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MOTHMAN

 

UNA STORIA DAL PASSATO

 

«Ehi, Luc, hai finito di lavorare?» sbuffa la parte materialista dell’indagatore, quella che deve stare al passo imposto dalla società.

«Sono mesi che ci do sotto, e senza pause!» risponde il nostro aitante paladino. «Ora, lasciami in pace!»

La società non lo sa, ma l’animo dell’indagatore brama di ritornare sul campo di battaglia, di mettersi sulle tracce dei misteri che occhieggiano nella parte oscura della realtà. La sua natura lo porta a immergersi nel tunnel da cui le regole della civiltà vorrebbero sottrarre anche il più bieco cittadino; un tunnel in cui regna l’ignoto, e il caos è la sola regola certa.

«Bisogna debellare anche gli ultimi ripensamenti, è tempo di entrare in azione, di volare nel passato» urla l’animo. Ed è un passato non remoto, ma neppure tanto vicino alla nostra epoca di industrie e asfalto.  

Armato di Colt, block notes, torcia e uno zaino in cui raccogliere lo stretto necessario, il nostro si prepara a iniettarsi il fluido vitale che lo condurrà nei meandri più vorticosi e impenetrabili dell’esistenza, lungo le vie tenebrose e accidentate che lo vomiteranno nel passato.

Bando alle ciance e che il viaggio abbia inizio!

 

* * *

 

È notte e fa freddo. Nel cielo crepuscolare una bandiera a stelle strisce si gonfia nel vento.

Luc è adagiato su un’erba attinta da qualche goccia di umidità. Si è svegliato lì, senza neppure accorgersi di aver attraversato il varco temporale.

Nell’aria risuona un rumore di battiti, simili al percuotere di mani su un tamburo di pelli tribali. E poi c’è un allegro fischiettio…

L’indagatore si muove nello spicchio argenteo pitturato dalla luna, vuole vedere.

Ecco, ci sono delle tombe e, più in là, cinque uomini. Sono davanti a una lapide e stanno scavando. D’un tratto, un crepitio attira l’attenzione di uno dei cinque.

No, non è stato il nostro a provocarlo. Il suono proviene dall’alto, forse da una delle querce che circondano il cimitero.

Il tipo dice qualcosa in un inglese biascicato, e indica il firmamento; gli altri seguono con lo sguardo il suo indice.

Luc è vigile. Vorrebbe accendere la torcia, scrutare meglio, ma si farebbe scoprire e lui non vuole rogne, anche perché è straniero e non capirebbe bene ciò che gli direbbero. Si limita ad attendere, nell’ombra.

A un tratto, l’uomo che tiene la pala la lascia cadere e… Cristo, sulla quercia c’è qualcosa!

I rami si spezzano, le poche foglie cadono a terra. C’è una figura gigantesca là sopra, in mezzo agli artigli scheletrici del vegetale,  e pare un uomo. Già, pare, perché un paio di ali da pipistrello si spiegano nell’ombra, sbattano tra loro e portano via con sé la misteriosa massa che, agli occhi dei presenti, era parsa un uomo.

Luc controlla l’orologio da polso e scopre che è il 12 novembre del 1966. Decide di uscire dal camposanto, lasciando i cinque a borbottare tra loro: storditi come sono, non si accorgerebbero neppure di una locomotiva in corsa nel deserto del Sahara.

Il detective scivola sulla strada, entra nella sua utilitaria e si inabissa nelle statali del West Virginia.

Per due giorni, passa da un’edicola all’altra. Scruta le copertine delle riviste, compra i quotidiani sia nazionali che locali. Niente. Nessuna notizia.

Eppure l’avvistamento è stato un fatto troppo bizzarro per marcire nell’ignoranza.

Ed ecco che, appena quattro giorni dopo, su un giornale di Point Pleasant esce una notizia che fa al suo caso. Non in prima pagina, no sarebbe troppo per una società di razionalisti, ma in un piccolo trafiletto.

Bizzarri incontri nell’area TNT: Coppia di giovani si imbatte con una misteriosa creatura”. 

«È lui» gioisce Luc, battendo il dorso della mano sulla carta.

Nell’articolo si dice che i testimoni oculari hanno notato, nei pressi di un cancello di una fabbrica di munizioni in disuso, due strane luci.

No, non brillavano di luce propria” riferisce uno dei due alla domanda postagli dal vicesceriffo di Mason County.

Si sono illuminati quando li abbiamo investiti con i fanali dell’auto. Certo che ne sono sicuro, santo Iddio. Non sono rincoglionito!!”.

I due dichiarano di essersi avvicinati alla luce, perché non tollerano che la fabbrica sia depredata dai vagabondi della periferia. È per via di questo che hanno fatto la macabra scoperta. Quelle non erano luci, ma gli occhi di una bestia umanoide, alta circa due metri e  con due grandi ali ripiegate sul dorso.

No, non abbiamo visto il muso. Siamo scappati di corsa, mentre il mostro si è levato in volo, squittendo come un topo e lievitando in aria senza sbattere le sue poderose appendici. Si, delle ali. Ha capito bene.

“È una bravata di due ragazzi desiderosi di farsi pubblicità” direbbe qualcuno; solo che il poliziotto prende sul serio quei due giovani. Dice di conoscerli da quando sono nati e che quella sera erano davvero spaventati.

L’uomo di legge non è il solo a non mettere in dubbio la denuncia.

Il sindaco manda due vigili del fuoco a controllare l’area in cui si è verificato l’avvistamento. Il luogo è abbandonato, fatiscente. Tra gli stabili dalle vetrate frantumate, i due si imbattono con un essere che definiscono “molto alto, dotato di occhi rossi luminosi”. Non sono gli unici, perché sempre nello stesso posto altri tre uomini denunciano il medesimo fatto.

Scherzo o non scherzo, gli esposti si susseguono in rapida serie, soprattutto nei mesi di novembre e dicembre, quando si registrano 19 avvistamenti, testimoniati da ben 48 persone di diversa estrazione sociale (postini, piloti di aereo, casalinghe, automobilisti etc etc) e in un raggio di pochi chilometri che pare avere in Point Pleasant il suo epicentro.

Lo sceriffo inizia a preoccuparsi: non vuole che la sua città diventi la macchietta della nazione; non vuole turisti curiosi tra i piedi, visto che le voci corrono e ora si narra di un essere grigio che insegue le auto dal cielo, fino a sfrecciare a 110 km/h.

Ma le speranze della polizia evaporano alla stregua di neve al sole. I telefoni dei distretti diventano roventi, i giornalisti imperversano nelle strade, nei bar, nei motel.

Deve lavorare duro Luc, se vuol sciogliere un enigma che altrimenti giungerà fino a noi intatto nella sua essenza. Penna, carta, ed esperienza sono le uniche armi di cui può disporre. Ancora una volta, la pistola sembra non servire, anche se taluni cittadini di Point Pleasant la pensano diversamente e organizzano battute di caccia. Uno di loro, Asa Henry, colto dall’isteria di un paese precipitato nella follia, abbatte nel cuore della notte quello che crede essere il famigerato “Mothman” (uomo falena), come lo chiama la stampa - per scimmiottare “Batman”, l’eroe dei fumetti che imperversa sulle reti televisive. A cadere esanime, però, è solo un enorme gufo.

Luc ce la mette tutta. Gira con la sua autovettura ammaccata, tra le conifere che disegnano i tortuosi viottoli che costeggiano il fiume Ohio. Traccia itinerari sul block notes, ritaglia articoli di giornale, studia libri di ornitologia. Si, perché pare che il mostro possa essere una particolare specie di rapace, forse un barbagianni.

Anche se ha difficoltà a comprendere l’accento campagnolo degli indigeni, si sforza di ascoltare le ultime novità dalla radio, dai discorsi delle persone, dai televisioni tenuti costantemente accesi nelle bettole per camionisti.

Ma è soprattutto di notte che deve cogliere gli indizi giusti, quando la bestia, o quel che è, sembra disposta a mostrarsi. È allora che Luc sfila, dallo zaino che porta sempre sulle spalle, il binocolo a infrarossi, unica traccia tangibile in un passato violentato da un futuro indiscreto.

Il nostro ha fame di conoscenza. Scruta tutto dalle siepi o serpeggiando sugli argini: non vuole che qualcuno sospetti della sua avulsa presenza, non vuole attirare sospetti.

Ed è in una di queste serate che vede dei movimenti strani, nei pressi dell’area TNT. L’immagine gli giunge sfuocata, cerca di regolare le diottrie delle lenti e impreca un poco, perché teme di perdere qualche indizio importante. Alla fine, però, ciò che sembrava un’immagine diluita da acqua diventa nitida. In un oceano verde bottiglia, affiorano quattro individui. Hanno in braccio una bombola, forse una di quelle che contengono elio per saldatrici, e un qualcosa che luccica e che struscia sul terreno. Non si riesce a capire cosa sia. I tipi ridono, si scambiano pacche sulle spalle.

A Luc sembra un comportamento anomalo, decide di spiarli ancora un po’. Non deve attendere molto, gli oggetti luccicanti assumono maggiore spessore, mentre l’uomo con la bombola fa degli strani movimenti. Si, certo; adesso è chiaro. Sono dei palloni quelli, e al loro interno ci deve essere una lampadina, perché un bagliore inquina l’oscurità.

Luc toglie gli occhi dal binocolo e riesce a vedere, in lontananza, un flebile tremore rosso rubino prendere il volo. Non si alza di molto dal suolo, giusto quel che basta per fluttuare vicino alla chiome degli alberi.

Il detective scuote la testa: è l’ennesimo scherzo, dopo quelli che hanno visto l’arresto, per disturbo della quiete pubblica, di un paio di giovanotti che, vestiti con costumi di Halloween, se ne andavano in giro a beffeggiare i concittadini.

Burle o non burle, il nostro sente che dietro la cretineria di alcune persone si nasconde un barlume di verità.

Un mistero che pare riconnettersi al cielo. Eh si, perché alle radio iniziano a ipotizzare qualcosa di trascendentale, ancora più inquietante dell’ipotesi del mostro.

Anche se non sono state riferite dalla stampa, nella primavera scorsa, ci sono stati molti avvistamenti di oggetti non identificati” tuona un tipo con un cognome impronunziabile, come direbbe Luc. L’indiscrezione pare avere fondamento, perché giungono molte conferme.

Il nostro sta ascoltando questi nuovi sviluppi, quando avviene un fatto imprevedibile e, per certi versi, ancor più pauroso di ciò che pare attanagliare la cittadina di Point Pleasant.

Il Maggiolino giallo del detective sta borbottando, in fila per entrare in città. Il sole non è ancora tramontato, anche se la sua posizione è prossima per rannicchiarsi oltre gli scheletri dei palazzi. È l’ora del rientro dagli uffici, dalle fabbriche e dalle molte altre occupazioni.

Luc batte le dita sul volante. Non ha scoperto molto, ma ha sul volto un leggero sorriso. È per via delle luci natalizie, che vede lampeggiare nel centro. Gli ricordano i tempi in cui festeggiava con i fratelli, scartando quei regali sognati per intere stagioni.

Un tremore, però, lo riporta alla realtà. L’auto traballa, poi c’è un boato e davanti a sé si apre l’abisso.

Deve ringraziare venti fottutissimi metri, se non finisce all’inferno. Il Silver Bridge crolla in mille pezzi, dando in pasto al fiume Ohio le anime di quarantasei persone.

È disperazione.

La follia che serpeggia nel piccolo agglomerato del West Virginia si tramuta in orrore.  

«È colpa di quel demonio!» gracchia qualche religioso che ha perso la fede. «Dici bene, amico» fa eco qualcun altro «Point Pleasant è una delle poche porte spazio temporali presenti sulla Terra e questo gli indiani lo sapevano. È una loro maledizione questa, è così! Vanno ammazzati tutti, luridi cani!»

«Mantenente la calma, ragioniamo col cervello!» cerca di riportare alla calma la polizia. Del resto, devono mantenere l’ordine pubblico, loro, almeno formalmente.

«Ma siete ciechi?» dicono altri. «Quell’essere ci voleva avvisare: non avete ancora capito?.

Come per magia, però, gli avvistamenti diminuiscono.

Luc, tuttavia, non demorde. Così una notte, circa un anno dopo dalla tragedia, il nostro vede una strana ombra stagliarsi contro il profilo di una luna infuocata.

La nota giusto per un attimo, perché la sagoma scende in picchiata, nei pressi di un’altura non molto lontano dal punto di osservazione.

Luc decide di sfidare la sorte. Indossa un paio di scarponi e inizia la salita. Sale per quarantacinque minuti circa, finché un intenso bagliore nel firmamento lo acceca. Vorrebbe vedere, fotografare qualcosa, ma il fascio è così potente che lo costringe a inginocchiarsi nel fango. A tapparsi il volto.

Un forte ronzio gli aggredisce i timpani; per un attimo, difficile da quantificare, Luc perde contatto con la realtà. Quando si sveglia si ritrova i vestiti bruciacchiati e delle ustioni di primo – secondo grado sulla pelle.

Non era un aereo quello, forse neppure un UFO.

In città, chissà per quale assurda ragione, nessuno pare essersi accorto di niente. Forse è un ennesimo enigma indissolubile dell’occulto. Chissà… Da quel giorno, non si sente quasi più parlare del Mothman. Giusto qualche burlone in cerca di notorietà, poco altro.

Luc deve ritornare ai tempi moderni, senza aver smascherato un mistero che, evidentemente, deve restare tale. O forse quel bagliore è proprio la chiave per capire e la soluzione è costantemente sotto i nostri occhi, ma noi non la vogliamo accettare. 

 

 

CONSIDERAZIONI

Quanto sopra è la storia, più o meno romanzata, dei fatti che si verificarono nel biennio 1966-67 (alcuni avvistamenti sono stati denunciati anche nel ’68 e ’69) nelle zone limitrofe a Point Pleasant (West Virginia). Per non annoiare il lettore già a conoscenza dei fatti, ho cercato di renderla più brillante, quanto a narrazione, rispetto al tradizionale materiale che si trova in giro.

Ritornando sull’oggetto del dossier, non posso non sottolineare che si è parlato molto della figura dell’Uomo Falena; a Point Pleasant, addirittura, è stata eretta una scultura in suo onore e un museo a tema (il Mothman Museum).

Sono stati fatti film (“The Mothman Prophecies” diretto nel 2002 da Sam Pellington, con Richard Geere protagonista), episodi per la tv (tra cui un episodio della serie “X-Files”) e persino giocattoli e videogame.

Insomma, il “The Mothman” è diventato un vero e proprio essere dell’immaginario orrorifico.

Se non vi sono dubbi circa le descrizioni della creatura, visto che quasi tutte le testimonianze sono concordi nell’indicare le varie caratteristiche – che riporto in calce - interessanti sono le varie teorie che si sono susseguite per giustificare la natura di tale essere. Vediamo di vedere le ipotesi più caldeggiate:

 

1.        IPOTESI TERRESTRE: L’Uomo Falena altro non era che la gru delle dune, un trampoliere americano oggi estinto, alto quasi due metri. Secondo altri, invece, si tratterebbe di gufi o barbagianni. Anche il CSICOP (il "Comitato americano per l'indagine scientifica delle affermazioni sul paranormale") e Joe Nickell (in “Cronache del Mistero”) sostengono tale tesi

 

2.     IPOTESI EXTRATERRESTRE: Sono molti i sostenitori di questa pista, tra essi l’ufologo Brad Steiger e l’italiano Roberto Malini. I due catalogano il “mothman” nella razza extraterrestre degli “inumani”, insieme a creature non umanoidi, ma simili a insetti, rettili, anfibi o prive di analogie con esseri viventi conosciuti sulla Terra.

 

3.        IPOTESI DIMENSIONALE: Ne è fautore uno dei più importanti ufologi americani, cioè il giornalista John Keel. Keel, dopo aver raccolto, analizzato e comparato 26 testimonianze diverse, concluse - nel suo romanzo “The Mothman Prophecie” editato nel 1976 - che il “Mothman” era un essere che proveniva da una dimensione parallela.

 

4.        IPOTESI UMANITARIA: A.B. Colvin sostiene che Mothman sia una creatura soprannaturale, con l'incarico di aiutare l'umanità in momenti critici, e che la stessa creatura è nota come Thunderbird presso i nativi americani e come Garuda in Asia. Nel caso di Point Pleasant la presenza del Mothman avrebbe avuto la funzione di predire il crollo del Silver Bridge. Alcuni sostenitori di questa tesi hanno persino insinuato che il “Mothman” si sarebbe visto attorno a Cernobyl prima della catastrofe nucleare e nell’area delle Torri Gemelle.

 

LA MORFOLOGIA:

Il mostro è descritto come un essere di corporatura affusolata, più larga di quella umana, alto circa due metri, pelle grigiastra, gambe simili a quelle umane ed enormi ali da pipistrello in luogo delle braccia (l’apertura alare sarebbe di 3 metri). Sarebbe dotato di occhi dotati di luminosità propria, rosso-vivi, distanziati tra loro, di un diametro approssimativo di 5-8 cm

Numerosi testimoni lo videro spiccare il volo, allontanandosi dai luoghi degli avvistamenti a una velocità di 120-160 km/h. È stato visto tenere posture erette e deambulare con passo “strascicato”.

 

ALCUNE IMMAGINI

 

a cura di

Matteo Mancini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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