed

insopportabile, ma spero di trovare infine l’agognata morte, poi, la pace eterna o l’oblio non importa,

basta che tutto finalmente finisca.-

Alcuni giorni dopo, un giovane fu attirato al pozzo da grida strazianti e telefonò subito al 113. Nonostante

il periodo d’emergenza, i soccorsi arrivarono presto, ma non trovarono nulla nel pozzo.

La notte seguente, un piccolo pipistrello uscì da un anfratto della parete del pozzo e volò lontano, sopra la

città semidistrutta di Pisa, sopra i tanti sfollati, affamato, ma non d’insetti…

 

 

 

 

-         Evviva! Nonno che storia spaventosa! Ma è una storia inventata, vero?

-         Per niente, mio piccolo, è tutto quanto vero.

-         Non ci credo! Lo dici solo per farci paura!

-         Perché dici così, Marina? Hai per caso paura?

-         Io non ce l’ho, nonno! Sono un maschio, non una femminuccia!

-         See, dici così, ma lo so che di notte non dormi se non lascia la luce accesa!

-         Ma cosa vuoi saperne tu, fifona?!

-         Smettetela, piccoli miei! E’ normale avere paura.

Intanto, fuori una leggera pioggerella tamburellava sulla superficie, e una tenue nebbietta si levava come polvere verso il cielo.

Improvvisamente il citofonò strillò, rompendo quel silenzio che si era venuto a creare dopo l’esclamazione del nonno.

-         Ma chi sarà mai, a quest’ora della sera? – mormorò Adelio.

Si levò in piedi con fatica da quella comoda poltrona e il gatto rotolò assonnato a terra, mettendosi pancia in su, godendosi le affettuose

carezze dei piccoli.

Adelio giunto alla porta domandò chi ci fosse la fuori.

-         Dolcetto, o scherzetto? – pronunciarono in coro un gruppo di persone, oltre la porta.

-         Ma non avete altro da fare, voialtri anziché andare in giro a chiedere queste cretinerie alle persone che a quest’ora dormono?

-         Dacci solo qualche dolcetto o ti tappezziamo la casa di uova!

-         E va bene… aspettate solo un attimo.

Il nonno si diresse a passo cadente in cucina e pochi minuti dopo ritornò, tenendo in mano un piccolo sacchetto contenente dolciumi di

vario tipo.

Aprì la porta e si trovò di fronte al puro orrore.

Zombi, vampiri, licantropi, fantasmi, mummie e mostri disumani.

Rabbrividì a quella visione, poi, con l’uso di quella poca ragione che gli restava cercò di far luce.

Impugnò senza pensarci la pistola che teneva in tasca e la estrasse.

Il terrore, questa volta era dipinto in volto a quegli essere fuori dalla porta.

I nipotini si alzarono di scatto di fronte a quell’azione, con un nodo in gola che gli impediva di gridare.

Gli occhi sbarrati a guardare quello che stava per accadere.

Non ci credevano.

I ragazzi in maschera, dal canto loro, rimasero impietriti.

Solo il rumore della pioggia faceva da sottofondo quello che stava per compiersi.

-         Com’è che si fa? Si spara in testa agli zombi, vero? – gridò minacciosamente il vecchio.

-         M-ma veramente… n-noi… v-volevamo solo sc-scherzare… non siamo v-veramente dei mostri.

-         Davvero? Non siete dei mostri? Ma guardatevi! Tutti pieni di sangue… vestiti strappati! Siete degli esseri del demonio!

A quell’esclamazione, Adelio, portò la pistola all’altezza della fronte di uno dei ragazzi travestiti da mortovivente e premette il grilletto.

Uno sparo gelò tutti quanti.

Un alito di fumo si levò dalla pistola e salì verso l’alto.

Odore di zolfo si sparse tutto intorno.

Poi, solo il silenzio.

-         Ma vecchio bastardo! Ma vattene un po’ a fare in culo! – gridò il ragazzo “colpito”.

-         Aahahhaha! Dovresti vederti! – aggiunse Adelio, con una risata catarrosa.

-         Ridi, ridi, testa di cazzo! Tanto non ti resta tanto da vivere. A te ci pensa la natura da sola! Fanculo, barbone!

-         Andate a divertirvi da un’altra parte – disse il nonno, poi, con scioltezza richiuse la porta.

Intanto, dal di fuori, si scatenò una tempesta di uova sulle imposte della casa.

Adelio, si voltò in direzione dei suoi piccoli nipotini e sorrise loro.

Portò la canna della pistola vicino alla sua bocca, sperduta tra quella folta barba e soffiò in direzione della canna.

Poi, lanciò l’arma al nipotino invitandolo a giocare.

Ora i nipotini avevano ripreso a sorridere, avevano capito che si trattava di una pistola giocattolo… una pistola a bombette.

-         Nonno ci hai fatto paura prima! – rimproverò la piccina.

-         Più paura della storia di prima?

-         Sì, molta di più!

-         Invece a me hai fatto morire dal ridere! Con quella pistola in mano, sembravi uno sceriffo.

-         Uno sceriffo?

-         Sì, quelli che fanno rispettare la legge. Quelli che rimettono la pace tra gli uomini.

Il nonno si sedette di nuovo. Si ricoprì le gambe con la coperta. Si scolò di gusto un altro bicchierino di distallato e aggiunse – uno sceriffo…

di quelli che ridanno la pace… pace in terra agli uomini di buona volontà…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pace in terra agli uomini di buona volontà.

(di Carmine Cantile)

 

 

 

 

La scritta dorata, intarsiata nel massiccio architrave del portale di legno da tempo immemorabile,

dominava per tutta la lunghezza l’ingresso della piccola casa di Dio.

Qualche metro più giù, un motivo decorativo d’incredibile bellezza, e allo stesso tempo inquietante,

effigiava l’immenso portale tardo romanico. Grottesche raffigurazioni di animali ancestrali affiancavano

indicibili parodie del genere umano mentre disegni geometrici in avorio, intagliati ad intreccio,

contornavano il tutto.

Alta sulla sommità del vetusto edifico, campeggiava, sferzata dal vento e dalla pioggia, il millenario

simbolo della Cristianità.

Faceva un freddo cane quella sera.

Una di quelle tipiche serate invernali tali da costringere le persone a rintanarsi nelle proprie case, accanto

al crepitio del fuoco caldo di un camino, con un bel po’ di caldarroste a cuocere e un odore acre di pipa

nell’aria.

Solo pochi temerari si erano avventurati per le strade a scambiare le solite quattro chiacchiere bonarie,

prima di ritirarsi a casa per la cena e poi assopirsi dinanzi ad un buon bicchiere di vino rosso.

Ma c’era chi, diversamente, freddo o non freddo, aveva altro cui pensare, quella sera.

Il giovane magrebino, alto, sulla trentina, con una lunghissima e folta barba, i pochi capelli radi e con un

vistoso taglio sulla guancia sinistra, aveva da poco fatto visita all’ennesima abitazione di quella sera.

Aveva portato via ben poco, però. E non gli era andata bene come le altre volte. Anzi, a dire il vero,

quella serata gli aveva riservato un imprevisto, uno di quelli che talvolta aveva dovuto fronteggiare.

Proprio alla macelleria dei coniugi Saberte, infatti, quella che fa ad angolo con la taverna “La Gioconda”,

si era fatto beccare con le mani nel sacco ed era stato sul punto di farsi catturare. Solo dopo aver

minacciato i due proprietari con un’arma di fortuna, un ROMPIGHIACCIO appeso ad un gancio accanto alla

cella frigorifera, era riuscito a dileguarsi nel buio, facendo perdere le proprie tracce, con uno magro

bottino: una manciata di spiccioli, nell’ordine dei sei, al massimo sette euro.

Fervente musulmano qual era, però, non aveva osato toccare nessuna prelibatezza culinaria che il destino

gli aveva messo sulla strada.

Benché fosse più che certo che i coniugi Saberte non l’avessero di certo riconosciuto, una volta rimossa la

finta barba, convenne che era ora di cambiar totalmente aria.

La sera, tuttavia, non era cominciata sotto i migliori auspici.

Si diresse con passo spedito, ma allo stesso tempo furtivo, verso il sentiero che conduceva ad una chiesa,

così come annunciava una logora scritta sbiadita su una vecchia insegna di legno ormai erosa dai tarli.

Ammantato nell’oscurità delle tenebre, il giovane passò praticamente inosservato nei viottoli di campagna

che conducevano al piccolo edificio, posto a qualche chilometro dal centro del piccolo caseggiato.

Addentrandosi nella foresta, si accorse che un groviglio intricato di rami ed alberi costituivano una vera e

propria galleria naturale sopra il suo capo. Solo di rado riusciva a scorgere il chiarore lunare al di là di

quella fitta vegetazione.

Aveva percorso circa mezzo chilometro quando, oltrepassando una curva, notò il vetusto edifico ritagliato

sullo sfondo.

Un sorriso gli si materializzò sulle labbra quando una brillante idea fece capolino fra i meandri dei suoi

pensieri.

In quell’edificio avrebbe sicuramente trovato qualcosa di più interessante su cui mettere le mani.

La CHIESA DI CAMPAGNA esternamente si presentava totalmente spoglia. La facciata a capanna

presentava vistose crepe lungo le mura e il portale, riccamente decorato, strideva totalmente con lo stato

di abbondano in cui sembrava versare la struttura.

Grosse sterpaglie erano cresciute ai stipiti delle porte, mentre una patina fuligginosa ne ricopriva il

batacchio. 

Sul lato occidentale si estendeva, a perdita d’occhio, quello che, presumibilmente, costituiva il cimitero

locale. Altrimenti non si sarebbe proprio spiegata la presenza di centinaia di lapidi conficcate nella nuda

terra.

Si avvicinò alla chiesa con fare furtivo.

Giunto ai margini dell’ingresso, si ritrovò a rimirare la grossa scritta dorata che troneggiava  l’accesso al

luogo sacro.

Pace in terra agli uomini di buona volontà.

 “Fanculo gli uomini di buona volontà”, sbraitò divertito, in un italiano assai incerto.

Poi spinse il batacchio dell’immenso portale dai cardini arrugginiti.

Non si mosse di un solo millimetro.

Per nulla scoraggiato, provò ad armeggiare con la massiccia serratura con la punta del rompighiaccio che

aveva sottratto in macelleria.

Ma ogni tentativo si rivelò inutile.

Demoralizzato ma non sconfitto, si ritrovò ad ispezionare il lato orientale dell’edificio.

Una piccola finestra, dalle dimensioni appena sufficienti a garantire l’accesso ad una persona piccola di

statura, affacciava sulla navata.

Nel frattempo le nubi, alte nel cielo, avevano cominciato a diradarsi e la precipitazione, dapprima

insistente, era divenuta una leggera foschia piovigginosa. Riuscì a scorgere, nel barlume della luce lunare

che attraversava i vetri opachi della finestra, l’interno della chiesa.

Da quel poco che riuscì a vedere fra le incrostazioni di polvere, sporco e fuliggine, intuì che la chiesa era

tenuta proprio bene: l’interno stonava totalmente con quanto era possibile ammirare all’esterno.

Una decorazione a tarsie policrome, con venature di marmo verde e bianco, disegnavano  magnificamente

il pavimento per tutta la sua lunghezza. Altri ghirigori incredibili adornavano le nicchie laterali della

navata.

Proprio di fronte alla finestrella, addossata alla parete occidentale, faceva bella mostra una statua dalle

dimensioni umane. Una statua incredibilmente bella, forgiata in una maniera tale da risultare

incredibilmente reale, tanto erano perfette le fattezze modellate.

Raffigurava l’arcangelo Gabriele alle prese con il demonio. La creatura alata risplendeva nel suo fulgore,

brandendo una spada argentea levata alta ad indicare il cielo. Un sorriso serafico le solcava il viso mentre,

con il piede destro, schiacciava una figura decisamente ributtante ed inquietante. Lunghe corna ricurve ed

una oblunga coda equina, dannatamente perfette, facevano capolino da quel corpo informe. Mentre, fra le

zampe, quattro piccole figure dai lineamenti apparentemente umani venivano ghermiti da lunghi artigli

adunchi.

Trovò quella statua decisamente sinistra.

Spaziò con lo sguardo nell’oscurità della stretta navata, a più riprese.

Poi, finalmente, il suo sguardo riuscì ad individuare quello che aveva bramato poc’anzi, alla vista della

piccola casa di Dio.

Proprio ai piedi del maligno, infatti, era deposita la cassetta per le offerte votive.

Non era molto grande, a dire il vero, come si sarebbe augurato, ma comunque ampia abbastanza da

custodire al suo interno molti più spiccioli di quei sei, SETTE EURO che era riuscito a sottrarre dalla casa

del macellaio.

Si guardò intorno con aria circospetta per accertarsi che non ci fosse nessuno nei paraggi. Poi applicò un

po’ di nastro adesivo sul vetro, così come aveva già fatto altre volte dinanzi ad un simile ostacolo.

Ritrasse la mano destra oltre la manica dello spesso indumento di lana che indossava e, impugnando il

rompighiaccio, colpì con un colpo secco il vetro incrostato della finestra, frantumandolo in mille pezzi.

Il nastro adesivo attenuò il rumore della rottura, impedendo ai grossi frammenti di vetro di impattare al

suolo. Poi, con cura meticolosa, rimosse le schegge che erano rimaste attaccate all’intelaiatura dell’infisso

ligneo. 

Facendosi forza sulle braccia nerborute, si issò sulla lastra in pietra che costituiva la soglia della finestra,

facendosi leva con il bacino. Poi introdusse il capo all’interno della chiesa e lentamente, anche se con non

poche difficoltà, vista l’esiguità del vano a disposizione, si ritrovò all’interno dell’edificio.

Il lucore ambrato dei ceri votivi, accanto alle nicchie e alle varie teche, aureolava la navata di un chiarore

spettrale, quasi sepolcrale.

Un brivido gelido gli percorse la schiena.

Dall’interno, la chiesa, sembrava molto più grande di quanto apparisse all’esterno.

E tenuta pure molto bene.

Accanto alla finestra da cui era entrato, troneggiava una sublime scultura lignea del Cristo Redentore.

Sulla stessa parete, un dipinto mosaicato della Vergine, di una impressionante nitidezza, richiamava alla

memoria raffigurazioni bizantine d’altri tempi. Su tutto dominava il colore dorato di alcuni tasselli,

totalmente identico alla scritta che campeggiava sull’architrave della porta.

Quella stessa scritta che il giovane magrebino, appena qualche minuto prima, aveva deriso.

Il tempo non aveva intaccato minimamente l’intimo dell’edificio, ne ancora aveva steso il suo velo di

desolazione sulle poche panchine in legno pregiato di rovere,  una dozzina in tutto, rivolte verso un

magnifico altare marmoreo.

Il pezzo forte, però, bella e terrificante allo stesso tempo, era la magnifica statua verso cui tutti

mostravano riverenza e dedizione, frammista ad un po’ di inquietudine, e che tutti guardavano sempre con

un po’ di apprensione: la statua dell’Arcangelo Gabriele.

Più della figura alata, ad incutere un timore reverenziale ed una paura irrazionale nei visitatori, era

l’essere deforme posto ai suoi piedi.

Se i bambini, e non solo, si tenevano ben lontani dalla quella umile casa di Dio, il motivo era da ricercare

solo ed esclusivamente in quella immonda parodia del genere umano, posta subito dopo l’atrio d’ingresso.

Sahat si avvicinò alla statua senza alcuna esitazione. La sua religione non prevedeva immagini sacre da

venerare o idolatrare. Anzi, i simboli religiosi erano totalmente da biasimare. Per lui, quelle

rappresentazioni, di qualsiasi natura esse fossero, erano semplicemente oggetti insignificanti del tutto

simili alle panchine o ai ceri che si trovavano in quel posto.

La cassetta delle offerte votive, invece, era molto più importante di quelle blasfeme raffigurazioni e,

soprattutto, di quella maledetta statua. Anzi, più della cassetta, era il contenuto di essa a risultarne

estremamente interessante.

Ma, doveva ammetterlo, quella grande statua un po’ lo intimoriva, soprattutto le sembianze di quell’essere

deforme.

Convenne che l’inquietudine stava prendendo sempre più il sopravvento mentre si avvicinava alla scultura

lignea. Sembravano maledettamente reali, le due figure.

Prese la cassetta con entrambe le mani e cercò di forzarla.

Ma ogni tentativo risultò vano.

Poi fu la volta del rompighiaccio.

Gli era tornato utile diverse volte, quella sera.

E pensare che avrebbe voluto sbarazzarsene subito dopo aver minacciato il macellaio e consorte.

Era stato decisamente astuto a non privarsene. Un sorriso gli si materializzò sul viso.

Cercò in vari modi di aprire la scatola.

Provò e riprovò, ma non riuscì a scalfirne minimamente il massiccio lucchetto.

La collera esplose in un baleno, e gli montò dentro simile ad un’enorme mareggiata.

Alzò lo sguardo e si ritrovò faccia a faccia con l’essere deforme. A meno di venti centimetri da quel viso

indescrivibilmente ripugnante.

Ebbe un sussulto.

E si ritrovò a rabbrividire. 

In preda alla rabbia, spuntò contro quell’indicibile essere infernale, per poi riprendere ad armeggiare con

il lucchetto.

Quando capì che nessuno beneficio avrebbe fatto seguito a quei tentativi, scaraventò con violenza la

cassetta contro la statua.

L’involucro di legno, cadendo rovinosamente a terra, emise un flebile clic metallico, seguito

immediatamente dal tintinnio di diverse monetine che si riversarono sul pavimento.

Non ci badò più di tanto.

La sua attenzione era stata catturata da tutt’altra cosa.

La statua di legno, almeno così come aveva ritenuto che fosse fino a quel momento, aveva subito una

sorta di ammaccatura laddove aveva impattato la cassetta delle offerte.

Una corna si era staccata dal capo dell’essere deforme, precipitando sui ceri votivi posti ai piedi della

statua.

Celermente aveva iniziato a liquefarsi sotto gli occhi increduli del giovane magrebino.

Gli ci volle poco per riacquistare il sorriso.

Dopo lo smarrimento iniziale, dovuto allo spavento per quanto accaduto, ebbe l’accortezza di capire che si

trovava dinanzi ad una statua di cera.

Sputò un grumo catarroso verso la statua, colpendo l’essere all’altezza dell’unica corna rimasta.

Poi rise mentre si accingeva a raccogliere le monetine.

Constatò che si trattava di una decina di euro, in tutto. E maledisse quel luogo e tutto quello che

conteneva.

Tutto quel da farsi per appena una manciata di spiccioli.

Blaterò veemente nel proprio idioma. E prese a colpire a calci e pugni i ceri posti ai piedi della statua.

In quel delirio di esternazioni violente ed incomprensibili, una malsana idea gli accarezzò la mente.

Accostò la mano alla statua, avendo cura di non toccare alcuna parte del demone ai piedi dell’Arcangelo,

trovandolo maledettamente repulsivo.

La ritrasse all’improvviso. Quasi come se avesse toccato fiamme ardenti. 

Era completamente fredda, la statua. E viscosa.

Umida e viscosa, a dire il vero.

“Bene, bene!”, disse, ansimando a più riprese. “E’ completamente di cera”.

Un sorriso beffardo gli si stampò sulle labbra quando la sua mente deviata partorì quello che, di lì a poco,

avrebbe messo in pratica.

Vicino alla teca accanto alla statua, quella dove erano custodite varie reliquie sacre, facevano capolino

diverse candele votive spente e una SCATOLA DI FIAMMIFERI.

Afferrò quest’ultima con una rabbia sempre più dilagante. Ne vuotò il contenuto sul pavimento e afferrò

un cerino con la mano destra. Lo strofinò sul pavimento.

Una flebile fiamma, seguita dal tipico odore di zolfo, si riverberò nell’aria. Danzò innumerevoli volte sulla

capocchia del piccolo legno, mentre Sahat l’avvicinava premurosamente alla coda del demone.

Sorrise mentre la fiamma cominciò a lambire la cera.

Dopo qualche secondo, un lento ma cadenzato stillicidio prese a colare sempre più velocemente,

disegnando sul pavimento pustole rotonde sempre più grandi.

Si congratulò con se stesso per l’incredibile trovata.

Strappò da una nicchia laterale un drappo vellutato del rivestimento e lo pose con cura sulla statua.

Poi accese varie candele votive e le avvicinò al drappo.

Alte volute si levarono in un baleno mentre le fiamme cominciarono a lambire il morbido tessuto.

Si diresse con passo spedito verso la piccola finestra per allontanarsi il più velocemente possibile da quel

luogo.

Aveva appena messo il capo fuori dall’apertura quando ebbe la netta, tangibile sensazione che qualcosa si

stesse muovendo alle sue spalle.

Avvertiva indistintamente il crepitio della fiamme e il brusio della cera sciogliersi.  Ma aveva il sentore che

il rumore di sottofondo, simile ad una demoniaca risata infernale, stesse crescendo sempre più di

intensità.

Si tirò celermente fuori dall’apertura nello stesso istante in cui diverse lingue di fuoco cercarono di

ghermirgli le gambe.

Era sano e salvo.

E aveva fatto proprio un bel lavoro.

Si allontanò con passo spedito dalla piccola casa di Dio.

Di lì a qualche minuto le fiamme avrebbero richiamato gli abitanti del vicino caseggiato.

Fu proprio mentre passava accanto all’immenso portale d’ingresso che notò una cosa decisamente strana.

Un evento assolutamente irreale.

Uno strano liquido perlaceo, totalmente simile al rimasuglio liquefatto di una qualsiasi candela di cera, si

riversava copiosamente attraverso le sottili fessure della porta.

Ovunque c’era una possibilità di comunicazione fra il dentro e il fuori, lì, fra quelle strette fessure,

esondava ininterrottamente quel liquido informe dando vita, sul piazzale, ad un’enorme gora irregolare.

L’inconcepibile, però, doveva ancora rivelarsi in tutto il suo abominio.

Mentre quell’enorme gozzo incorporeo e viscoso lentamente ma inesorabilmente si materializzava, ebbe la

netta sensazione che quella deforme massa perlacea pulsasse di vita proprio.

Restò estasiato e terrorizzato allo stesso tempo, dinanzi a quello che stava accadendo proprio davanti ai

suoi occhi.

Era assolutamente impossibile. Assolutamente incomprensibile una cosa del genere.

Ma stava accadendo proprio lì, in quel luogo, e lui era l’unico spettatore, inconsapevole, di un evento così

surreale.

Quell’enorme gozzo incorporeo, palpitante di vita propria, lentamente crebbe.

Aumentò di volume, si ingrossò ogni oltre dire, e assunse fattezze via via più chiare e distinte.

Molto, ma molto lentamente, assunse forme e sembianze sempre più familiari e ripugnanti, rivelandosi

totalmente in tutto la sua abominazione.

Sahat ebbe appena il tempo di intuire cosa stesse realmente accadendo, prima che l’essere deforme,

saettando in un baleno verso di lui, lo avvolgesse amorevolmente fra le sue spira, soffocando le sue

strazianti grida in un ammasso perlaceo senza forma.

Il vecchio prelato, il mattino successivo, diede poca importanza alla presenza di laceri vestiti e di diverse

monetine abbandonate proprio sullo spiazzo antistante la chiesa.

Inserì le chiave nella toppa e, dopo diverse mandate, aprì l’immenso portale. Un sinistro cigolio

riecheggiò nella piccola casa di Dio.

Un leggero spiffero d’aria proveniva dalla sua destra.

Notò subito i segni della finestra rotta e della cassetta aperta ai piedi della statua dell’Arcangelo Gabriele,

intuendo celermente che quella notte avevano ricevuto visite.

Fortunatamente, però, non avevano portato via un granché.

E forse le stesse monetine rinvenute all’ingresso erano state lasciate dallo stesso visitatore, mosso

sicuramente da sincero pentimento. Almeno era quello che si augurava di cuore.

Mise a posto i vari ceri sparsi alla rinfusa sul pavimento.

Risistemò la cassetta accanto alla statua di cera.

E portò via i cocci di vetro della finestra.

Non fece caso all’assenza del rivestimento della nicchia della parete occidentale. L’avrebbe notata

sicuramente di lì a qualche giorno.

Si avvicinò con discrezione alla statua di cera dell’Arcangelo Gabriele.

La scrutò con attenzione.

Dapprincipio non notò niente di strano: la statua non presentava niente di anomalo.

Le corna erano al proprio posto, lì dove dovevano essere, così come l’oblunga coda equina.  

Solo ad uno sguardo più attento, minuzioso, il prelato riuscì a scorgerne una sottile, impercettibile

anomalia.

L’essere deforme, ai piedi della figura alata, non stringeva più fra gli artigli di cera le solite quattro minute

forme dalle fattezze umane.

C’era una nuova figura a tenerle compagnia…

Nell’attesa di qualche altro individuo poco incline alla buona volontà.

Un sorriso gli si formò sulle labbra, simile ad un sogghigno, mentre, con fare affettuoso, accarezzava

dolcemente il capo dell’essere deforme.

 

 

 

 

I nipotini guardavano dal basso con occhi increduli il loro caro nonno.

- Allora, cosa ne pensate di questa storia?

- A me non ha fatto per nulla paura. – disse il maschietto che aveva ancora le dita delle mani strette sulla bocca.

- Ne sei proprio sicuro, Mattia? – disse sua sorellina.

- Certo che non ho paura! Io non ho mai paura!

- Bene! Allora, caro il mio piccolo ometto, visto che non hai paura, perché non fai un salto in camera mia a prendermi la pipa?

- C-Cosa? La pipa?

- Sì, la mia bella pipa.

- Ehm… n-non so dove la tieni in c-camera tua.

- Non importa, piccolo mio, ci vado io. Aspettatemi qui.

I minuti trascorsero e il nonno non fece ritorno.

Marina e Mattia si fissarono negli occhi e caddero in preda al panico.

-         Secondo me l’ha preso la creatura di cera! – disse Marina con voce impaurita.

-         Ma che cavolo dici? Era solo una favola paurosa… non esistono le creature di cera!

-         Come fai a sapere che non esistono?

-         Non lo so… ma facciamo finta che non esistono.

Un rumore metallico interruppe la discussione dei bambini.

-         Che cosa cavolo è stato?

-         Non lo so, veniva dalla sala.

-         Andiamo a vedere!

-         No, io non ci vengo!

-         Non fare la fifona! Ho la pistola, io! Dammi la mano, ti difendo io!

Titubanti i due fratelli si incamminarono verso il soggiorno.

Per cautela accesero la luce del soggiorno, ma dopo due lampeggi, la luce venne a mancare.

-         Ho paura, Mattia!

Un altro rumore metallico. Questa volta più vicino.

-         Hai sentito, Marina? Sembrava venire dalla camera del nonno.

-         Si che l’ho sentito… E se hanno preso il nonno?

-         “Chi” avrebbe preso il nonno?

-         Non lo so… qualche creatura…

-         Non dire cavolate. Ora andiamo a vedere.

Si portarono di fronte alla porta della camera da letto del nonno.

La porta era chiusa, ma non a chiave.

Sbirciarono dapprima dal buco della serratura, ma la chiave, posta internamente alla cerniera, non permetteva alcuna visuale.

Silenziosamente aprirono la porta.

La luce, internamente alla stanza era accesa.

Le pantofole del nonno erano disordinatamente ai piedi del letto.

Una cintura penzolava dalla sedia e la fibbia dondolava contro la sedia.

Quel rumore metallico era dovuto a quello, senza dubbio.

Ma il nonno che fine aveva fatto?

Sotto le coperte c’era qualcosa di voluminoso, ma immobile.

I due piccolo si soffermarono a guardare quelle coperte, cercando di percepirne il minimo movimento. Erano convinti, che il loro nonno, gli

avrebbe voluto fare qualche scherzo.

Mattia si fece coraggio e si avvicinò al letto, tenendo saldamente per mano la sorellina, impugnando nell’altra la pistola giocattolo.

Lasciò la mano a Marina e sfiorò con esitazione le coperte.

Poi, con coraggio sollevò le lenzuola.

Sotto di esse c’erano solo due grossi cuscini.

-         Ma dove cavolo è finito il nonno?

-         Secondo me si è trasformato in quei cuscini!

-         Ma non dire scemate… non può essere!

-         Allora, forse è andato in bagno…

Improvvisamente la luce venne a mancare.

I due bimbi si abbracciarono e si strinsero forte l’un l’altro.

Avevano una terribile paura.

Si misero a piangere. Poi, avvertirono un ringhio, sordo e prolungato.

C’era qualcun altro, o meglio “qualcosa”, oltre a loro in quella stanza.

Indietreggiarono sino a fermarsi contro lo spigolo del letto e guardarono in direzione della finestra.

La poca luce che filtrava dal lampione esterno della casa, dava modo di distinguere una strana figura in controluce.

Oltre le tende, c’era qualcuno.

Il ringhio aumentò d’intensità e le tende sembrarono muoversi.

Mattia in preda al panico si scagliò contro quella figura e iniziò a mollare calci e pugni alla cieca.

-         Ahia! Smettila per favore! Mi stai facendo male!

-         M-ma chi cavolo sei?!

-         Ma sono io, il nonno! Mi ero nascosto qui per farvi uno scherzo… e invece mi avete riempito di botte.

Il nonno, cadde a terra e iniziò a ridere di gusto.

-         Sei cattivo, nonno! Lo dirò a mamma e papà quando tornano a casa. Ci hai fatto paura!

-         Ma non eravate mica voi quelli coraggiosi? Quelli che non avevano paura?

-         Infatti, io ho attaccato, perché non ho paura!

-         Eh, l’ho notato, soprattutto lo hanno notato le mie povere gambe… dai, aiutami a rialzarmi e andiamo di là che mi fumo la pipa, poi

tutti a nanna, va bene?

-         E va bene… ma niente più scherzi.

Pochi istanti più tardi i tre tornarono a posizionarsi dinanzi il camino colmo di legna.

Il nonno mostrò ai nipoti una smorfia di dolore.

-         Che cosa c’è, nonno?

-         Tutti quei calci ma hanno fatto male alle gambe… sento dei terribili dolori…

 

 

 

 

 

 

IL RITORNO DEL GATTO NERO

(di Matteo Mancini)

 

 

Quando si ha a che fare con gli abissi è meglio non credere mai ai propri occhi. Nel momento in cui si crede ai propri sensi, nel momento in cui si crede che una tigre sia una tigre, si è già per metà in suo potere.

                                Clive Barker

 

 

 

 

Poi quei terribili dolori. Ogni volta che respiravo, era come se mi pugnalassero nei polmoni.

Mi sentivo le viscere sobbalzare, mentre un lamento distorto, simile a un miagolio proveniente da

una dimensione arcana, mi ronzava nei timpani. Avevo gli occhi sbarrati, aperti su un mondo che

non ritenevo il mio. Una realtà fatta di immagini indefinibili e di forme sfuggenti che scorrevano in

alto, su ogni lato, stuprandomi le pupille.  Le uniche cose che conservavo dell’esperienza umana

erano il dolore fisico e il gusto del sangue. Si, avete capito bene: il gusto del sangue.

Avrei scommesso che un fiume vermiglio mi stesse colando dalla bocca, mentre nel palato non mi

circolava altro sapore che non fosse quello a cui ho appena accennato. Non ricordavo altro, ero

preda di sensazioni che solo un delirio può offrire, o almeno questo fu quello che pensai.

A un tratto, gli striduli  si placarono, e attorno a me scese la più profonda oscurità. Schiavo del buio,

mi sentii trascinare nel niente, accompagnato da un sibilo continuo che si disperdeva nell’ignoto.

Un suono somigliante a quello di una ruota che struscia su di una parete ruvida; a cui si aggiunse un

sussurro di aria calda che sorvolò la mia pelle, come il sospiro di una ragazza che ti ha appena

baciato. 

“Che fossi ancora vivo?” pensai, quando un accecante fascio luminoso mi avvolse.

Dapprima fu un qualcosa di vago di colore giallo, quindi si sdoppiò in due dischi ai cui centri iniziò

ad allargarsi un fluido nero. Restai ipnotizzato da quelle lente metamorfosi, mentre in sottofondo

udivo dei brusii incomprensibili. Inizialmente non colsi niente di decifrabile, a parte una sottilissima

linea metallizzata che si frapponeva tra me e il bagliore. Poi, intravidi una goccia di siero fuoriuscire

dalla punta di quella specie di asticciola e subito dopo intuii quello che inconsciamente mi ero illuso

di cancellare. Davanti a me non c’era una visione astratta, ma lo sguardo diabolico di un felino!

In un istante fui proiettato lungo la tangenziale delle capitale. Vedevo i fanali della mia auto

sventrare la notte, mentre la linea di mezzeria veniva divorata dall’utilitaria a cui ero alla guida.

La città era addormentata, deserta, mentre una mano invisibile doveva aver rapito tutte le stelle del

firmamento. Avvertii la sensazione di penetrare in un luogo dominato dalla solitudine, poi una fitta

cerebrale mi costrinse a urlare. Fu un dolore così snervante da non rendermi più recettivo agli

impulsi dell’immaginazione. Le visioni svanirono per un attimo, quindi si materializzarono di nuovo,

ma con brandelli di vita smarriti nel nulla.  

Non mi trovavo più dietro a un volante, ma accovacciato al cospetto di un DISTRIBUTORE

AUTOMATICO di bibite. Gli occhi mi bruciavano, violentati dalla luce delle insegne che brillavano di

fronte a me. Alle mie spalle, invece, accanto a una pompa di BENZINA, apparivano le curve di un

auto ammantellata dalle tenebre, sopra la quale danzava un flusso azzurro che si irradiava verso il

cielo plumbeo.

Puzzavo di alcool e avevo la camicia imbrattata da una sostanza appiccicosa che non riuscii a

qualificare. Le mani mi tremavano e dal pugno destro mi cadde un oggetto che produsse un rumore

alieno, almeno per i miei sensi. Il mio udito, infatti, era intaccato da un ululato paragonabile all’urlo

strozzato del vento, ma ciò non mi impedì di intuire un tonfo sordo. Tuttavia, non ebbi né la forza né

la volontà di guardare di cosa si trattasse, ero troppo preso dal desiderio di rialzarmi.

Mi gettai a corpo morto sulla sagoma del distributore e abbozzai alcuni passi. Non ne feci molti per la

verità, ero in uno stato talmente alterato da vedere ballare ciò che mi stava intorno.

In un battito di ciglia, mi sentii piegare le ginocchia e ripiombai sull’asfalto. Una MONETA mi scivolò

da una tasca e rotolò sul selciato, in un turbine di tintinnii deformi. La seguii con un’espressione

stralunata fin quando cessò la sua corsa sbattendo contro una vetrata. Un’ondata di ansia e di terrore

emerse con impeto dagli abissi del mio animo; chiamatelo pure istinto, ma, proprio nel punto in cui

la moneta si era fermata, c’era qualcosa che mi suggeriva la presenza di un male ultraterreno.

Così, lasciai correre gli occhi lungo le scritte che campeggiavano sulla vetrina.

Rabbrividisco tutt’ora nel descrivere ciò che scorsi…

Sul vetro c’erano tre lunghe strisce amaranto che partivano dall’alto, serpeggiando verso il pallido

pavimento. Sotto di esse era riversa una giovane ragazza, probabilmente la commessa del negozio.

Era seminuda, con le gambe aperte e le braccia allargate. Il volto era contratto, le labbra estese in un

urlo silenzioso e gli occhi spalancati, del tutto simili all’obiettivo di una macchina fotografica pronta a

scattare un’ultima istantanea. Un fiotto di sangue le zampillava dalla gola, ma nonostante questo

sembrava ancora viva. Le vene del collo, infatti, le pulsavano lentamente, restringendosi e

dilatandosi. Come un ebete me ne restai lì a guardare, impossibilitato dal fare altrimenti.

Infine, ebbi un sussulto. C’era un che di malefico e di terribile in quella scena, qualcosa che andava

aldilà di un semplice omicidio. Ne ebbi la conferma quando uno spasmo improvviso scosse il corpo

della poveretta. Le vidi gli arti tremare, mentre degli inspiegabili tumori le si formarono lungo la

pelle. Il collo le si dilatò enormemente e lo stesso avvenne per le guance. Avrei voluto gridare, ma

non produssi alcun suono: ero pietrificato dal terrore. Un muso nero, intriso di grasso e di sostanze

oleose, le stava uscendo dalla bocca. L’essere immondo ruotò gli occhi intorno a sé, quindi lanciò un

miagolio, guardando nella mia direzione: era un gatto! Con un balzo schizzò fuori dall’inusuale tana

e, con andatura felpata, si diresse verso l’uscita. Avanzava con la testa inclinata verso il pavimento e

la coda danzante in aria. Il pelo gli cangiava, impregnato da un velo perlato il cui fetido odore

penetrò presto nelle mie narici. Scivolò tra la fessura dell’ingresso e si accucciò a un palmo dal mio

naso. Sentivo il suo respiro planare sulla mia faccia, mentre quella bestiaccia se ne stava lì, calma,

a leccarsi il sangue dagli anteriori. Non distoglieva per un attimo gli occhi dai miei ed ebbi

l’impressione che cercasse la mia approvazione per i misfatti di cui si era macchiata.

Sono convinto che se fosse stato un essere umano avrebbe avuto una mezzaluna pitturata sul volto,

per dare sfogo alla sua follia. Dopo qualche minuto, si alzò e cominciò ad annusarmi.

Avvertivo il calore del suo corpo poggiarsi sul mio, mentre naufragavo nel giallo di quegli occhi

demoniaci. Qualcosa di umido e di tiepido bagnò le mie labbra. Avrei voluto arretrare la testa, ma

non ero in grado di farlo. Un gusto amarognolo mi penetrò nel palato: era il sapore del sangue.

Impossibile spiegare quello che provai: un misto di terrore e di eccitazione si impadronì del mio

cervello.  La lingua della bestia si attorcigliò con la mia in un valzer di sapori indefinibili che mi

portarono ad avere un erezione. Stavo assaporando un’aroma unica, peccaminosa: la perversa

essenza del male, suppongo.

Una serie di schiamazzi mi impedirono di eiaculare, cancellando le sensazioni e le scene in cui ero

immerso. Ripiombai così nelle visioni inafferrabili di cui vi dicevo a inizio racconto, schiavo di un

dolore insopportabile che mi addentava il petto. I brusii si erano trasformati in un vocio che

risuonava nei miei orecchi, simile al rumore rallentato di un’audiocassetta difettosa.

Mi sforzai di vedere oltre a quel baluginare di colori e colsi alcuni dettagli che prima mi erano

sfuggiti. C’erano delle sagome verdi attorno a me che si muovevano in ogni direzione, come schegge

impazzite. Pareti bianche mi circondavano, mentre sul soffitto vi doveva essere un grosso riflettore,

perché un’intesa luce inondava la stanza. Contemplavo quello che stava succedendo con lo stesso

sguardo di chi cerca di scrutare il mondo dall’interno di una vasca colma d’acqua.

A un tratto, ogni sagoma scomparve dalla mia visuale. Per alcuni istanti regnò il silenzio,

poi, percepii un flebile ronzio che si fece sempre più forte, sin quando una superficie morbida e calda

si strofinò sul dorso della mia mano. Che fosse ancora quel maledetto gatto? Non sapevo cosa

pensare: ero confinato in una realtà che tale non poteva definirsi. Riuscii a piegare la testa verso

l’alto e un’ultima immagine si impresse nelle mie cellule cerebrali. Sul petto avevo un enorme ferita

circolare ricoperta da sangue rappreso, mentre sull’ombelico un bisturi luccicante era poggiato in

attesa di esser utilizzato. Travolto dall’orrore, precipitai nell’oblio.

Quando ripresi possesso delle mie facoltà mentali mi ritrovai in una stanza angusta, dove tutt’ora

sono rinchiuso. Non ci sono comfort qui dentro, non c’è luce. Passo il tempo a contare i passi che

separano un muro dall’altro, mentre tengo d’occhio il biancore che filtra dal disco che ho di fronte.

Il pensiero di quella bestia e di quel sangue che solcava il candido piastrellato mi consuma l’animo.

Vorrei battere la testa al muro per scuotere i ricordi che sono sommersi nei meandri della mia mente,

ma ne otterrei dei risultati veramente apprezzabili? Francamente non lo credo.

Ho urlato e implorato molte volte, ma solo la solitudine ha risposto alle mie suppliche, fornendomi

altri dubbi e nuovi misteri da sciogliere. Qualche giorno fa mi è stata concessa una penna e un

vecchio quaderno stropicciato sul quale sto scrivendo queste righe, per evitare che quel poco che

ricordo svanisca col tempo.

Un momento, ci sono dei rumori adesso… E’ la prima volta che li capto. Stanno riecheggiando aldilà

del cerchio. Sembrano passi e catene ciondolanti. Adesso si fanno più marcati, stanno venendo nella

mia direzione… Si, è così, ora sento anche il rimbombare di una serratura che scatta…

 Un bagliore accecante mi avvolge; cerco di penetrare con lo sguardo oltre la nebbia di luce, ma i

miei occhi sono ciechi. Sposto la testa verso il basso e… c’è  qualcosa che filtra dal biancore; è una

piccola sagoma scura… No, non può essere…Nooo!

- Dunque, questa è la lettera che avete trovato? – disse il Procuratore Nero, rivolgendosi al professor

Testi, dopo averne letto il contenuto ad alta voce.

- Proprio così, dottore -, rispose il Professore, togliendosi la pipa dalla bocca. – Deve sapere che il

signor Cassinelli era stato ricoverato in questa struttura dopo aver subito una delicata operazione

chirurgica e…

- Conosco la storia -, lo interruppe il Procuratore. - Cassinelli fu ferito alla testa da un poliziotto nei

pressi di un autogril dopo aver ucciso una giovane donna con un rasoio. Non processato per

incapacità di sostenere un processo, fu rinchiuso in questo ospedale psichiatrico dove ha vissuto sino

a pochi giorni fa.

- Vedo che sa fare bene il suo lavoro -, sorrise Testi, immerso da una nuvola di fumo grigio.

- Gentile da parte sua -, sogghignò il procuratore, - piuttosto mi dica, ritiene anche lei che il paziente

si possa esser reciso la carotide con una penna stilografica?

- Non vorrà forse dirmi che quelle ferite siano state provocate dagli artigli di un gatto, spero?

 – ridacchiò il professore. 

Il Procuratore lo guardò di traverso, con un espressione di rimprovero dipinta in faccia.

Dalla finestra, intanto, filtravano i timidi raggi dell’autunno romano, mentre sullo sfondo svettavano i

tetti dei palazzi capitolini. Proprio su uno di essi, a pochi metri di distanza dall’ufficio di Testi, un

gatto nero incrociava, a ogni passo, una zampa con l’altra, facendo l’equilibrista tra le tegole color

mattone…

 

 

 

 

Al termine di questa storia Anselmo sembrò sorridere ai piccoli bambini.

Da quel giorno, Marina e Mattia avrebbero guardato il loro gatto con occhi diversi.

Adelio tirò due boccate profonde alla sua pipa e si gustò un altro bicchierino di distillato.

Era mezzanotte passata.

La pioggia continuava a cadere e mamma e papà, ancora dovevano tornare.

I nipotini imploravano il loro caro nonno di raccontargli l’ennesima storia. Ma ormai era tardi.

Adelio fissò i suoi nipotini negli occhi, prima la piccola, poi il maschietto.

Sorrise loro e allargò le braccia come per un invito a un affettuoso abbraccio.

Le bocche di fuoco del camino rischiaravano l’ambiente tutto intorno.

Un bel calduccio c’era in quel soggiorno.

Ma l’ora era tarda e la legna era quasi finita.

I bimbi si fecero incontro al loro nonno e l’abbracciarono dandogli un bacio con tanto amore.

- Piccoli miei, io ho una certa età , e a quest’ora sono solito dormire… e poi inizio a sentire freddo, dai andiamo a letto, adesso.

- E va bene, nonno. Andiamo a fare la nanna.

I tre si incamminarono verso le loro stanze quando sentirono distintamente un urlo disumano provenire dall’esterno della casa e un

rumore, particolare ma non definibile provenire dal tetto di casa.

Sarà stato qualche gatto randagio in amore, cercò di giustificare il nonno ai nipotini. Poi, il silenzio e la pace tornò. Andarono a dormire.

Anselmo, saltò sulla comoda poltrona e si raggomitolò portando la coda sopra il suo muso.

I suoi occhi fissavano le poche braci in fiamme che regnavano in quel piccolo camino.

Poi, della fuliggine cadde dalla canna fumaria. Successivamente qualcosa di più copioso si schiantò tra quelle braci, provocando uno

spargimento di fumo e braci incandescenti sul tappeto.

Il gatto incuriosito discese dalla poltrona e con estrema agilità afferrò quella cosa che era caduta e iniziò a leccarla.

Il sapore del sangue e della carne cruda gli era sempre piaciuta. Anselmo stava mangiando una mano umana.

Intanto le braci ardenti cominciarono a spargere le fiamme dapprima sul tappeto, poi sulle tende e l’inferno trovò dimora in quella casa.

Verso l’alba, quando Sergio e Maria, i genitori dei due piccoli furono avvertiti di quanto successo, dai vigili del fuoco e dai carabinieri, fecero

ritorno a casa.

Si trovarono di fronte solo allo scheletro di casa loro.

Ad aspettarli, c’erano decine di gazzelle dei carabinieri e cinque ambulanze.

Tre corpi avvolti in candide lenzuola bianche.

Due delle quali, di piccole dimensioni.

I due coniugi esplosero in lacrime.

La donna si sentì male e venne fatta distendere su una barella.

Sergio le si fece vicino e le strinse la mano.

Stava malissimo anche lui, anche se, il suo carattere non dava modo di farlo notare esternamente.

Seduto accanto alla sua donna, su quella ambulanza, vedeva i riflessi dei lampeggianti illuminare freneticamente l’esterno dell’automezzo.

La pioggia cambiò direzione e il vento soffiò sempre più forte. Di stravento.

L’uomo si alzò per chiudere lo sportello, quando, Anselmo, il loro gatto fece capolino internamente all’ambulanza.

Serio lo prese in braccio e lo strinse a se e iniziò a piangere.

Il gatto si lasciò stringere tranquillamente. Adorava quelle “coccole”.

Il micio socchiuse gli occhi con aria di godimento. Il pelo bianco, posto sotto la sua bocca era ancora macchiato di sangue…

… la notte non era ancora finita e lui, aveva ancora appetito.

 

 

(I racconti di Nonno Adelio - di Emanuele Mattana)

 

 

la colonna sonora presente in questa pagina è del film Halloween, tutti i diritti riservati agli autori